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mercoledì 18 luglio 2018

Google: multa miliardaria della Ue per Android


sanzione miliardaria a Google dall’Antitrust europeo

La società: «Faremo ricorso» 
Nell’ecosistema del sistema operativo vengono favoriti i servizi proposti da Mountain View a discapito dei concorrenti. Bloomberg: multa pari a 4,34 miliardi di euro. La società ha 90 giorni per mettersi in regola. Ma ha già annunciato che farà ricorso

Una (nuova) sanzione miliardaria a Google dall’Antitrust europeo. Questa volta la cifra è pari a 4,34 miliardi di euro. Il servizio preso di mira è il sistema operativo più utilizzato nel mondo — detiene circa l’86 per cento del mercato degli smartphone — Android. La Commissione europea ne ha messo sotto indagine la posizione dominante sin dall’aprile del 2015, assecondando le critiche di Fairsearch, un gruppo che comprendeva originariamente anche Microsoft, Nokia e Oracle. Dalla documentazione accumulata in anni, è emerso come il sistema operativo favorisca sin dal 2011 l’utilizzo di servizi sempre appartenenti all’ecosistema Google, a cominciare dal browser Chrome e da Google Search, poi Gmail o Google Maps. Imponendo, secondo la Commissione, «restrizioni illegali ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la propria posizione dominante nella ricerca generale su Internet». Abuso di posizione dominante, dunque. Che costa a Mountain View una delle sanzioni più alte mai decise dall’Ue e la più alta per questa ragione.



90 giorni di tempo per adeguarsi
La Commissione dà anche un termine preciso per la condotta giudicata scorrette: Google ha 90 giorni di tempo, «altrimenti dovrà affrontare le penali fino al 5 per cento del fatturato medio giornaliero di Alphabet, società madre di Google». Nel primo trimestre del 2018 superava i 31,16 miliardi di dollari, con una crescita del 26 per cento rispetto all’anno precedente. In totale, nel 2017, i ricavi avevano superato i 110 miliardi. «Monitoreremo molto da vicino» l’applicazione della decisione su Android, ha detto Vestager, sottolineando che le altre inchieste su Google rimangono di «massima priorità» per l’Antitrust Ue.

Google farà ricorso
Da Mountain View arriva subito la replica: farà ricorso. Interviene il Ceo Sundar Pichai, che sul blog ufficiale rifiuta la posizione della Commissione europea che «non riconosce quanta scelta Android sia in grado di offrire alle migliaia di produttori di telefoni e operatori di reti mobili che realizzano e vendono dispositivi Android; ai milioni di sviluppatori di app di tutto il mondo che hanno costruito il proprio business con Android; e ai miliardi di consumatori che ora possono permettersi di acquistare e utilizzare dispositivi Android all’avanguardia. Oggi, grazie ad Android, ci sono più di 24.000 dispositivi, di ogni fascia di prezzo e di oltre 1.300 diversi marchi». Da sempre la società respinge le accuse con questa convinzione: il vicepresidente Kent Walker nel 2016 aveva scritto sul blog ufficiale che Android avrebbe creato un ecosistema competitivo, dove c’è equilibrio tra «interessi degli utenti, degli sviluppatori, dei produttori di hardware e di operatori. Android non ha minato alla concorrenza, anzi l’ha ampliata». Una posizione reiterata anche da Pichai: «Sino ad ora, il modello di business di Android ci ha permesso di non far pagare ai produttori di telefoni a nostra tecnologia e di non dipendere da un modello di distribuzione strettamente controllato. Tuttavia, siamo preoccupati che la decisione di oggi possa alterare il delicato equilibrio che abbiamo creato per Android, e che questo rappresenti un segnale allarmante in favore dei sistemi proprietari e a svantaggio delle piattaforme aperte. La decisione di oggi rifiuta il modello di business che supporta Android».

Libertà di scelta per i produttori
Nelle intenzioni della Commissione europea c’è quindi quella di lasciare liberi i produttori di dispositivi Android di scegliere quali app pre-installare, quindi la possibilità di pescare anche al di fuori dell’universo di Mountain View. Sono stati studiati i contratti che vengono loro sottoposti e tra le clausule ci sono infatti obblighi di far trovare all’utente sul nuovo telefono le applicazione per navigare online di Big G (Chrome in primis) o quelle per scaricare altre app (Google Play Store). Come ha sottolineato la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, «Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni imposte da Google ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete per garantire che il traffico su dispositivi Android vada al motore di ricerca di Google. In questo modo, Google ha utilizzato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca. Queste pratiche hanno negato ai concorrenti la possibilità di innovare e competere nel merito. E hanno negato ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva nell’importante sfera mobile. Tutto ciò è illegale sotto le regole antitrust dell’Ue».

Google, sanzione di 2,4 miliardi dall’Antitrust Ue per abuso di posizione dominante

Multa miliardaria
La prima sanzione per Google Shopping
La sanzione arriva dopoun’altra multa, sempre ordinata dalla Commissaria per l’Antitrust Margrethe Vestager, pari a 2,4 miliardi di euro, per aver sfruttato il monopolio delle ricerche online per favorire il suo servizio di Shopping, un comparatore di prezzi. Circa un anno fa, a fine giugno 2017, la sentenza era la stessa: abuso di posizione dominante. Google aveva subito fatto ricorso alla Corte di Giustizia Ue, ma aveva poi, a settembre, avanzato una proposta per trovare una soluzione al problema: la presentazione, sulle sue pagine web, dei siti concorrenti scelti attraverso un’asta. Gli spazi sulla sua sezione, chiamata Product Listing Ads, verrebbero quindi riempiti dagli annunci di prezzi di altre piattaforme. Eccetto i primi due, che sarebbero comunque riservati a Google Shopping.

Antitrust, da Google a Apple, le multe miliardarie dell’Unione europea alle multinazionali


Apple: 13 miliardi di euro
La terza indagine
Non finisce qui per Google, da sette anni nel mirino delle autorità europee. Troppo potere in troppi settori dove si rischia una situazione di monopolio che si traduce in nessuna possibilità di scelta per i consumatori. «Obiettivo della Commissione è applicare le norme antitrust dell’Ue per garantire che le imprese operanti in Europa, ovunque si trovi la loro sede, non privino i consumatori europei della più ampia scelta possibile o non limitino l’innovazione», aveva dichiarato la Commissaria europea per la politica di concorrenza Margrethe Vestager nel 2015. Un terzo fronte è stato aperto nel settore dei servizi di raccolta pubblicitaria. Qui le accuse sono rivolte alla piattaforma AdSense, intermediario tra chi vuole vendere advertisement sul web e chi invece vuole offrire spazi sul proprio sito. Anche qui secondo Google non c’è situazione di monopolio, riscontrando l’esistenza di molte piattaforme concorrenti.

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giovedì 12 luglio 2018

Inizia l’era del 5G

Inizia oggi una nuova tappa del percorso che porterà l’Italia a dotarsi di una tecnologia innovativa, la rete 5G

"Inizia oggi una nuova tappa del percorso che porterà l’Italia a dotarsi di una tecnologia innovativa, la rete 5G , che non è semplicemente un’evoluzione del 4G ma è una piattaforma che apre nuove opportunità di sviluppo per il nostro sistema economico, una tecnologia che rappresenta un punto di rottura con il passato, sia per quanto riguarda la velocità sia il tempo di latenza e offre potenzialità enormi sul fronte dei servizi che potranno essere sviluppati". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi di Maio. 

La connessione sarà sempre più veloce e alla portata di tutti

"La connessione sarà sempre più veloce e alla portata di tutti, coerentemente con gli obiettivi della Next Generation Mobile Networks Alliance, l’associazione di operatori, venditori, produttori e istituti di ricerca operanti nel settore della telefonia mobile, che prevede che le reti 5G dovranno anche soddisfare le esigenze di nuovi casi d'uso, come l'Internet of things (dispositivi connessi a Internet) nonché servizi di trasmissione e linee di comunicazione d'importanza vitale
 in occasione di disastri naturali”, prosegue.

IL BANDO - “E' stato approvato il bando di gara e il relativo disciplinare - continua il Ministro -, i cui testi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale saranno disponibili sul sito internet del Ministero. La procedura di gara per l’assegnazione dei diritti d’uso di frequenze radioelettriche da destinare a servizi di comunicazione elettronica in larga banda mobili terrestri bidirezionali nelle bande 694-790 MHz, 3600-3800 MHz e 26.5-27.5 GHz prende l’avvio delle disposizioni della legge di bilancio 2018 che prevedeva importanti misure economiche per favorire la transizione alla nuova tecnologia 5G”, aggiunge. “Con la pubblicazione del bando e del disciplinare di gara, l'Italia si conferma tra i paesi leader in Europa per lo sviluppo del 5G. Questo atto rappresenta, infatti, un’importante decisione strategica che ci pone all'avanguardia sia per la quantità e la qualità dello spettro messo a disposizione degli operatori di comunicazione elettroniche sia per le potenzialità di sviluppo di servizi innovativi per i cittadini, le imprese e per la stessa pubblica amministrazione. Le caratteristiche di tale nuova tecnologia consentirà la digitalizzazione di ampi settori economici: dai trasporti all’industria, all’agricoltura, alla cultura, alla scuola, alla sanità, al turismo, all’ambiente, garantendo ampi margini di crescita per il nostro Paese”, dice ancora Di Maio.

“Le differenze tra il 4G e il 5G - continua il Ministro - vanno al di là della maggiore velocità e si traducono, come già anticipato, in un più elevato numero di dispositivi connessi simultaneamente, in una più elevata efficienza spettrale di sistema (volume di dati per unità di area), un più basso consumo delle batterie, una migliore copertura, alte velocità di trasmissione in porzioni più grandi dell'area di copertura, latenze inferiori, un più elevato numero di dispositivi supportati, costi più bassi per l'installazione delle infrastrutture, una più elevata versatilità e scalabilità e, infine, una più elevata affidabilità delle comunicazioni”.

“Voglio infine rimarcare come la connessione a Internet sia espressione di democrazia e debba essere considerata un diritto primario di ogni cittadino. Tutti i consumatori avranno diritto alla fruizione dei servizi di fonia e internet a un prezzo accessibile, come stabilito dagli artt. 79 e 80 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche approvato dal Parlamento Europeo” ribadisce Di Maio. “C’è libertà degli Stati di prevedere fondi interamente nazionali o privati per sostenere la misura. C’è inoltre libertà degli Stati di prevedere che le fasce deboli abbiano pacchetti agevolati in modo tale che non siano socialmente escluse arrivando a erogare il servizio gratis, se ritenuto necessario, compatibilmente con il regolamento sul regime di aiuti di stato. Internet - conclude il Ministro - deve essere considerato un bene di prima necessità, alla stregua dell’acqua e dell’energia elettrica, accessibile a tutti, in special modo ai più svantaggiati economicamente”.
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mercoledì 20 giugno 2018

Nuove regole sulla privacy per il tuo sito web

Nuove regole sulla privacy per il tuo sito web

Nuove regole sulla privacy: 
ecco cosa cambia per il tuo sito web

Come mettere in regola rapidamente il tuo sito web con le nuove regole sulla privacy?

Scatta il 25 maggio 2018 il termine ultimo per mettersi in regola con le nuove normative, decise dal legislatore europeo, sulla privacy degli spazi web.

Non tutti hanno la certezza di essere in regola e, anche quando si sono mossi per risolvere la questione, resta addosso uno spiacevole dubbio.

Di solito, la privacy policy, una pagina scritta appositamente e inserita nel proprio dominio, compare sul fondo di un sito, di un blog, di un eCommerce, attraverso un box, generalmente rettangolare, dove il titolare dello spazio web fornisce agli utenti delle informazioni su se stesso, e su quelle altrui raccolte, finalità e modalità per cui queste notizie sono tracciate, tutti i soggetti coinvolti nel trattamento, le misure di sicurezza applicate e le modalità con cui è 
possibile verificare queste stesse informazioni.



Quando è obbligatoria la privacy policy?
La privacy policy è obbligatoria, pena pesanti sanzioni, quando il proprio dominio:

Raccoglie dati personali (e-mail, dati anagrafici ecc.).
Raccoglie dati per fini non esclusivamente personali.
Coinvolge un soggetto terzo (Facebook, Google, Youtube ecc.).


Cosa deve stabilire la privacy policy?
La privacy policy deve informare, gli utenti dello spazio web, con precisione su:

Quali sono i dati personali raccolti.
Quali modalità di tracciatura sono state utilizzate.
Quali finalità aveva la raccolta di tali dati.
Chi è il titolare di questa raccolta dati, il responsabile e
 l’eventuale rappresentante che è stato designato.
Chi sono tutti i soggetti coinvolti nella condivisione dei dati.


Quali sono le soluzioni ricercate per la privacy policy?
Le soluzioni che gli utenti della rete hanno individuato sono le più disparate: dal contattare un avvocato, fino a copiare le privacy policy di altri siti. Risposte che possono essere molto costose, quando ci si rivolge a un professionista, oppure molto approssimative, quando si copia il materiale altrui senza conoscerne nemmeno la fonte. Alcuni utenti si limitano a non fare nulla, optando per la soluzione dello struzzo: nascondere la testa sotto la sabbia.

In quest’ultimo caso, il rischio di incorrere nelle pesanti sanzioni stabilite per i trasgressori delle normative, è molto alto.



Prima possibile soluzione per la privacy policy
Se andiamo per esclusione, se non abbiamo un budget medio-alto per ricorrere a un libero professionista, se non vogliamo rischiare di copiare materiale proveniente da fonti incerte, una possibile soluzione è quella adottata da molti gestori di spazi web: Iubenda.

Si tratta di un’azienda italiana nata proprio per risolvere, velocemente, il problema relativo alla privacy policy. Per farlo, è sufficiente elencare a Iubenda le informazioni necessarie per la creazione del banner (una lista che l’azienda in questione fornirà, al momento della scelta, tramite le FAQ, un blog e un servizio di assistenza clienti).

La scelta di creare una privacy policy tramite il servizio Iubenda è automatizzata ed ha un costo annuale contenuto. Altrimenti è possibile consultare il loro servizio legale, con un costo che, naturalmente, tende a salire. Per un periodo iniziale è possibile utilizzare questo servizio in maniera gratuita e decidere, successivamente, se affidarsi a Iubenda con l’acquisto di una delle opzioni offerte.



Seconda possibile soluzione per la privacy policy
Una seconda soluzione per l’informativa da scrivere è la scelta autonoma. Occorre armarsi di molta pazienza, attenzione e conoscere alla perfezione la natura tecnica del proprio dominio web. I punti essenziali da riportare sono:

Tipo di informazioni dell’utente raccolte. È meglio spiegare anche la ragione per cui queste informazioni sono raccolte.
Come sono archiviate le informazioni raccolte. Il nome del provider, il tipo di software utilizzato ecc.
Se e con chi queste informazioni sono condivise, compresa la possibilità, da parte dell’utente, di negare questa condivisione.
Specificare quali sono le terze parti (Facebook, Google ecc.) con cui condividi le informazioni e spiegarne la ragione.
Includere una informativa sui cookies.
Includere una limitazione di responsabilità.


Altre soluzioni per la privacy policy
Tutto qui? No. Il web è un mare di opportunità e differenti scelte, più o meno affidabili. Esistono infatti altre soluzioni (e ogni giorno ne nascono di nuove), utilizzate da spazi web che si sono indirizzati verso servizi internazionali, alternativi all’italiana Iubenda e alla scelta autonoma.

C’è Privacy Policy Online, che richiede l’inserimento dell’URL e alcune informazioni base sul proprio dominio, per generare una privacy policy automatizzata e specifica.
C’è Free Privacy Policy.com, che necessita di una compilazione dati molto più dettagliata.
C’è poi la soluzione offerta da TermsFeed, che propone un generatore gratuito facilmente personalizzabile.
WordPress, invece, attraverso l’utilizzo di uno specifico plugin, permette il collegamento alle sue pagine legali, generando facilmente un’informativa privacy di base.


La privacy policy è un punto di arrivo?
La privacy policy che dovrà essere in regola, come termine ultimo, entro il 25 maggio 2018 non sarà un punto di arrivo definitivo, ma un’informativa che potrebbe essere modificata in seguito, con nuovi accorgimenti e direttive. La privacy policy rappresenta perciò un punto di partenza a cui tutti devono uniformarsi, rimanendo però aggiornati su possibili variazioni future.
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mercoledì 6 giugno 2018

Facebook condivisi Dati con 4 aziende Cinesi

Facebook è gratis ma il Guadagno siamo NOI

Non si placano le polemiche su Facebook.
 Dopo quanto rivelato sugli accordi sottoscritti dal social network con decine di produttori di telefonini e di altri dispositivi elettronici, con relativa condivisione di alcuni dati degli utenti, il quotidiano newyorchese ritorna sulla vicenda. L'azienda fondata da Mark Zuckerberg, ha accordi di condivisione dei dati che risalgono al 2010 con almeno quattro produttori cinesi, compreso un gigante dell'elettronica che ha uno stretto rapporto con il governo di Pechino. Le aziende in questione sono la Huawei, elencata dall'intelligence Usa tra le minacce per la sicurezza nazionale, la Lenovo, Oppo e Tcl. Rappresentanti di Facebook, in un'intervista al quotidiano, hanno riferito che l'accordo con la Huawei verrà interrotto entro la fine di questa settimana.

GLI ACCORDI - Gli accordi con i produttori di telefoni e dispositivi elettronici, che comprendono aziende quali Amazon, Apple, Blackberry e Samsung furono lanciati nel 2007 per spingere gli utenti ad accedere al social network attraverso i propri dispositivi, prima che l'app Facebook per dispositivi mobili fosse messa a punto. Gli accordi consentirono ai produttori di telefoni di fornire sui propri dispositivi caratteristiche simili a Facebook, come rubriche degli amici, 
pulsanti "mi piace" e aggiornamenti di stato.

LE ACCUSE - Ma i partenariati, la cui portata non è stata precedentemente segnalata, sollevano preoccupazioni circa la tutela della privacy della società e la conformità con il decreto di consenso del 2011 della Federal Trade Commission. Facebook ha consentito ai dispositivi di accedere ai dati degli amici degli utenti senza il loro esplicito consenso, anche dopo aver dichiarato che non avrebbe più condiviso tali informazioni con gli estranei. Alcuni creatori di dispositivi potevano recuperare informazioni personali anche da amici degli utenti che ritenevano di aver vietato qualsiasi condivisione, ha rilevato The New York Times.

HUAWEI - In una nota ufficiale Huawei precisa che "come tutti i principali produttori di smartphone, ha lavorato insieme a Facebook per rendere i suoi servizi maggiormente fruibili da parte degli utenti. Huawei non ha mai raccolto né archiviato alcun dato degli utenti di Facebook".

Facebook è gratis ma il Guadagno siamo NOI

Controlla il tuo Profilo 
Scopri se sei stato spiato e i tuoi dati venduti ad aziende, in totale disprezzo della privacy, e magari fai causa, grazie al Codacons. In queste ore Facebook ha diffuso il link attraverso il quale gli iscritti al social network possono verificare se i propri dati e quelli dei propri amici siano stati utilizzati da Cambridge Analytica. Lo ricorda il Codacons che lo definisce “un passo fondamentale ai fini della class action promossa dal Codacons negli Stati Uniti a tutela degli utenti italiani”.
ECCO IL LINK PER SCOPRIRLO E FARE CAUSA.


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Nuova bufera su Facebook

Nuova bufera su Facebook

Mentre Facebook cercava di diventare il servizio di social media dominante nel mondo, ha raggiunto accordi che consentono ai produttori di telefoni e altri dispositivi di accedere a una grande quantità di informazioni personali degli utenti. Lo rivela il New York Times.

Facebook ha raggiunto partenariati per la condivisione dei dati con almeno 60 produttori di dispositivi - tra cui Apple, Amazon, BlackBerry, Microsoft e Samsung - nell'ultimo decennio, a cominciare dalle applicazioni di Facebook erano ampiamente disponibili sugli smartphone. Le offerte hanno consentito a Facebook di espandere la propria portata e consentire ai produttori di dispositivi di offrire ai clienti funzionalità popolari del social network, quali messaggi, pulsanti e rubriche.

Ma i partenariati, la cui portata non è stata precedentemente segnalata, sollevano preoccupazioni circa la tutela della privacy della società e la conformità con il decreto di consenso del 2011 della Federal Trade Commission. Facebook ha consentito al dispositivo di accedere ai dati degli amici degli utenti senza il loro esplicito consenso, anche dopo aver dichiarato che non avrebbe più condiviso tali informazioni con gli estranei. Alcuni creatori di dispositivi potevano recuperare informazioni personali anche da amici degli utenti che ritenevano di aver vietato qualsiasi condivisione.



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Scopri se sei stato spiato e i tuoi dati venduti ad aziende, in totale disprezzo della privacy, e magari fai causa, grazie al Codacons. In queste ore Facebook ha diffuso il link attraverso il quale gli iscritti al social network possono verificare se i propri dati e quelli dei propri amici siano stati utilizzati da Cambridge Analytica. Lo ricorda il Codacons che lo definisce “un passo fondamentale ai fini della class action promossa dal Codacons negli Stati Uniti a tutela degli utenti italiani”.
ECCO IL LINK PER SCOPRIRLO E FARE CAUSA.



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lunedì 4 giugno 2018

Privacy violata su Facebook: ecco il link per scoprirlo e fare causa


Privacy violata su Facebook

Privacy violata su Facebook: 
ecco il link per scoprirlo e fare causa.

Scopri se sei stato spiato e i tuoi dati venduti ad aziende, in totale disprezzo della privacy, e magari fai causa, grazie al Codacons. In queste ore Facebook ha diffuso il link attraverso il quale gli iscritti al social network possono verificare se i propri dati e quelli dei propri amici siano stati utilizzati da Cambridge Analytica. Lo ricorda il Codacons che lo definisce “un passo fondamentale ai fini della class action promossa dal Codacons negli Stati Uniti a tutela degli utenti italiani”.

”Invitiamo tutti gli iscritti a Fb a collegarsi all’apposito link e accertare il proprio coinvolgimento nello scandalo Datagate – afferma il presidente Carlo Rienzi -chiunque risulterà ‘positivo’ alla verifica potrà aderire alla class action promossa dal Codacons e ottenere il risarcimento danni da Facebook per uso illecito dei dati personali”.
E' SUFFICIENTE CLICCARLO CON LA PROPRIA
PAGINA FACEBOOK APERTA
 Il link utile, ricorda l’associazione, è il seguente: https://www.facebook.com/help/1873665312923476?helpref=search&sr=1&query=cambridge

”Rivolgiamo un appello agli italiani affinché eseguano il test in questione, avvisando anche i propri amici di un eventuale coinvolgimento nello scandalo, e li invitiamo a contattarci immediatamente qualora dal sito Facebook risulti l’utilizzo dei loro dati da parte
 di Cambridge Analytica” 
– conclude Rienzi.

Il Codacons ha avviato la sua class action contro Facebook. L’ associazione dei consumatori, l’ unica al momento ad essersi mossa in questa direzione, ha deciso di lanciare negli Usa contro Facebook una class action in favore dei cittadini i cui dati sensibili siano stati utilizzati
 in violazione delle norme vigenti.

Le conseguenze per Facebook si fanno sempre più pesanti in seguito allo scandalo Cambridge Analytica. Dopo l’ apertura di un’ istruttoria su Facebook “per informazioni ingannevoli su raccolta e uso dati”, da parte dell’ Autorità Garante della Concorrenza, e dopo la presentazione di un esposto presso la Procura di Roma, il Codacons avvia la sua class action contro Facebook. L’ associazione dei consumatori, l’ unica al momento ad essersi mossa in questa direzione, ha deciso di lanciare negli Usa contro Facebook una class action in favore dei cittadini i cui dati sensibili siano stati utilizzati in violazione delle norme vigenti.

https://codacons.it/facebook-il-codacons-avvia-una-class-action-contro-facebook-previsti-risarcimenti/

Mentre Facebook cercava di diventare il servizio di social media dominante nel mondo, ha raggiunto accordi che consentono ai produttori di telefoni e altri dispositivi di accedere a una grande quantità di
 informazioni personali degli...


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lunedì 28 maggio 2018

Ecco i Virus Svuota Conto Corrente

Virus Svuota Conto Corrente


Scoperta una nuova famiglia di trojan bancari che impiega tecniche innovative per aggirare le protezioni dei moderni browser e rubare soldi dai conti correnti delle vittime. E' quanto hanno rilevato i ricercatori di ESET, in riferimento ad una nuova minaccia chiamata 'BackSwap'.

Il primo esemplare di questo malware - si legge sul sito del Cert Italia (Computer Emergency Response Team) - è stato rilevato come Win32/BackSwap.A e individuato lo scorso 13 marzo, distribuito in una serie di campagne di e-mail fraudolente ai danni di utenti polacchi.

VIA MAIL - "I messaggi di spam utilizzati in queste campagne includono un allegato malevolo contenente codice JavaScript altamente offuscato, identificato come una variante del trojan downloader Nemucod" avvertono gli esperti.

"Il dowloader scarica sul PC della vittima una versione modificata di un’applicazione apparentemente legittima, contenente il payload del malware e progettata in modo da confondere la vittima e rendere più difficile l’individuazione del codice malevolo". Tra le applicazioni utilizzate da chi ha creato BackSwap per nascondere il trojan figurano TPVCGateway, SQLMon, DbgView, WinRAR Uninstaller, 7Zip, OllyDbg e FileZilla Server.

COSA ACCADE - "Allo scopo di intercettare le comunicazioni del browser della vittima e dirottare le transazioni bancarie - aggiungono gli esperti - la maggior parte dei trojan bancari attivi in-the-wild, come Dridex, Ursnif, Zbot, TrickBot, Qbot e molti altri, inietta il proprio codice nello spazio di indirizzamento del browser e aggancia le funzioni specifiche che gli consentono di intercettare il traffico HTTP in chiaro".

Questa è però una tecnica di "difficile attuazione in quanto prevede l’impiego di moduli progettati specificamente per i diversi browser e per le diverse architetture (32 e 64 bit) e può essere intercettata dalle misure di sicurezza anti-hijacking degli applicativi o da soluzioni di sicurezza di terze parti".

NUOVO VIRUS - BackSwap, invece, "utilizza un approccio completamente diverso". Al posto di interagire coi browser al livello di processo, "questo trojan registra funzioni di 'hook' per eventi di Windows relativi ad elementi di interfaccia utente delle applicazioni, tra i quali ad esempio EVENT_OBJECT_FOCUS, EVENT_OBJECT_SELECTION, EVENT_OBJECT_NAMECHANGE".

Sfruttando questi eventi, "il malware è in grado di rilevare quando un browser Web si connette a specifici URL corrispondenti ad applicazioni di home banking note. Una volta individuata la banca bersaglio, il malware carica nel browser il codice JavaScript malevolo corrispondente".

TECNICA INNOVATIVA - Inoltre, "invece di utilizzare la console dello sviluppatore per caricare ed eseguire il codice malevolo, come fanno molti altri malware di questo tipo, BackSwap fa in modo che il codice venga eseguito direttamente dalla barra degli indirizzi del browser, mediante il protocollo standard javascript:".

Insomma, sottolineano gli esperti, "il malware simula tutti gli eventi di tastiera necessari a scrivere il codice direttamente nella barra degli indirizzi e a mandarlo in esecuzione. BackSwap è in grado di applicare questa tecnica in Google Chrome, in Mozilla Firefox e - in versioni più recenti del malware - anche in Internet Explorer, aggirando con successo le funzioni di protezione di questi browser".

OCCHIO AI BONIFICI - Gli script malevoli vengono iniettati da BackSwap in pagine specifiche dei siti bancari, da cui "l'utente può effettuare trasferimenti di denaro, ad esempio con un’operazione di bonifico verso un altro conto corrente. Quando viene avviata la transazione, il codice malevolo sostituisce di nascosto il codice del conto di destinazione con quello dell’attaccante, che riceverà quindi il denaro al posto del corretto beneficiario".

"Questa tecnica non può essere contrastata dalle misure di sicurezza delle applicazioni di home banking, in quanto l’utente risulta già autenticato e l’operazione già autorizzata mediante l’uso di sistemi a due fattori (OTP, codici di autorizzazione, token crittografici)".

CHI COLPISCE - Al momento, si legge sul sito del CERT, "BackSwap colpisce unicamente un numero limitato di banche polacche ma non si può escludere che i suoi autori possano ampliare in futuro il loro raggio di azione, prendendo di mira istituti bancari di altri Paesi europei".


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giovedì 17 maggio 2018

Facebook: cancellati oltre 500 mln di Profili Falsi



Facebook ha rimosso 837 milioni di contenuti di spam nel primo trimestre del 2018, quasi il 100% dei quali sono stati trovati e contrassegnati prima che qualcuno li segnalasse. E' quanto emerge dal Report sull'applicazione degli Standard della Comunità del social network in cui si precisa che sempre nel primo trimestre 2018 il social ha disattivato circa 583 milioni di account falsi "la maggior parte dei quali bloccati entro pochi minuti dalla loro creazione". Nel primo trimestre la stima è che fosse ancora falso il 3-4 per cento degli account attivi su Facebook.

Facebook ha inoltre rimosso 21 milioni di contenuti di nudo di adulti o pornografici nel primo trimestre del 2018, "il 96% dei quali rilevati dalla nostra tecnologia prima di essere segnalati. Stimiamo, comunque, che su ogni 10.000 contenuti visualizzati su Facebook, 7-9 visualizzazioni abbiano riguardato contenuti che - si legge nella nota in cui il social diffonde i dati del Report- violavano i nostri Standard su nudo e pornografia".

Sono stati rimossi o etichettati come potenzialmente pericolosi circa tre milioni e mezzo di contenuti violenti nei primi tre mesi del 2018, l'86% dei quali identificati dalla tecnologia di Fb prima che venissero segnalati. Sono stati, inoltre, rimossi due milioni e mezzo di contenuti che incitavano all'odio, il 38% dei quali sono stati rilevati direttamente dalla nostra tecnologia.


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venerdì 4 maggio 2018

Linkedin festeggia 15 anni


Quindici anni fa si utilizzavano ancora i fax per mandare comunicazioni importanti. Ora si è costantemente connessi alle email, alle chat e ai social network: una rivoluzione che ha cambiato anche il modo di cercare (e trovare) lavoro. E uno degli attori principali di questa rivoluzione è LinkedIn, che in questi giorni festeggia i suoi 15 anni di vita.

E proprio l’Italia rappresenta la terza più grande community nazionale di workers 4.0 d’Europa con i suoi oltre 11 milioni di utenti presenti sulla piattaforma. L'Italia si colloca subito dopo Inghilterra (oltre 25 milioni di lavoratori presenti sulla piattaforma) e Francia (16 milioni), e prima della cosiddetta la regione Dach (composta da paesi come Germania, Austria e Svizzera), a quota 11 milioni di membri, e della Spagna, che si ferma a 10 milioni di utenti. La più grande rete professionale online del mondo ha raggiunto gli oltre 562 milioni di utenti a livello globale.

“Quando abbiamo aperto la sede italiana nel 2011 c’erano poco più di due milioni di iscritti al network -ha commentato Marcello Albergoni, Head of Italy di LinkedIn-. Poter annunciare oggi di aver quintuplicato questo numero in poco più di sei anni ci rende orgogliosi del nostro lavoro e di far parte di un progetto che ogni giorno aiuta milioni di persone ad avere successo nella propria carriera. Un risultato che ci fa capire come ciò che abbiamo fatto in questi anni sia stato davvero qualcosa di grande e importante e non vediamo l’ora di raggiungere nuovi traguardi, supportando sempre di più professionisti e aziende a farsi trovare e scoprire”.

Nato nel 2003 come la prima piattaforma di social media per professionisti, LinkedIn ha raggiunto 2.708 utenti nella sua prima settimana e due anni dopo questo numero si è trasformato in 2 milioni di lavoratori iscritti al network. Originariamente pensato per trovare lavoro in maniera semplice e creare connessioni, la piattaforma è diventata velocemente un posto dove i suoi utenti potevano interagire e discutere di argomenti importanti per loro e per il futuro delle loro carriere.

“Proprio come il mondo del lavoro, LinkedIn si è evoluto ed espanso negli ultimi 15 anni trasformandosi e adattandosi alla nuova era digitale, seguendo trend come la veloce crescita del settore tecnologico o il continuo sviluppo di segmenti dell’innovazione come l’intelligenza artificiale, il controllo vocale e la robotica -ha continuato Albergoni-. Come il numero degli utenti italiani presenti sulla nostra piattaforma è cresciuto rapidamente così anche la varietà delle professioni rappresentate è aumentata, evidenziando una grande propensione dei lavoratori peninsulari verso mondi come quello della finanza, della moda, delle startup e dell’industry 4.0, come emerso anche dalle nostre ultime ricerche".

"Un segnale questo che sottolinea come ormai il ventaglio di opportunità presenti sulla nostra piattaforma non si riferisca più a una singola categoria di lavoratori. Che tu sia un pilota o un insegnante di yoga, un venditore o un tester di birre hai a tua disposizione una community di oltre 11 milioni di persone in Italia e oltre mezzo miliardo a livello globale che possono aiutarti a raggiungere i tuoi successi professionali”, ha concluso Albergoni.


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giovedì 26 aprile 2018

Europa : Whatsapp vietato a minori di 16 anni


Whatsapp ha aumentato l'età minima per utilizzare
 il suo servizio da 13 a 16 anni in Europa. 
Per tutti gli altri utenti nel mondo resta a 13 anni. 
La decisione rientra in un aggiornamento dei suoi Termini di Servizio 
comunicato con un post sul suo blog e fa parte dei provvedimenti presi in vista del nuovo Regolamento europeo sulla privacy (Gdpr) che sarà pienamente effettivo dal 25 maggio. Progressivamente nei prossimi giorni la popolare app di messaggistica chiederà agli utenti europei di confermare di essere almeno sedicenni quando dovranno approvare i nuovi termini di servizio e l'informativa sulla privacy emanate da una nuova entità, Whatsapp Irlanda. Anche se, nota Reuters, che per prima lo ha individuato, non è chiaro come sarà verificata l'età visto che non si prevede l'esibizione di un documento da parte dell'utente.

"Whatsapp ha istituito una società all'interno dell'Unione europea per fornire là i tuoi servizi e per rispettare nuovi standard di trasparenza elevati relativi a come proteggiamo la privacy dei nostri utenti", spiega il post. E questa non è l'unica novità. Ora la app permetterà anche di scaricare una copia dei propri dati, che conterrà non i messaggi (questi sono cifrati end-to-end, "nessuno, nemmeno WhatsApp", può leggerli o ascoltarli, ricorda il post), 
ma la lista dei propri contatti, i gruppi di cui si fa parte e i numeri bloccati.

In conclusione, "l'obiettivo di questo aggiornamento non è quello di chiedere nuovi permessi per raccogliere informazioni personali ma, semplicemente, di spiegare come usiamo e proteggiamo il numero limitato di informazioni che abbiamo su di te", specifica il post. Che ricorda come la app non condivida le informazioni degli account con la casa madre Facebook per rendere più mirate le inserzioni sul social. Anche se, precisa il post, "in futuro vogliamo collaborare in maniera più stretta con le altre aziende di Facebook e continueremo ad aggiornarti a mano a mano che sviluppiamo i nostri progetti". In passato Whatsapp aveva tentato di condividere i numeri e altri dati degli utenti con il social network ma era stata bloccata dall'Europa. Almeno fino a quando non si sarebbe trovato un metodo di condivisione compatibile con il Gdpr.

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lunedì 23 aprile 2018

I Social Network fanno Male alla Salute


Facebook può rendere più infelici e fa anche male alla salute. È l’impietosa diagnosi messa nero su bianco da uno studio pubblicato dall'American Journal of Epidemiology e citato dal Washington Post. Gli autori della ricerca hanno monitorato la salute mentale e le vite sociali di 5.208 adulti  per due anni, tra il 2013 e il 2015. Tutte le informazioni sulla loro salute, sulla loro vita e sull'uso di Facebook sono state monitorate giorno per giorno.
 La conclusione è che l'utilizzo di Facebook è strettamente legato a una salute fisica e psicologica peggiore: ad esempio, ogni volta che alla pubblicazione di uno status non corrisponde un numero di mi piace giudicato sufficiente, secondo lo studio, corrisponde un peggioramento del 5-8% dello stato fisico e mentale.    Facebook non ha incassato i risultati dello studio senza difendersi, e ha contro-citato uno studio della Carnegie Mellon University, secondo cui gli effetti di internet dipendono dalla quantità di tempo che l'utente trascorre on line.  E ha aggiunto che gli utenti che su Facebook hanno ricevuto più commenti e più “mi piace” godono di una soddisfazione sociale più alta dall'1 al 3% rispetto agli altri.     Altri due studi hanno puntato i fari sui social: uno studio condotto su 1.787 adolescenti americani mostra che i social hanno fatto aumentare il loro senso di isolamento, mentre l'altro realizzato su 1.500 giovani britannici ha evidenziato come i siti internet, in particolare quelli che si basano sulle immagini, hanno esacerbato i sentimenti di ansia e inadeguatezza. Ma perché l'attività on line sarebbe così dannosa? «La risposta - dicono i ricercatori - è che sostituire interazioni personali dirette con i contatti on line puo' minacciare la salute. Quello di cui la gente ha davvero bisogno è di amicizie e di interazioni reali».

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Vola il Mercato della Casa Connessa


Internet of Things

Nel 2015 erano 5 miliardi. Nel 2021 saranno 46. 
Parliamo degli oggetti reali connessi ad Internet, diversi dai computer e dai nostri cellulari. 
Frigo che informano sullo stato della spesa alimentare, lavatrici che possiamo attivare dal cellulare, sensori e videocamere che scrutano la nostra casa contro il rischio furti, impianti di riscaldamento che si avviano o si spengono in base  al clima, garantendo un risparmio energetico. La casa degli italiani è sempre più smart e l’Internet of Things (Internet delle cose) nel nostro Paese vale 185 milioni di euro nel 2016,  +23% rispetto all’anno precedente. A delineare il quadro è la ricerca Smart Home dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano che ci rivela come il 26% dei consumatori italiani disponga  di almeno un oggetto intelligente e connesso nella propria abitazione e  il 58% ha intenzione di acquistarli in futuro.  I possibili impieghi dell’IoT sono molti e variegati.


 La maggioranza delle oltre 290 soluzioni per la casa connessa censite in Italia e all’estero (il 31%) è  dedicata alla sicurezza, tra videocamere di sorveglianza, serrature, videocitofoni connessi e sensori di movimento. Altro tema caldo è la gestione energetica che  conta su soluzioni per il controllo remoto degli elettrodomestici  (10%), la gestione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento (8%), il monitoraggio dei consumi dei dispositivi elettrici (10%).    Gli italiani non  ritengono comunque  ancora sufficientemente pronta l’offerta tecnologica: chi  non dispone già di oggetti connessi nella sua abitazione nel 50% dei  casi è  «in attesa di soluzioni tecnologicamente più mature» per  acquistarli. E c’è scarsa fiducia sulla possibilità che i dati personali siano protetti da eventuali attacchi hacker. 
Il 67% dei potenziali acquirenti è preoccupato per questo genere di rischi. Per Giulio Salvadori, ricercatore dell’Osservatorio Internet of Things, «è fondamentale prestare molta attenzione alla  tutela della privacy e della sicurezza, perché i consumatori sono tendenzialmente restii a condividere i propri dati, a meno di ricevere in cambio vantaggi concreti».



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mercoledì 18 aprile 2018

Facebook: Stretta su Under 15 con Permesso di un Genitore


Gli adolescenti tra i 13 e i 15 anni in alcuni paesi dell'Ue
 hanno bisogno del permesso di un genitore o di un tutore per compiere alcune azioni specifiche su Facebook , vedere inserzioni sulla base dei dati dei partner e includere nel loro profilo le opinioni religiose e politiche o interessati a. 
Ad annunciarlo è Facebook in una nota in adeguamento alle norme del Gdpr,
 il regolamento europeo sulla privacy.


"Quando il GDPR è stato finalizzato, ci siamo resi conto che si trattava di un'opportunità per investire ancora di più nella privacy - spiega la societù in una nota - vogliamo non solo rispettare la legge, ma anche andare oltre i nostri obblighi per costruire nuove e migliori esperienze di privacy per tutti su Facebook", aggiunge, riferendo di aver riunito "centinaia di dipendenti dei team di prodotto, ingegneri, legali, persone dei team di policy, design e ricerca" e aver raccolto "il contributo di persone esterne a Facebook con diverse prospettive sulla privacy, tra cui utenti, regolatori e funzionari governativi, esperti di privacy e designer".


NUOVE TUTELE - "Nelle ultime settimane abbiamo annunciato diverse misure per dare alle persone un maggiore controllo sulla loro privacy e spiegare come usiamo i dati - spiega la società in una nota - oggi annunciamo una nuova esperienza legata alla privacy per tutti su Facebook, come parte del regolamento generale sulla protezione dei dati della UE (Gdpr), inclusi gli aggiornamenti delle nostre Condizioni d'uso e della Normativa sui dati". Facebook offre nuove tutele per tutti, indipendentemente dal luogo di residenza. "A tutti - sottolinea il gruppo - indipendentemente da dove vivono, sarà chiesto di rivedere le informazioni su come Facebook usa i dati e di compiere scelte in merito alla loro privacy su Facebook. Questo avverrà in Europa a partire da questa settimana".



INSERZIONI - Facebook chiederà a tutti di effettuare delle scelte su inserzioni basate sui dati forniti dai partner pubblicitari, informazioni nel loro profilo e il consenso alla tecnologia di riconoscimento facciale. Quanto al primo punto, "le inserzioni su Facebook sono più rilevanti quando usiamo i dati forniti da partner pubblicitari, come siti e applicazioni che utilizzano strumenti di business come il nostro pulsante Mi piace. Chiederemo alle persone di rivedere le informazioni su questo tipo di pubblicità e di scegliere se vogliono o meno, che noi usiamo i dati dei partner per mostrare loro le inserzioni pubblicitarie".

PROFILO - Riguardo alle informazioni sul profilo, "se una persona ha scelto di condividere informazioni politiche, religiose e sulla situazione sentimentale sul proprio profilo, le chiederemo di scegliere se vuole continuare a condividerle e lasciarci usare queste informazioni. Come sempre, l'inserimento di queste informazioni nel profilo è completamente facoltativo. Stiamo rendendo più facile per le persone cancellarle, nel caso in cui non vogliano più condividerle", spiega Facebook.

RICONOSCIMENTO FACCIALE - L'utilizzo del riconoscimento facciale è completamente facoltativo per chiunque su Facebook. "Le nostre funzioni di riconoscimento facciale - si legge in una nota - aiutano gli utenti a proteggere la propria privacy e a migliorare l'esperienza su Facebook, ad esempio rilevando quando altri potrebbero tentare di utilizzare l'immagine di una persona come immagine del proprio profilo e consentendoci di suggerire amici che si potrebbero voler taggare in foto o video. Da oltre sei anni - spiega la società - offriamo prodotti che utilizzano il riconoscimento facciale nella maggior parte del mondo. Nell'ambito di questo aggiornamento, stiamo dando ai cittadini dell'UE e del Canada la scelta di attivare il riconoscimento facciale. L'utilizzo del riconoscimento facciale è completamente facoltativo per chiunque su Facebook".

ADOLESCENTI - Con l'adeguamento alle nuove norme sulla privacy, Facebook fornirà funzionalità speciali per i giovani. "Il Gdpr - si legge nella nota - riconosce l'importanza di fornire protezioni ed esperienze specifiche per gli adolescenti. Abbiamo integrato in Facebook molte protezioni speciali per tutti gli adolescenti, indipendentemente dalla loro posizione geografica. Ad esempio, le categorie pubblicitarie per gli adolescenti sono più limitate, e le loro opzioni predefinite di pubblico per i messaggi non includono la voce 'pubblico"'. "Disabilitiamo - prosegue Facebook - anche il riconoscimento facciale per chiunque abbia meno di 18 anni e limitiamo chi può vedere o cercare informazioni specifiche che gli adolescenti hanno condiviso, come la città natale o il compleanno. Nel corso di quest'anno lanceremo un nuovo centro online globale di risorse dedicate ai ragazzi, e faremo più educazione per rispondere alle loro domande più comuni sulla privacy".



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“SE SI VUOLE PROTEZIONE 
DEI DATI BISOGNA PAGARE”
 Questo è ciò che ha fatto capire Mark Zuckerberg. 
Il ricchissimo americano ha infatti, alla luce dell’ultimo scandalo di ...


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