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venerdì 13 aprile 2018

Facebook a Pagamento per la Protezione della Privacy

Protezione della Privacy

ZUCKERBERG RILANCIA: 
“SE SI VUOLE PROTEZIONE 
DEI DATI BISOGNA PAGARE”

Siamo arrivati al punto che per avere la privacy sui profili social tocca pagare. Questo è ciò che ha fatto capire Mark Zuckerberg, CEO di Facebook. Il ricchissimo americano ha infatti, alla luce dell’ultimo scandalo di Cambridge Analytica, proposto di fare versione a pagamento e quella gratis. Quali sono le differenze? La privacy. Se la vuoi la paghi, sennò fai la fine degli 87 milioni di utenti che in tutto il mondo, in questi mesi, sono stati vittime di hackeraggi utilizzati per studi x, 
senza aver mai dato l’autorizzazione.

La dichiarazione di Mark Zuckerberg
“Internet sta diventando sempre più importante nella vita delle persone in tutto il mondo, credo sia inevitabile la necessità di alcune regole, ma bisogna fare attenzione”, ha dichiarato Zuckemberg davanti alla Commissione Energia e Commercio americana, ammettendo che anche i suoi dati sono stati violati. “Tali regole potrebbero essere facilmente rispettate da una grande azienda come la nostra, ma potrebbero mettere in difficoltà le piccole start up”, ha continuato.

Verrebbe da chiedersi se serva pagare per aver diritto alla privacy, ma anche se sia così necessario mettersi alla mercè di un profilo social che si voglia o meno dà possibilità, anche a sconosciuti con buone conoscenze informatiche, di conoscere i dati sensibili di chiunque. Basterebbe far caso a quando si effettuano ricerche su Google, in automatico su Facebook si trovano pubblicità inerenti ciò che si è cercato poco prima. Ma non solo, sembrerebbe infatti che le violazioni abbiano trovato le porte aperte di molti utenti che hanno scaricato diverse App che, in qualche modo, hanno fatto da spartiacque.

La difesa di Cambridge Analytica
Dal lato Cambridge Analytica è arrivata la risposta e la difesa:“Non abbiamo hackerato Facebook né infranto le leggi. Non abbiamo influenzato il referendum sulla Brexit, raccogliamo dati solo con il consenso informato, stiamo conducendo un’indagine indipendente per dimostrare che non possediamo alcun dato, di cui condivideremo i risultati”. Successivamente l’azienda ha sottolineato di aver ricevuto le informazioni, su licenza, dalla società di ricerca General Science Research che le ha ottenute legalmente tramite uno strumento fornito da Facebook. Così come anche altre aziende di dati. Inoltre, ha messo il punto sulla questione Donald Trump in quanto la compagnia ha usato dati pubblici e ha fornito sondaggi, analisi e marketing digitale, metodi utilizzati per altre campagne elettorali come quelle di Obama e della Clinton.

Il business dei social network
Le scuse del Ceo Facebook, mandate in onda sulle maggiori reti internazionali, non sono bastate.
Molti utenti si sono ribellati e hanno eliminato l’account per  protesta. Sono in circolazione diversi gruppi di haters che invitano a boicottare Facebook e Instagram.
Tuttavia è difficile, se non impossibile, pensare a un mondo contemporeneo in assenza dei social network e non perchè diventerebbe complicato rimanere in contatto con amici e parenti. No. Il vero motivo è che ad oggi Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin sono mezzi di commercio a tutti gli effetti. Sono tante se non tutte, le aziende che si appoggiano alle piattaforme di networking per assumere e controllare i competitor. Pubblicità, sponsor e soldi, tanti soldi che girano intorno ai like, commenti e condivisioni.
Un mondo virtuale che, frasi pressapochiste a parte, sta diventando più reale che mai. Un esempio delle dinamiche social non può che essere Chiara Ferragni. La 30enne cremonese ha inizato a ‘postare’ alcuni suoi outfit in un blog nel 2009 e nel giro di quasi 10 anni è considerata la più ricca e conosciuta influencer del mondo, contando oltre 10 milioni di ‘followers’ su Instagram.
Non è quindi peregrino dire che con i social network sono nate nuove professioni lavorative, master universitari, corsi di formazione e d’aggiornamento.
Prima o poi, però, a quanto pare il prezzo del “condividere” a tutti i costi 
la vita sui social ha il suo prezzo.

Dalla privacy alla pubblicità, dal monopolio alla neutralità, cosa hanno chiesto i senatori a Mark Zuckerberg e come ha reagito contro 44 senatori... 




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Protezione della Privacy


mercoledì 11 aprile 2018

Audizione di Mark Zuckerberg al Senato Americano


Dalla privacy alla pubblicità, dal monopolio alla neutralità, cosa hanno chiesto i senatori a Mark Zuckerberg e come ha reagito il ceo di Facebook
Mark Zuckerberg contro 44 senatori. Il ceo di Facebook arriva nella sala dell’audizione del Senato, gremita di fotografi e giornalisti, in un completo blu che non passa inosservato. È teso, gli occhi sbarrati. I fotografi lo accerchiano.

La sua memoria difensiva era già nota, Zuckerberg è pronto a scusarsi e mostrare i passi che la sua azienda è pronta a compiere. Il 33enne non è mai stato brillante in pubblico e non lo è neanche davanti ai senatori, ma le sue risposte convincono Wall Street: le azioni di Facebook salgono già durante la prima delle quattro interminabili ore passate nella stanza dei bottoni.

Il cambiamento filosofico
Zuckerberg ricorda più volte, rispondendo a diverse domande, di aver creato Facebook nella camera del suo dormitorio, quasi a giustificarsi implicitamente per gli errori da ragazzino. Una mossa probabilmente studiata per sembrare più umano, più simpatico. Ma Zuckerberg parla anche di un “cambiamento filosofico più ampio” da parte della sua azienda.

“Non è sufficiente costruire strumenti, dobbiamo assicurarci che vengano utilizzati a fin di bene”.

Il ceo risponde a un altro senatore dicendo “Sono d’accordo, siamo responsabili del contenuto” della piattaforma. Una posizione non scontata, visto che da sempre le aziende tecnologiche tendono a presentarsi come mere piattaforme neutrali e non media company. Qualche ora dopo, il ceo torna sul tema: “Io considero Facebook una tech company, non una media company, perché è vero che siamo responsabili del contenuto, ma non lo produciamo noi“.

Il concetto di neutralità è un tema molto scivoloso. Il senatore repubblicano Ted Cruz incalza Zuckerberg sul tema, indicando una serie di pagine vicine ai conservatori censurate nel passato. “Siete o non siete una piattaforma neutrale? Qual è la posizione politica dei dipendenti che fanno moderazione?”. Domanda formulata malamente e quindi, com’è giusto, risposta non pervenuta.

Il monopolio
“Se non voglio comprare una Chevrolet, compro un’altra auto. Ma se non voglio usare Facebook, cosa uso? Quali sono i vostri concorrenti?”. Il senatore Graham fa questa domanda a Zuckerberg, ma quando il ceo inizia a elencare le tre categorie di differenti avversari di Facebook, il senatore incalza “Non le sembra di essere in un monopolio?“. Zuck risponde a bruciapelo “A me non sembra proprio“. Ma lo fa con una tale genuinità da strappare una risata al pubblico. Non sarà l’unica del pomeriggio.

Senatore, abbiamo le pubblicità
Il primo sorriso di Mark Zuckerberg arriva dopo circa un’ora dall’inizio del suo incubo. Un senatore gli chiede conto delle dichiarazioni di Sheryl Sandberg, che in un’intervista faceva intendere la possibilità di mettere la piattaforma a pagamento.

“Ci sarà sempre una versione di Facebook gratuita”, rassicura il ceo, non senza una certa ambiguità (significa che stanno pensando anche una versione a pagamento?). Il senatore riprende chiedendosi come faranno a gestire la piattaforma. La risposta arriva con un sorriso: “Senatore, abbiamo le pubblicità”. Non era difficile la risposta: è anche il motivo per cui tutto questo sta succedendo.

L’ipotesi di complotto
Arrivati alla quarta ora di audizione, poco prima che un senatore gli dica che il contratto con gli utenti “fa schifo” ed è il caso di “riscriverlo in inglese e non in swahili“, Zuckerberg si trova a dover rispondere a un’altra patata bollente: è vero che Facebook ti ascolta attraverso il microfono e usa i dati per le pubblicità? “È una teoria complottista. Non lo facciamo“, risponde secco il ceo.

Il Gdpr
Ovviamente il Regolamento Europeo per la protezione dei dati compare fra le domande dei senatori. Zuckerberg viene incalzato parecchio e chiarisce nuovamente che l’impalcatura del Gdpr sarà utilizzata anche fuori dall’Unione Europea. Non proprio uguale “perché negli Stati Uniti abbiamo una sensibilità diversa“, dice Zuckerberg.

E nessuna legge EUROPEA lo obbligherà a farlo.

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giovedì 8 ottobre 2015

L’Europa Processa Facebook e lo Spionaggio Americano



 L’Europa processa Facebook e lo Spionaggio Americano

La Corte di Giustizia europea deciderà sul ricorso di un cittadino che accusa la sorveglianza globale americana attraverso le aziende del web. Ma il quadro politico dietro il caso è estremamente complesso: si tratta di una vera e propria guerra commerciale tra Usa e UE.

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata. Come era prevedibile ha stabilito che la semplice esistenza dell’accordo Safe Harbor, negoziato dalla Commissione europea nel 2000, e che all’epoca stabiliva che le misure dalle aziende americane a tutela della privacy fornite dei cittadini europei erano adeguate, non impedisce che un’autorità di garanzia (nel caso specifico il DPA irlandese) in presenza di una denuncia circostanziata di possibili violazioni dell’accordo in questione, debba riconsiderare la situazione a valutare se effettivamente il livello di protezione è adeguato.

Inoltre, la Corte ha invalidato l’accordo Safe Harbor del 2000. 

La Corte di Giustizia Europea (CGUE) si occuperà di un caso molto importante. 

La Corte di Lussemburgo, infatti, discuterà il ricorso di Max Schrems (presentato insieme ad altri 25mila utenti) col quale si accusa la sorveglianza di massa degli Stati Uniti condotta attraverso le aziende americane del web. Il ricorso sostanzialmente conclude chiedendo la disapplicazione dell’accordo Safe Harbor con gli Usa. Convocazione oer l’udienza del 6 ottobre Degli antefatti e dell’importanza della questione ne abbiamo già parlato in un precedente articolo. Tutto nasce con la sorveglianza di massa degli Usa, il programma PRISM, che dovrebbe prevenire il terrorismo. Non si sa se ha mai avuto successo in questo senso, ma si conoscono, invece, i costi (quantificati in circa 10 miliardi l’anno), e le conseguenze del programma: da un lato la riduzione dei diritti dei cittadini, specialmente in tema di privacy, e dell’altro, la conseguente sfiducia degli stessi nell’utilizzo dei servizi online, con evidenti ricadute economiche sulle aziende. La sorveglianza di massa americana determina un clima di sfiducia anche negli altri paesi, specialmente in Europa, i quali si sentono spiati, anche se bisogna dire che molti altri Stati (es. Francia, Germania) hanno regimi di sorveglianza come gli americani, generalmente però limitatamente ai confini nazionali.

 La risposta è evidente, gli altri governi cercano di alzare muri per impedire lo spionaggio americano sui propri cittadini e sulle proprie aziende, con la conseguenza di una frammentazione di internet in tante sottoreti nazionali.   Safe harbor Il ricorso di Schrems si appunta contro il trasferimento dei dati da Facebook Irlanda a Facebook USA alla luce dell’accesso generalizzato da parte dell’NSA ai dati che riceve Facebook USA. Schrems sostanzialmente chiede che il trasferimento dei dati verso gli USA sia ritenuto in violazione degli accordi e quindi di invalidare il Safe Harbor. Il Safe Harbor è un accordo tra USA e Unione Europea che consente il trasferimento dei dati verso gli Usa. È necessario perché la legislazione europea in materia non consente il trasferimento dei dati degli europei verso paesi con una normativa meno tutelante rispetto a quella dell’Unione (articolo 25, comma 1, della Direttiva 95/46/CE), a meno che (art. 26) non vi sia il consenso espresso del titolare dei dati oppure un accordo contrattuale specifico con il Paese estero che garantisca una pari tutela. 

Il Safe Harbor fa appunto questo, garantendo standard di sicurezza americani adeguati per i dati degli europei. I punti salienti della questione sono: 
1) l’accordo Safe Harbor è basato per lo più sull’autocertificazione delle aziende che dichiarano di rispettare degli standard specifici. L’FTC americana fa dei controlli annuali, ma non particolarmente approfonditi. Negli anni si sono avvicendati vari studi che hanno evidenziato come alcune aziende non rispettassero detti standard. Inoltre non esistono sanzioni in caso di violazioni.
 2) dopo l’entrata in vigore del Safe Harbor, nel 2000, la legislazione americana è stata modificata in modo sostanziale con l’introduzione del Patriot Act, che concede maggiori poteri di intrusione nelle vite degli individui da parte delle istituzioni americane. 
3) lo scandalo delle intercettazioni dell’NSA ha reso evidente che la raccolta dei dati da parte del governo americano è senza confini. L’accesso dei servizi di informazione americani sembra estendersi non solo ai metadati, ma anche al contenuto delle comunicazioni elettroniche così compromettendo l’essenza del diritto fondamentale al rispetto della vita privata degli individui.
 4) l’accesso dei servizi di intelligence americani copre tutti gli individui senza alcuna distinzione e non solo quelli che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale, questo compromette il fondamentale diritto alla tutela della privacy. 
5) a seguito del trasferimento dei dati verso gli USA un cittadino europeo non ha alcuna possibilità di far valere i propri diritti contro l’azienda o l’ente americano, in quanto né la FTC né gli organismi privati di risoluzione delle controversie hanno il potere di monitorare eventuali violazioni da parte degli enti pubblici come le agenzie di sicurezza, con violazione dell’art. 28 il quale garantisce il diritto del cittadino europeo di rivolgersi all’autorità di vigilanza a fini di tutela. Infatti la protezione contro la sorveglianza da parte dei servizi pubblici di cui alla sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act del 1978 si applica solo ai cittadini degli Stati Uniti e agli stranieri legalmente residenti in modo permanente negli Stati Uniti.  

 Sorveglianza globale Il 23 settembre l’avvocato generale ha rassegnato le sue conclusioni. Secondo Yves Bot i Garanti nazionali sono vincolati dalle decisioni della Commissione Europea, e quindi dall’accordo del 2000 Safe Harbor, e devono rispettarlo. Ma sono altresì obbligati, in presenza di una circostanziata denuncia di un cittadino, ad effettuare le indagini del caso e verificare se effettivamente l’accordo Safe Harbor è rispettato nella sua applicazione, arrivando fino, conclude Bot, a disapplicare l’accordo in caso di evidenze di mancato rispetto degli standard sulla tutela dei dati. Mr Schrems wished to challenge the terms and the functioning of the safe harbour scheme itself on the ground that the mass surveillance of the personal data transferred to the United States shows that there is no meaningful protection of that data in the law and practice in force in that third country (parere dell’avvocato generale della CGUE) Proprio il governo italiano ha sostenuto che l’adottare una decisione di adeguatezza da parte della Commissione europea (con il Safe Harbor) non può limitare i diritti dei cittadini riducendone la protezione e le possibilità di adire un’autorità di vigilanza. 

Ovviamente anche se Facebook è espressamente citato nel ricorso di Schrems, non è contro di esso (ma contro il Garante irlandese) che si appunta l’azione giudiziaria e non è il social in blu a violare le norme europee. Facebook Usa è tenuto a rispettare la legislazione degli Stati Uniti che lo obbliga a girare i dati degli europei all’NSA o altre autorità nazionali. Il nucleo della decisione del 6 ottobre è, quindi, la compatibilità del sistema di sorveglianza globale degli USA con il diritto primario dell’Unione europea. 
La Corte dovrà stabilire se la semplice esistenza del Safe Harbor è sufficiente a garantire l’adeguatezza del trattamento da parte degli USA, oppure se le novità emerse dal 2000 ad oggi (Patriot Act, scandalo NSA) devono portare il Garante privacy irlandese (DPA) a rivalutare la situazione e verificare di nuovo l’adeguatezza del trattamento da parte degli americani.   Usa vs Ue L’amministrazione americana non si rassegna all’etichetta di un paese a rischio privacy, e risponde tramite una nota del 28 settembre, sostenendo che gli USA non svolgono una sorveglianza di massa generalizzata, e il programma PRISM è autorizzato dalla legge, conforme alle limitazioni normative e mirato su particolari obiettivi.
Gli USA è da tempo che hanno intrapreso un’azione lobbistica contro la riforma europea della normativa per la tutela dei dati personali, e questa azione sta ricevendo nuovi impulsi proprio in questi giorni, in attesa della sentenza dalla CGUE.

 Gli USA accusano l’Europa di voler isolare il continente dietro un muro di leggi protezionistiche, impedendo il normale flusso di dati transfrontaliero. In realtà, anche se è vero che c’è una sempre più diffusa tendenza degli Stati europei di limitare il più possibile l’attività delle grandi aziende americane del web, soprattutto per creare gli spazi per l’ingresso nel mercato di competitori europei (non dimentichiamo che l’Europa è partita tardi nella corsa ad internet, e tutt’ora alcuni paesi -es. l’Italia- sono enormemente indietro per quanto riguarda l’informatizzazione e la qualità delle connessioni), c’è da dire che la tutela dei cittadini europei rispetto a quelli americani è inferiore in caso di violazione da parte delle aziende americane. E sono stati documentati alcuni casi in cui le aziende americane non avrebbero rispettato le norme europee. In ogni caso è comunque vero che l’Europa fin dal 2014 discute di una sorta di chiusura del mercato digitale, e in particolare la Germania ha proposto una realizzazione di un cloud europeo (Schengen cloud, dal quale verrebbe esclusa anche la Gran Bretagna considerata una quinta colonna degli USA), al fine di impedire lo spionaggio degli USA. L’approccio dovrebbe confluire nella revoca del Safe Harbor. Tale discussione è nata in Germania a seguito di una proposta di Deutsche Telekom (l’amministratore delegato Obermann addirittura parlava di una internet nazionale, Schland-Net), che fu discussa ai più alti vertici del governo.
 Già all’epoca, però, il Commissario europeo deputato alle problematiche digitali, Kroes, ne sostenne l’irrealizzabilità, pur richiamando la forte esigenza di una maggiore sicurezza dei dati.   Balcanizzazione L’opzione della balcanizzazione di internet che, ricordiamo, è nata al WCIT del 2012, quando i fautori di una creazione di tante internet nazionali erano i russi e i cinesi, spinti soprattutto dall’esigenza, pensa un po’, di evitare uno spionaggio da parte degli USA, sembra oggi sempre più vicina. All’epoca gli americani accusarono questi tentativi nazionalistici, portando avanti la loro idea di un internet il meno regolamentato possibile, a mezzo di accordi paritari tra aziende private che si occupano di internet. Anche allora non era tanto un approccio disinteressato per il bene di internet quanto piuttosto una difesa degli interessi commerciali di parte. La delegazione USA, composta da oltre 120 membri (tra i quali esponenti di Facebook, Google, ecc…), col richiamo ad un internet “libero e aperto” in realtà sosteneva le imprese tecnologiche americane i cui profitti dipendono ampiamente dalla rete e dallo sfruttamento il più vasto possibile dei dati degli utenti. E non solo, come poi è emerso chiaramente quella difesa era anche per l’orecchio privilegiato che il governo USA, tramite le suddette aziende, poteva poggiare sulla rete globale. 

Il punto è che gli USA hanno una posizione di supremazia su internet, perché le aziende americane di fatto controllano le infrastrutture, anche perché, bisogna dirlo, hanno compreso per primi l’importanza (anche economica) di questo nuovo mezzo tecnologico, mentre altri paesi se ne disinteressavano (es. Europa). È quindi comprensibile che gli Usa fin dal primo momento abbiano criticato la riforma europea in materia di tutela dei dati personali, nonché le posizioni della Germania, svolgendo attività lobbistica per depotenziarla, e oggi moltiplichino i loro sforzi per paventare come l’accoglimento del ricorso di Schrems potrebbe danneggiare gravemente internet e isolare l’Europa. Il rappresentante Usa per il commercio (USTR) spiega che in un libero mercato è il consumatore che deve scegliere il prodotto, per cui limitazioni protezionistiche imposte dai governi andrebbero a scapito della concorrenza, così paventando un ricorso al WTO. Stiamo parlando di un mercato da circa 180 miliardi di euro, interrompere il flusso verso gli USA da un lato darebbe l’avvio ad un mercato del cloud europeo, dall’altro costringerebbe i giganti americani ad investire milioni per infrastrutture sul suolo europeo. 
Questo il quadro politico ed economico all’interno del quale si incastonerà la decisione del 6 ottobre. Anche se, ovviamente, la Corte di Lussemburgo non è chiamata a decidere sulla legittimità del sistema PRISM, né potrebbe farlo, e neppure sulle azioni delle aziende tecnologiche americane, ma è evidente che questa decisione influirà politicamente sulla riforma della normativa in materia di tutela dei dati personali in preparazione, nonché sui rapporti commerciali e diplomatici tra UE e gli Usa, compreso le negoziazioni per il trattato transatlantico (TTIP). Non si tratta di consentire ad un’autorità di vigilanza nazionale di chiudere il flusso dei dati verso gli USA,questione anacronistica all’epoca di una rete globale, quanto piuttosto di stabilire se un Garante nazionale ha il diritto di valutare le modalità di attuazione dell’accordo con gli USA da parte delle aziende, e quindi, in ultima analisi, se un cittadino europeo ha un giudice, o un’autorità, cui rivolgersi in caso di violazioni della propria privacy. 

Diversamente noi europei non potremmo fare altro che fidarci, tra l’altro sulla base dell’autocertificazione di un’azienda di rispettare un accordo pure molto risalente nel tempo, senza alcuna possibilità di tutela. Il DPA irlandese, invece, rigettò il ricorso di Schrems perché, a suo parere, il Safe Harbor impedisce ulteriori discussioni sul tema.   

Chiuderà Facebook? 
Ma cosa potrebbe accadere a seguito di un eventuale accoglimento del ricorso di Schrems? Il funzionamento dei servizi online forniti da aziende USA sarebbe salvo specialmente per quelle che hanno server in Europa (come Facebook in Irlanda, ma anche Twitter che probabilmente in previsioni di decisioni di questi tipo ha trasferito i dati degli europei su server in Irlanda), ma anche gli altri servizi difficilmente subirebbero contraccolpi. Esistono altri accordi giuridici per il trasferimento dei dati al di fuori dell’UE, per cui l’impatto sul funzionamento dei servizi online sarebbe davvero minimale. L’impatto economico a carico delle aziende sarebbe più rilevante, ma soprattutto l’impatto politico sarebbe estremamente forte: le aziende americane non potrebbero portare i dati degli europei negli Usa e quindi il governo americano non vi avrebbe più accesso. L’altra faccia della medaglia sarebbe che il trasferimento dei dati potrebbe essere consentito da alcuni Garanti nazionali e vietato da altri, con ovvie difficoltà da parte delle aziende a rapportarsi con tante regolamentazioni diverse. Sotto questo aspetto occorrerebbe sicuramente una raccordo a livello europeo, previsto, tra l’altro, con la riforma sulla Data Protecion tramite il principio del “one stop shop“. La decisione del 6 ottobre, comunque, appare l’ultima spiaggia per ricostruire un rapporto di fiducia tra Usa e Unione europea ormai incrinato da tempo. 

L’Unione già nel 2013 inviò al governo americano una lista di 13 modifiche legislative che avrebbero ricostruito la fiducia negli Usa in relazione al trattamento dei dati degli europei. A quella richiesta non è seguito alcun impegno concreto. L’approvazione della riforma europea in materia di tutela dei dati personali renderebbe l’accordo Safe Harbor sostanzialmente inutile, in quanto la riforma prevede che un’azienda debba applicare al cittadino europeo le regole dell’Unione e non necessariamente ottemperare alle richieste dei tribunali locali (art. 43A definita clausola anti-FISA). 

Ma quella riforma è ancora lontana. Le promesse del governo americano ormai non bastano più, occorre qualcosa di più concreto. Forse però è vero che la risposta tedesca appare la soluzione sbagliata, che porterebbe ad una frammentazione della rete internet, realizzando in rete la nuova cortina di ferro. Probabilmente il mezzo migliore sarebbe incentivare misure di protezione online, come la cifratura delle comunicazioni. 
Il problema è che le misure di protezione tecnologiche tese ad impedire lo spionaggio Usa, poi impedirebbero anche ai governi europei di monitorare i propri cittadini. 
E questo per alcuni appare un problema.

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venerdì 22 giugno 2012

Flame: rallenta il programma nucleare dell'Iran


Flame: creato dalla CIA americana e dall'esercito d'Israele


 “Parrebbe che dietro lo sviluppo di Flame ci sarebbe la CIA e l'esercito israeliano con lo scopo di rallentare il programma nucleare dell'Iran”

Ci sarebbero le prime conferme in merito al coinvolgimento degli USA e di Israele nello sviluppo del malware Flame. La notizia è da poco stata riportata da Arstechnica e viene già rimbalzata anche da autorevoli accout Twitter come quello di Eugene Kaspersky. Nel caso di Flame venne ipotizzato sin dal primo momento un quadro differente da quello che contraddistingue lo sviluppo di un malware comune: pareva chiaro che dietro tale codice vi fossero strutture capaci e soprattutto con interessi particolari.
Stando alla fonte dietro Flame ci sarebbero risorse della CIA e dell'esercito israeliano. Sembrerebbe anche confermato lo scopo di Flame: il malware aveva lo scopo di rallentare il programma nucleare iraniano. Flame venne alla luce nel corso di indagini relative a un attacco malware ai danni di raffinerie di petrolio iraniane, anche se la vicenda non è ancora del tutto chiara e circostanziata.
Flame è un malware che ha chiari scopi legati allo spionaggio: sui sistemi infetti è capace di accedere a risorse hardware particolari, come microfono, webcam, modulo Bluetooth e simili, con lo scopo di sottrarre informazioni riservate. Le prime analisi hanno confermato una notevole complessità del codice e proprio questa caratteristica lo fa rientrare nella categoria di malware che già ospita il ben noto Stuxnet. I dettagli relativi a Flame e alla strategia che si celava dietro tale malware verranno provìbabilmente svelati nel prossimo futuro.

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