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mercoledì 3 febbraio 2016

Yahoo per la pubblicità online



Yahoo sceglie Mediaset come partner italiano per la pubblicità online

L'importante collaborazione tra Yahoo e Mediaset durerà 3 anni e riguarda la native advertising, video e content marketing sul portale del motore di ricerca. Yahoo e Mediaset hanno annunciato un accordo esclusivo di tre anni per la vendita di pubblicità display, native, video e content marketing su Yahoo.it. L'accordo avrà decorrenza dal secondo trimestre 2016. Grazie a questa partnership, spiega un comunicato del Biscione, Mediamond (concessionaria pubblicitaria online del Gruppo Mediaset) si posiziona nel ranking di Audiweb subito a ridosso di Google e Facebook, raggiungendo 21,2 milioni di persone su base mensile e oltre 5,3 milioni su base giornaliera.

Gemini, la piattaforma di native proprietaria di Yahoo - si legge nella nota -, sarà a disposizione dei partner di Mediamond, mentre Tumblr, social network e publishing platform, rappresenterà un nuovo asset per i progetti crossmediali di Mediamond e Publitalia, concessionaria televisiva leader sul mercato nazionale ed europeo. Con Yahoo Gemini, gli inserzionisti ottengono prestazioni e facilità di ricerca, combinata con la scalabilità e la creatività della pubblicità nativa. «Yahoo è un brand con straordinaria notorietà e autorevolezza nel mondo digitale. E nell'evoluzione delle nostre strategie, il digitale ricopre un ruolo di crescente portata», ha dichiarato 
Pier Silvio Berlusconi, Amministratore Delegato Mediaset.

«Il web si nutre sempre più di contenuti televisivi e la tv sarà sempre più connessa al web. L'accordo di oggi è quindi rilevante per le sinergie con le piattaforme digitali. Fermo restando che al centro del nostro sistema ci saranno sempre i grandi numeri delle platee televisive, i contenuti originali tv troveranno distribuzione su un numero sempre maggiore di touch point digitali», ha concluso. «La partnership con Yahoo rappresenta una tappa importante nell'evoluzione strategica della nostra offerta di gruppo. In un mercato profondamente cambiato negli ultimi anni è necessario costruire un portafoglio crossmediale rilevante su ogni mezzo», ha dichiarato di Stefano Sala,
 Amministratore Delegato di Publitalia.

«Questa collaborazione si inserisce in modo naturale nel percorso già iniziato da Mediamond che vede nel programmatic la strada per valorizzare gli asset editoriali del nostro portfolio. Yahoo e Mediamond sono infatti partner totalmente complementari: Yahoo porta in dote la sua connotazione tecnologica insieme a una grande audience digitale, Mediamond la riconoscibilità editoriale dei suoi brand», ha dichiarato Davide Mondo, Amministratore Delegato di Mediamond. La concessionaria Mediamond (50% gruppo Mediaset e 50% gruppo Mondadori) recentemente ha sottoscritto un accordo con il gruppo Finelco per la raccolta pubblicitaria delle emittenti radiofoniche 105, 
Virgin Radio e Radiomontecarlo.

«Siamo entusiasti di questa partnership, Mediaset ha una profonda conoscenza del mercato dei media digitali in Italia e una grande esperienza nell'offrire agli investitori gli strumenti necessari per coinvolgere la propria audience con annunci rilevanti», ha dichiarato Nick Hugh, Yahoo's Vice President, EMEA. «Yahoo ha una storia di quasi 20 anni in Italia e non vediamo l'ora di rafforzare la nostra presenza sul mercato con modalità innovative», ha concluso. La native advertising si riferisce a una tipologia di pubblicità che corrisponde al modulo della piattaforma su cui appare. Gli annunci abbinano lo stile di visualizzazione dei siti in cui sono collocati, e spesso corrispondono anche tematicamente con i contenuti del sito.


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 a prezzi modici e ben indicizzati. 
Studio e realizzo i vostri banner pubblicitari con foto e clip animate. 
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IL TUO FUTURO E' ADESSO .

MUNDIMAGO


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martedì 20 dicembre 2011

Guerra tra Mediaset e Youtube



Guerra tra Mediaset e Youtube

NON CARICATE VIDEO DA YOU TUBE DELLE TRASMISSIONI DEL BISCIONE , PERKE' COSI' FACENDO AIUTATE MEDIASET 
A VINCERE LA CENSURA DI YOU TUBE




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 Ecco i veri motivi della crociata di Mediaset contro la libertà di informazione su YouTube.

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http://tramaci.org/censura
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IMAGOMUNDI
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domenica 31 luglio 2011

Frequenze tv, dal governo regalo a Mediaset



Frequenze tv

dal governo regalo a Mediaset


l’Unità.

L’eterno Natale di Mediaset porterà ad una strage digitale. Una strage di tv locali, per la precisione, che subiranno quello che si configura come un vero e proprio esproprio di frequenze televisive. Non solo. Alle emittenti verrà negato il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa: chi si ribella, si troverà in casa la polizia, con la prospettiva di tre anni di carcere.

Autore di questa nuova trovata «ad aziendam» il ministro Paolo Romani, con un meccanismo che de facto risarcisce l’azienda del premier del maxi- risarcimento dovuto alla Cir di De Benedetti con un cadeau da 300milioni di euro, il tutto a scapito dell’emittenza locale. Il meccanismo è semplice (e, a suo modo, feroce): a settembre si terranno due gare per l’ulteriore assegnazione di frequenze digitali, di cui la prima riservata agli operatori di telefonia mobile, mentre la seconda è un beauty contest (cioé un “concorso di bellezza” al posto di un’asta competitiva) per sei super- frequenze digitali, in grado di trasportare ciascuna sei canali televisivi. In pratica, saranno i concorrenti dai punteggi più alti per quel che concerne requisiti tecnici e commerciali ad accaparrarsi (gratuitamente) l’ambito premio: è del tutto evidente che si tratterà di Mediaset e Rai.

«A scapito degli editori emergenti », rileva il deputato Pd Vinicio Peluffo, membro della commissione di vigilanza Rai. Che mette il dito nella piaga: «Le tv locali sono beffate due volte: i nove segnali destinati a essere venduti all’asta agli operatori di telecomunicazione erano stati assegnati alle tv locali solo sei mesi fa. Un regalo che vale 300 milioni. Pari alla metà della somma pagata all’Ingegner De Benedetti».

FORZE DELL’ORDINE
A fronte dell’esproprio, il ministro Giulio Tremonti – in un’ottima concertazione interna all’esecutivo – ha previsto un indennizzo che Peluffo definisce «poco più che simbolico », ossia 240 milioni da suddividersi tra tutti. E nell’ultima manovra appena varata il responsabile dell’economia ha pure inserito una norma che blocca la possibilità delle tv di ricorrere al Tar: «E se non saranno acquiescenti – spiega Peluffo – la polizia interverrà a blindare gli impianti, con l’avvio di procedimenti penali con reclusione di tre anni, addebito di danni e interessi nonché privazione del risarcimento. Una follia. Praticamente non si trattano così nemmeno gli squatter ». Appunto.

Ora, secondo le associazioni di settore l’esproprio riguarderebbe circa 200 emittenti. Le quali, nel loro complesso, sono già duramente segnate dal passaggio alle meraviglie del digitale terrestre. La promessa era stata quella di più spazio per tutti, con la magnifica prospettiva di maggiore pluralismo. Figurarsi: Rai e Mediaset hanno occupato l’occupabile, le tv locali sono state spinte nel fondo più buio della galassia digitale, più o meno alle cifre triple del vostro telecomando. Con un conseguente calo di ascolti e, in sovrappiù, una vistosa flessione dei fatturati pubblicitari, fagocitati pur’essi da Publitalia: che, avendo molto più spazio da offrire, spalmato su più canali, evidentemente ha allargato la sua concorrenza agli ambiti che finora erano di pertinenza delle private. Unastoria di straordinaria sopraffazione. Dove ha un suo ruolo anche un ulteriore convitato di pietra: la legge italiana, che stabilisce con chiarezza che un terzo delle frequenze digitali debbano essere destinate alle tv locali. Peluffo ride amaro: «Certo, è ovvio che così si apra la strada ad una caterva di ricorsi, perché siamo di fronte ad un vero e proprio mostro giuridico. Un’ennesima dimostrazione del conflitto d’interessi e del provincialismo italiano in campo televisivo, a fronte di un’Europa che ogni giorno ci chiede di aprire il mercato, non certo di introdurre ulteriori elementi distorsivi della libera concorrenza. Per questo, come già avanzato da Paolo Gentiloni, chiediamo al governo di assegnare queste frequenze agli operatori locali, già costretti a liberare la banda destinata all’accesso a Internet».

Chissà se Paolo Romani si ricorda dei bei tempi in cui gestiva Tvl Radiotelevisione Libera, la seconda emittente libera d’Italia, e poi quando, dal 1976 al 1985 fu il direttore generale di Rete A, o quando, dopo esser passato da Telelombardia, finì a dirigere Lombardia7 fino al 1995. Oggi, che spesso viene accusato di essere un po’ troppo vicino agli interessi di Mediaset, fa parlare di sé come aspirante strangolatore delle tv libere. Che dire: forse è solo la malattia senile del berlusconismo.


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lunedì 26 luglio 2010

Uccidono le web tivù perche' danno fastidio a




In Italia ci sono circa 5.000 piccole emittenti in Rete. Ora governo e Agcom hanno messo a punto un regolamento per soffocarle. Ed evitare che diano fastidio a Mediaset


C'è la tivù che racconta l'Italia dal punto dei vista dei giovani e quella che denuncia i problemi degli immigrati. C'è la televisione nata in un appartamento e poi cresciuta fino a fare inchieste politiche locali. E poi c'è quella creativa, a basso budget, che prova a reinventare l'umorismo e l'intrattenimento.

Tutte queste tivù non le trovate sul digitale terrestre né sul satellite, ma solo sul Web. Chissà per quanto tempo ancora, però: su questa fucina di creatività e impegno sociale incombe infatti la scure del decreto Romani (da Paolo Romani, vice ministro allo Sviluppo Economico). Regolerà il fenomeno con criteri presi di peso dal mondo della tivù tradizionale. Che l'effetto sia censorio nei confronti delle Web tivù indipendenti è palese da quando l'Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) ha scritto le prime regole attuative del decreto.

Agcom ha stabilito infatti che le Web tv prima di iniziare le attività debbano registrarsi pagando tremila euro e presentando una gran mole di documenti, con mega sanzioni per chi sbaglia qualcosa. Va anche peggio alle emittenti che fanno trasmissioni lineari (cioè con un vero palinsesto e non solo con video on demand): dovranno attendere 60 giorni un'autorizzazione di Agcom, prima di cominciare. "Le nuove regole trasformeranno Internet in una grande tv. Alla fine a fare video informazione e intrattenimento resteranno solo proprio i signori della tivù tradizionale", commenta Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti del tema.

Per essere soggetti al decreto basterà essere una Web tv che incassi qualcosa ("è sufficiente ci sia un banner pubblicitario", dice Giovanni Parrillo, dello studio Baker & McKenzie) o che "faccia concorrenza" alla tv tradizionale. Ipotizziamo che una micro tv no profit pensi di non essere soggetta alla normativa e quindi la ignori: "Il ministero potrebbe pensarla diversamente e multarla, da 15 mila a due milioni di euro", spiega Parrillo. "Poi la tv dovrà andare davanti a un giudice per dimostrare le proprie ragioni".

"Il decreto minaccia un mondo che solo ora comincia a sbocciare e che raccoglie circa 10-15 milioni di utenti-spettatori al mese", spiega Bruno Pellegrini, uno dei primi a scommettere sul fenomeno. È fondatore di The Blog Tv (6 milioni di fatturato previsto nel 2010), che sviluppa e gestisce una cinquantina di mini tv (tra le altre, PetPassion, MadeinKitchen, NokiaPlay e YouDem, rispettivamente 150 mila, 200 mila, 120 mila, 70 mila e 90 mila utenti unici al mese).

Sono circa cinquemila le Web tv italiane, stima Pellegrini. Una macro categoria in cui entrano quelle con canali lineari (cioè con palinsesto, poche centinaia) e quelle solo con video on demand (qualche migliaia). A parte ci sono i video-blog (poche decine di migliaia), che non sono vere tv ma pure sono assoggettati al decreto, e i social network fatti con video degli utenti (tipo YouTube). Il decreto sembra escludere questi ultimi, ma vi rientrano progetti come YouReporter.it, con inchieste fatte dagli utenti. "Abbiamo 25 mila spettatori al giorno e 13 mila utenti che caricano i video. La pubblicità ad oggi ripaga a malapena i costi", spiega Stefano de Nicolo, il fondatore.

La pubblicità è appunto la principale fonte di ricavo per le Web tv, ma una minoranza guadagna pure da video fatti su commissione di aziende e pubbliche amministrazioni. Un'altra minoranza non ha alcuna fonte di ricavo. "Il mercato potenziale del settore è di circa 10 milioni di euro l'anno, escludendo i portali come YouTube e quelli delle grandi reti", stima Pellegrini. Poca roba, ma comunque un segmento destinato a crescere anche da noi, rosicchiando fette di mercato ai broadcaster tradizionali: e di qui il sospetto che tra le motivazioni che hanno portato il governo a tarpare le ali alle web tv ci sia anche il desiderio di proteggere Mediaset, che tra l'altro è particolarmente attiva nella riproposizione dei suoi programmi in Internet con un apposito videoportale.

Negli Usa, ad esempio, queste mini reti hanno già 150 milioni di utenti video online previsti nel 2010 (da eMarketer): "Quest'anno lì è suonato un grosso campanello d'allarme per la tv tradizionale. Il consumo tipico di Web tv è passato nelle ore serale ed è diventato di 15 minuti al giorno (nel 2009 era a pranzo e di 3-5 minuti)", aggiunge Materia.


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