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martedì 23 ottobre 2018

WhatsApp, grandi novità in arrivo dai vocali alle notifiche

WhatsApp, grandi novità in arrivo dai vocali alle notifiche

 (ma non per tutti)

WhatsApp, l'ultimo aggiornamento (versione 2.18.100) consentirà agli utenti di utilizzare nuove funzioni, utili e interessanti. Non tutti, però, potranno usufruirne: l'ultimo aggiornamento di WhatsApp è disponibile solo per smartphone con sistema operativo iOS 8 e superiori, escludendo quindi l'iPhone 6 e tutte le versioni precedenti.

Tra le novità, riservate per ora solo ad alcuni utenti Apple, quella più curiosa è senza dubbio la possibilità di ascoltare i messaggi vocali ricevuti in modo consecutivo: se un nostro contatto ci invia più di un audio, l'app li riprodurrà automaticamente uno dopo l'altro.

Molto interessanti anche altre due funzioni. La prima è la possibilità di visualizzare immagini fisse, video e GIF direttamente dalle notifiche, espandendole su quasi tutta la grandezza dello schermo e senza dover necessariamente accedere a WhatsApp. La seconda, invece, riguarda le possibilità di risposta agli stati: da oggi sarà possibile eseguire quest'azione non solo attraverso testi, immagini, video e GIF, ma anche con messaggi vocali, posizioni, vCards e documenti vari.
Altra novità della versione 2.18.100 di WhatsApp, come riporta WABetaInfo, è quella del menu multiplo a tendina per le azioni rapide sui messaggi.

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Eseguo Siti Internet, blog personali e pagine Social.
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domenica 14 ottobre 2018

Cyberbullismo e uso dei social

Cyberbullismo, uso dei social e rischi del web


Giunto alla sua seconda edizione, l'evento si pone come obiettivi l'alfabetizzazione digitale e la sensibilizzazione all'uso delle nuove tecnologie. L'attenzione si rivolge in modo particolare ai rischi della rete e alla prevenzione del cyberbullismo.

Dal 18 al 20 ottobre a Bologna avrà luogo il più grande evento per scuole e famiglie dedicato al mondo del web. Tre giornate gratuite di conferenze, spettacoli, laboratori e tante curiosità per accompagnare scuole e famiglie nella rivoluzione digitale di questi anni. 

Bologna - Dopo il successo della prima edizione di Cyber boh, evento nato dalla collaborazione tra G DATA, Unijunior e Leo Scienza dedicato a scuole e famiglie, l’Emilia Romagna si è data un nuovo appuntamento per trattare temi di – purtroppo – ancora assoluta attualità come la sicurezza in Rete dei più giovani, i pericoli legati ad un uso disattento dei social network o delle piattaforme di gaming online, e il cyberbullismo.

Patrocinata dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Bologna, e ospitata nelle bellissime aule e negli spazi del Complesso Belmeloro dell’Università di Bologna, la tre giorni (18, 19 e 20 ottobre) di alfabetizzazione digitale e sensibilizzazione all’uso consapevole delle nuove tecnologie offre in questa sua seconda edizione un programma interdisciplinare che si articola in conferenze interattive con i Cyberesperti di Unijunior, laboratori aperti alle scuole e al pubblico e culmina “Nell’altro mondo”, spettacolo teatrale a tema della compagnia Teatrino Alambicco,
 in scena presso il Teatro Antoniano.

“Le principali tematiche affrontate saranno pensiero computazionale e coding, funzionamento del computer, sicurezza e rispetto sui social, uso consapevole dello smartphone, rischi e pericoli del web, prevenzione del cyberbullismo, privacy, copyright e protezione dei dati personali”, spiega Riccardo Guidetti, presidente dell’Associazione Culturale Leo Scienza. “Con Cyber boh forniamo ad un ampio pubblico strumenti di comprensione e valutazione delle potenzialità e dei rischi della Rete e dei dispositivi digitali, utili consigli inerenti alla corretta modalità di utilizzo di tali strumenti e strategie volte ad aumentare la sicurezza dei giovani internauti” conclude Guidetti.

L’evento si rivolge ad insegnanti ed educatori, ai genitori e soprattutto ai nativi digitali: sempre più giovani e spesso noncuranti della propria identità digitale, come ha rilevato G DATA nel corso della propria iniziativa ‘Cyberbullismo - 0 in condotta’, condotta per il secondo anno consecutivo insieme allo specialista Mauro Ozenda nel primo semestre 2018.

“Siamo molto lieti che la prima edizione di Cyber boh, realizzata lo scorso anno, abbia trovato presso autorità, istituti scolastici e famiglie un riscontro tanto significativo da incoraggiarci a realizzare un secondo appuntamento ancora entro l’anno”, commenta Giulio Vada, Country Manager di G DATA Italia e Presidente di Assintel Emilia Romagna, che non manca di menzionare l’entusiasmo con cui G DATA contribuisce all’alfabetizzazione e alla sensibilizzazione delle giovani generazioni, delle famiglie, e dei docenti. “Tutti ci troviamo oggi indistintamente ad affrontare sfide inimmaginabili pochi anni fa, ma estremamente impattanti sul nostro quotidiano. L’evidente carenza di strumenti e know-how messi a disposizione delle famiglie e degli insegnanti per prevenire situazioni pericolose è la motivazione più forte, tra le numerose alla base della collaborazione con Unijunior e Leo Scienza, che ci ha spinto a lanciare nuovamente Cyber boh”, conclude Vada.

“Giunta alla sua seconda edizione Cyber boh è un’iniziativa educativa di ampio respiro e totalmente gratuita per i partecipanti. Le conferme di partecipazione raccolte sinora superano le nostre aspettative, siamo quindi fiduciosi che questo appuntamento annuale diventerà un riferimento per scuole e famiglie quale momento di approfondimento e confronto ” conclude Guidetti.

Ulteriori dettagli su Cyber boh – 18,19,20 ottobre 2018, Bologna sono reperibili sulla pagina di Facebook dedicata all’iniziativa: https://www.facebook.com/events/544389992675909/ 

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martedì 2 ottobre 2018

Obiettivi di una campagna SEO

SEO (Search Engine Optimization)   Esecuzione del vostro Sito chiaro e comprensibile con foto e testi coerenti.  Obiettivi di una campagna SEO:   Tramite frasi e parole chiave concordate col cliente, posizionamento e indicizzazione sui più importanti Motori di Ricerca.   Campagna di Web Marketing con Google AdWords, tale strumento si configura come la fase di Search Engine Marketing (SEM), la migliore tecnica pubblicitaria   per attirare nuovi visitatori al tuo spazio web.


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Progetto e realizzo sito E-commerce

Progetto e realizzo siti E-commerce.  E' una completa soluzione di negozio on line che consente alla tua azienda di sviluppare il proprio business sul web, semplicità ed usabilità consentono al visitatore di di trovare il prodotto che cerca velocemente, con un processo di acquisto in pochi passaggi. Il cliente accede al catalogo dei prodotti, con fotografia e descrizione, ordina col bottone ' aggiungi al carrello ' e sceglie la forma di pagamento e di spedizione postale.


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Progetto e realizzo siti web con Design Responsive

Progetto e realizzo siti web con Design Responsive. Gli utenti navigano in internet da diversi dispositivi, quindi per l'azienda l'immagine è il successo del business on line, pertanto su richiesta posso progettare e realizzare siti web con design responsive, compatibile e visualizzabile con qualsiasi dispositivo; inoltre Creo pagine dinamiche con applicazioni CSS.


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lunedì 1 ottobre 2018

Gif, Banner e Clip Animate per Cipiri

Sono Web Designer, Web Master e Blogger :  realizzo pagine internet leggere e responsive ,   creo loghi , e curo i brevetti dai  biglietti da visita alla insegna luminosa ,  realizzo banner e clip animate per pubblicizzare il vostro sito , contattatemi e sarete on line entro 24 ore.


Offro servizi a privati, Liberi Professionisti ed aziende, agenzie, enti e associazioni per la comunicazione integrata, ideando progetti di grafica pubblicitaria, grafica editoriale (cataloghi, brochure, manifesti pubblicitari) , Studio del Logo.


Servizi di web design e web master per la progettazione di siti web aziendali (istituzionali, e-commerce, blog), e servizi di web marketing ( Seo, Google AdWords, Google Analytics, Google AdSense, Pagine e Pubblicità su Facebook, Social media marketing ).


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Un sito web moderno deve essere ormai realizzato con tecnologia responsive design, che si adatti cioè ai diversi dispositivi sui quali potrà essere visualizzato: desktop, tablet e smartphone. Gli utenti che navigano in Internet da dispositivi mobili (tablet e smartphone) stanno diventando sempre più numerosi ed esigenti, quindi per l'immagine aziendale e il successo del tuo business online, questo target di pubblico è sempre più importante.


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Progetto e Realizzo Siti Web con Design Responsive

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lunedì 20 agosto 2018

Impronte digitali per gli statali

Utilizzare le impronte digitali o altri sistemi biometrici per stanare i furbetti del cartellino

 Per stanare gli assenteisti. Arriva il ddl "concretezza"

Furbetti del cartellino nella Pubblica Amministrazione

 il ddl Concretezza sulla Pubblica Amministrazione.
 Il ministro Giulia Bongiorno ci sta lavorando
 con l'ambizione di riformare il settore pubblico.


Fra le novità più rilevanti, l'idea di utilizzare le impronte digitali o altri sistemi biometrici per stanare i "furbetti del cartellino". Nella bozza del provvedimento, di cui dà notizia oggi il Sole 24 Ore, si legge che "l'orario di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche" verrà "rilevato tramite sistemi di identificazione biometrica". Tradotto, impronte digitali, mappa dell'iride, riconoscimento vocale, e così via.

In nome della Concretezza, il ddl punta a istituire un "Nucleo" ad hoc, che affiancherà l'ispettorato della Funzione pubblica e sovrintenderà all'attuazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e all'individuazione di azioni correttive. Un Nucleo formato da 53 dipendenti: 23 già in organico, 30 da reperire in concorso, per un costo complessivo di quasi 4 milioni a regime.

Obiettivo di Giulia Bongiorno è poi un piano straordinario di assunzioni valido per il triennio. Anche mediante l'anticipazione degli ingressi al 2019.
L'unico vincolo è che le risorse necessarie siano già a bilancio.


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La Bestia di Matteo Salvini

Intervista a un ex hacker e spin doctor digitale,   che ci parla della strategia comunicativa della Lega, dell’affaire Cambridge Analytica,   del business dei falsi profili twitter, del Gdpr, Facebook


Intervista a un ex hacker e spin doctor digitale,
 che ci parla della strategia comunicativa della Lega, dell’affaire Cambridge Analytica, 
del business dei falsi profili twitter, del Gdpr, Facebook e molto altro

Alessandro Orlowski è seduto a un tavolino di un bar di Barcellona. Nato a Parma nel 1967, vive in Spagna da 20 anni. Ex regista di spot e videoclip negli anni ’90 e grande appassionato di informatica, è stato uno dei primi e più influenti hacker italiani. Fin da prima dell’arrivo dei social network, ha lavorato sulle connessioni digitali tra gli individui, per sviluppare campagne virali. Negli anni ha condotto numerose campagne in Rete, come quella per denunciare l’evasione fiscale del Vaticano o i gruppi estremisti negli Stati Uniti e in Europa. Oggi fa lo spin doctor digitale: ha creato Water on Mars, startup di comunicazione digitale tra le più innovative, e guidato il team social risultato fondamentale per condurre il liberale Kuczynski alla presidenza del Perù. Ci accomodiamo, e cominciamo a parlare con lui di politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario (e inquietante) lavoro che sta realizzando online.

Che evoluzione ha avuto negli anni il concetto di “rete social”?
Nasce nei primi anni ’80 con le BBS, le Bulletin Boards System, antesignane dei blog e delle chat. La prima rete sociale, però, è stata Friendster nel 2002, che raggiunse circa 3 milioni di utenti. A seguire l’amatissima (da parte mia) MySpace: narra una leggenda nerd che fu creata in 10 giorni di programmazione. Il primo a usare le reti social per fini elettorali è stato Barack Obama nel 2008.

Oggi in Italia chi è il politico che maneggia meglio questi strumenti?
In tal senso la Lega ha lavorato molto bene, durante l’ultima campagna elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono modi care la loro strategia attraverso la propaganda. Un esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione, e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”? Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno chiamato questo software La Bestia.

Politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario e inquietante lavoro che sta realizzando online il Software La Bestia .

Quando nasce La Bestia?
Dalle mie informazioni nasce dal team di SistemaIntranet di Mantova, ossia dalla mente di Luca Morisi, socio di maggioranza dell’azienda, e Andrea Paganella. Morisi è lo spin doctor digital della Lega, di fatto il responsabile della comunicazione di Salvini. La Bestia è stata ideata a fine 2014, e finalizzata nel 2016. All’inizio si trattava di un semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing list.

Come funziona l’analisi dei dati, su cui si basa la strategia?
Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri.

Politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario e inquietante lavoro che sta realizzando online il Software La Bestia .

La Bestia differenzia il suo operato a seconda dei social, 
per rendere immutata l’efficacia di Salvini in base allo strumento?
Per chi si occupa di marketing e propaganda online, è normale adattare la comunicazione ai differenti social. Twitter è l’ufficio stampa, e influenza maggiormente i giornalisti. Su Facebook ti puoi permettere un maggiore storytelling. È interessante vedere come, inserendo nelle mailing list i video di Facebook, la Lega crei una sinergia con la base poco attiva sui social: la raggiunge via mail, e aumenta così visualizzazioni e condivisioni.

Operano legalmente?
Camminano su un filo molto sottile. Il problema riguarda la gestione dei dati. Hanno creato, per esempio, un concorso che si chiama “Vinci Salvini” (poche settimane prima del voto, ndr). Ti dovevi registrare al gioco online e quanti più contenuti pubblicavi a tema Lega, maggiori erano le possibilità di incontrare Salvini. È stato un successo. Il problema è che non sappiamo come siano stati gestiti i dati. A chi venivano affidati? A Salvini? Alla Lega? A una società privata?

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C’è qualche legame con lo scandalo Cambridge Analytica
 in questo utilizzo “disinvolto” dei dati personali?
Difficile rispondere. Circolano voci in merito all’apertura di una sede di Cambridge Analytica a Roma poco prima delle elezioni italiane, progetto abortito in seguito allo scandalo che ha coinvolto la società britannica. Un partito italiano, non si sa quale, avrebbe richiesto i suoi servizi. È noto che la Lega volesse parlare con Steve Bannon (figura chiave dell’alt-right americana, fondamentale nell’elezione di Donald Trump, ndr) in quel periodo, incontro poi avvenuto in seguito.

La destra – più o meno estrema – sta vincendo la battaglia della comunicazione digital? 
Si muovono meglio dei partiti tradizionali, che non sono riusciti a evolversi. Lo dimostra Bannon, e pure Salvini, che a 45 anni è un super millennial: ha vissuto il calcio balilla, la televisione, Space Invaders e le reti social.

Vedi analogie tra la strategia social di Donald Trump e quella di Salvini?
Salvini ha sempre guardato con attenzione a Trump. Entrambi fanno la cosa più semplice: trovare un nemico comune. E gli sta funzionando molto bene. Nel nuovo governo si sono suddivisi le responsabilità: al M5S è toccato il lavoro, con la forte macchina propagandistica gestita dalla Casaleggio Associati, alla Lega la sicurezza e l’orgoglio nazionale, gestiti da Morisi e amici.

Sta pagando, non c’è che dire.
La totale disinformazione e frotte di like su post propagandistici e falsi – per esempio l’annuncio della consegna di 12 motovedette alla Guardia costiera libica (a fine giugno, ndr) – portano a quello che si definisce vanity KPI: l’elettore rimane soddisfatto nel condividere post che hanno migliaia di like, e quindi affermano le loro convinzioni. Consiglio la lettura di The Thrill of Political Hating di Arthur Brooks.

Esiste una sorta di meme war all’italiana? 
Le meme war non esistono. Ci possono essere contenuti in forma di meme per denigrare i competitor e inquinare i motori di ricerca. Ricordiamoci anni fa, quando su Google scrivevi il cognome “Berlusconi” e il motore di ricerca ti suggeriva “mafioso”: fu un esempio di manipolazione dell’algoritmo di Google. Lo stesso sta succedendo in questi giorni: se scrivete la parola “idiot” e fate “ricerca immagini”, compaiono solo foto di Trump.

Come è stata finanziata l’attività delle reti social della Lega?
La Lega voleva creare una fondazione solo per ricevere i soldi delle donazioni, al fine di poter tenere in piedi le reti social senza passare per i conti in rosso del partito. Il partito è gravato da debiti e scandali finanziari (a luglio il tribunale di Genova ha confermato la richiesta di confisca di 49 milioni di euro dalle casse del partito, ndr). Le leggi italiane lasciano ampio margine: permettono di ricevere micro- donazioni, senza doverle rendere pubbliche. È una forma completamente legale. In ogni caso, potresti chiederlo direttamente a Luca Morisi (Morisi non ha risposto ai tentativi di contatto)

Hanno ricevuto finanziamenti dall’estero? 
Recentemente l’Espresso ha raccontato che alcune donazioni al partito provengono da associazioni come Italia-Russia e Lombardia- Russia, vicine alla Lega. D’altra parte, sono stati i russi a inventare il concetto di hybrid war. Il generale Gerasimov ha teorizzato che le guerre moderne non si devono combattere con le armi, ma con la propaganda e l’hacking.

Un sistema come La Bestia alimenta la creazione di notizie false?
Non direi che ci sia un rapporto diretto tra le due cose, ma sicuramente c’è un rapporto tra La Bestia e il bias dei post che pubblicano. Come ha spiegato lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, di fronte a una notizia online la nostra mente si avvale di metodi di giudizio molto rapidi che, grazie alla soddisfazione che dà trovare conferma nei nostri pregiudizi, spesso porta a risposte sbagliate e illogiche, ossia biased.

Salvini lavora su questo bias?
Lo fa il suo team, e anche quello del M5S: amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa, che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile. Vai tu a convincere del contrario 18mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità! Una delle figure chiave delle fake news della Lega è stato e forse ancora è il napoletano Marco Mignogna, che gestiva il sito di Noi con Salvini, oltre a una ventina di portali pro-Salvini, pro-M5S e pro-Putin (nel novembre 2017 si è occupato del caso il NYT, ndr).

Quanto di ciò che hai detto fin qui vale anche per il Movimento 5 Stelle?
Non c’è dubbio che dietro al M5S ci sia una buona azienda di marketing politico. La loro propaganda è più decentralizzata rispetto a quella della Lega, tutta controllata da Morisi. Creano piccole reti, appoggiandosi agli attivisti “grillini” e risparmiando così denaro. Non
pagano per rendere virali i post di Grillo o di Di Battista. Anche se oggi, con il M5S al governo, la strategia è in parte cambiata.

Quanto influisce l’attività di trolling sul dibattito politico?
Dipende dal contesto politico e dal Paese, in alcuni casi può essere molto violenta. Per creare account su Twitter esiste un software acquistabile online, che ti permette di generarne mille in tre ore, ognuno con foto e nome distinto. Parliamo di account verificati con un numero di cellulare: c’è un servizio russo che, per 10 centesimi, te ne fornisce uno appositamente. Con 300 o 400 euro puoi crearti in un pomeriggio un migliaio di account Twitter verificati. A quel punto puoi avviare un tweet bombing, cambiando la percezione di una notizia. È semplice e costa poco.

Ci sono conferme sull’esistenza di una rete di troll leghisti?
Non è facile rispondere, perché ci sono diverse tipologie di reti troll, organiche o artificiali. A volte distinguere le due senza tool specializzati è quasi impossibile. Per esempio, le reti di troll formate da persone reali spesso si auto-organizzano, sapendo benissimo che un utente singolo può avere due o più account social sullo stesso network. È normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500 troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto politico.

Esistono quindi reti costruite ad hoc? 
Una di queste botnet è stata smantellata da un gruppo di hacker italiani sei mesi fa: era collegata a una società romana che gestiva una rete di 3mila account Twitter, collegati a un migliaio di account Facebook. Non mi stupirei se un team gestito da Morisi avesse automatizzato e controllasse qualche centinaio o migliaio di account. Qualcosa di simile era già nelle loro mani, con un sistema di tweet automatici su diversi account (documentato da diverse fonti giornalistiche lo scorso gennaio, ndr). L’unica pecca del loro team è la sicurezza informatica, come si è potuto notare dal leak delle informazioni del loro server, avvenuto all’inizio di quest’anno.

Cosa sappiamo sul “gonfiamento” dei numeri social di Salvini?
Abbiamo notato alcune discrepanze, ma in questo momento di grande successo mediatico di Salvini non sono più rilevanti. Abbiamo scoperto alcune botnet di Twitter nate contemporaneamente che, dopo pochi giorni e nello stesso momento, hanno seguito tutte l’account ufficiale di Salvini. La relazione con il suo account era il fatto che supportavano account di estrema destra in Europa, quindi attribuibili a persone vicine a Voice of Europe e gruppi simili, legati a Steve Bannon, come #Altright o #DefendEurope. La pratica di creare fake account è comune: solo pochi giorni fa Twitter ne ha cancellati alcuni milioni.

C’è un modo per riparare simili storture?
C’è poco da fare. In seguito allo scandalo Cambridge Analytica, Facebook ha colpito tutti, impedendo ai ricercatori di studiare questi fenomeni. Le cose non sono cambiate, anzi. Anche a seguito dell’adozione del GDPR (il regolamento sulla protezione dei dati personali, ndr) nei prossimi anni vedremo come si raffineranno le campagne politiche online: sarebbe utile avere leggi che impongano maggior trasparenza su come funzionano le reti social e, naturalmente, maggiore tutela per i cittadini, in particolare per quanto riguarda i propri big data.



"Se questo è un ministro",   polemica social per il selfie di Salvini ai funerali di Stato a Genova.

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giovedì 2 agosto 2018

WhatsApp cambia ancora

WhatsApp stanno arrivando le chiamate di gruppo sia voce che video

WhatsApp non smette di rinnovarsi. Dopo le ultime release - tra cui la funzione 'Segnalazione di messaggi inoltrati' e la possibilità data agli amministratori di essere gli unici in grado di inviare messaggi a un gruppo - arriva una nuova proposta dedicata, stavolta, alle videochiamate.

"Siamo lieti di annunciare - si legge sul blog ufficiale - che stanno arrivando le chiamate di gruppo sia voce che video". Con un limite: massimo quattro persone. Per effettuarle, si legge nel post, "basta avviare una chiamata vocale o una videochiamata e toccare il nuovo pulsante 'Aggiungi partecipante' - che si trova nell'angolo in alto a destra - per aggiungere più contatti alla chiamata stessa".

Il blog specifica inoltre che per quanto riguarda la sicurezza, "sono chiamate crittografate end-to-end", capaci di "funzionare in modo affidabile in tutto il mondo in diverse condizioni di rete". La nuova release è disponibile nelle versioni nelle due versioni, iPhone e Android, dell'App.
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mercoledì 1 agosto 2018

Siti Internet e Blog Personalizzati

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mercoledì 18 luglio 2018

Google: multa miliardaria della Ue per Android


sanzione miliardaria a Google dall’Antitrust europeo

La società: «Faremo ricorso» 
Nell’ecosistema del sistema operativo vengono favoriti i servizi proposti da Mountain View a discapito dei concorrenti. Bloomberg: multa pari a 4,34 miliardi di euro. La società ha 90 giorni per mettersi in regola. Ma ha già annunciato che farà ricorso

Una (nuova) sanzione miliardaria a Google dall’Antitrust europeo. Questa volta la cifra è pari a 4,34 miliardi di euro. Il servizio preso di mira è il sistema operativo più utilizzato nel mondo — detiene circa l’86 per cento del mercato degli smartphone — Android. La Commissione europea ne ha messo sotto indagine la posizione dominante sin dall’aprile del 2015, assecondando le critiche di Fairsearch, un gruppo che comprendeva originariamente anche Microsoft, Nokia e Oracle. Dalla documentazione accumulata in anni, è emerso come il sistema operativo favorisca sin dal 2011 l’utilizzo di servizi sempre appartenenti all’ecosistema Google, a cominciare dal browser Chrome e da Google Search, poi Gmail o Google Maps. Imponendo, secondo la Commissione, «restrizioni illegali ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la propria posizione dominante nella ricerca generale su Internet». Abuso di posizione dominante, dunque. Che costa a Mountain View una delle sanzioni più alte mai decise dall’Ue e la più alta per questa ragione.



90 giorni di tempo per adeguarsi
La Commissione dà anche un termine preciso per la condotta giudicata scorrette: Google ha 90 giorni di tempo, «altrimenti dovrà affrontare le penali fino al 5 per cento del fatturato medio giornaliero di Alphabet, società madre di Google». Nel primo trimestre del 2018 superava i 31,16 miliardi di dollari, con una crescita del 26 per cento rispetto all’anno precedente. In totale, nel 2017, i ricavi avevano superato i 110 miliardi. «Monitoreremo molto da vicino» l’applicazione della decisione su Android, ha detto Vestager, sottolineando che le altre inchieste su Google rimangono di «massima priorità» per l’Antitrust Ue.

Google farà ricorso
Da Mountain View arriva subito la replica: farà ricorso. Interviene il Ceo Sundar Pichai, che sul blog ufficiale rifiuta la posizione della Commissione europea che «non riconosce quanta scelta Android sia in grado di offrire alle migliaia di produttori di telefoni e operatori di reti mobili che realizzano e vendono dispositivi Android; ai milioni di sviluppatori di app di tutto il mondo che hanno costruito il proprio business con Android; e ai miliardi di consumatori che ora possono permettersi di acquistare e utilizzare dispositivi Android all’avanguardia. Oggi, grazie ad Android, ci sono più di 24.000 dispositivi, di ogni fascia di prezzo e di oltre 1.300 diversi marchi». Da sempre la società respinge le accuse con questa convinzione: il vicepresidente Kent Walker nel 2016 aveva scritto sul blog ufficiale che Android avrebbe creato un ecosistema competitivo, dove c’è equilibrio tra «interessi degli utenti, degli sviluppatori, dei produttori di hardware e di operatori. Android non ha minato alla concorrenza, anzi l’ha ampliata». Una posizione reiterata anche da Pichai: «Sino ad ora, il modello di business di Android ci ha permesso di non far pagare ai produttori di telefoni a nostra tecnologia e di non dipendere da un modello di distribuzione strettamente controllato. Tuttavia, siamo preoccupati che la decisione di oggi possa alterare il delicato equilibrio che abbiamo creato per Android, e che questo rappresenti un segnale allarmante in favore dei sistemi proprietari e a svantaggio delle piattaforme aperte. La decisione di oggi rifiuta il modello di business che supporta Android».

Libertà di scelta per i produttori
Nelle intenzioni della Commissione europea c’è quindi quella di lasciare liberi i produttori di dispositivi Android di scegliere quali app pre-installare, quindi la possibilità di pescare anche al di fuori dell’universo di Mountain View. Sono stati studiati i contratti che vengono loro sottoposti e tra le clausule ci sono infatti obblighi di far trovare all’utente sul nuovo telefono le applicazione per navigare online di Big G (Chrome in primis) o quelle per scaricare altre app (Google Play Store). Come ha sottolineato la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, «Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni imposte da Google ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete per garantire che il traffico su dispositivi Android vada al motore di ricerca di Google. In questo modo, Google ha utilizzato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca. Queste pratiche hanno negato ai concorrenti la possibilità di innovare e competere nel merito. E hanno negato ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva nell’importante sfera mobile. Tutto ciò è illegale sotto le regole antitrust dell’Ue».

Google, sanzione di 2,4 miliardi dall’Antitrust Ue per abuso di posizione dominante

Multa miliardaria
La prima sanzione per Google Shopping
La sanzione arriva dopoun’altra multa, sempre ordinata dalla Commissaria per l’Antitrust Margrethe Vestager, pari a 2,4 miliardi di euro, per aver sfruttato il monopolio delle ricerche online per favorire il suo servizio di Shopping, un comparatore di prezzi. Circa un anno fa, a fine giugno 2017, la sentenza era la stessa: abuso di posizione dominante. Google aveva subito fatto ricorso alla Corte di Giustizia Ue, ma aveva poi, a settembre, avanzato una proposta per trovare una soluzione al problema: la presentazione, sulle sue pagine web, dei siti concorrenti scelti attraverso un’asta. Gli spazi sulla sua sezione, chiamata Product Listing Ads, verrebbero quindi riempiti dagli annunci di prezzi di altre piattaforme. Eccetto i primi due, che sarebbero comunque riservati a Google Shopping.

Antitrust, da Google a Apple, le multe miliardarie dell’Unione europea alle multinazionali


Apple: 13 miliardi di euro
La terza indagine
Non finisce qui per Google, da sette anni nel mirino delle autorità europee. Troppo potere in troppi settori dove si rischia una situazione di monopolio che si traduce in nessuna possibilità di scelta per i consumatori. «Obiettivo della Commissione è applicare le norme antitrust dell’Ue per garantire che le imprese operanti in Europa, ovunque si trovi la loro sede, non privino i consumatori europei della più ampia scelta possibile o non limitino l’innovazione», aveva dichiarato la Commissaria europea per la politica di concorrenza Margrethe Vestager nel 2015. Un terzo fronte è stato aperto nel settore dei servizi di raccolta pubblicitaria. Qui le accuse sono rivolte alla piattaforma AdSense, intermediario tra chi vuole vendere advertisement sul web e chi invece vuole offrire spazi sul proprio sito. Anche qui secondo Google non c’è situazione di monopolio, riscontrando l’esistenza di molte piattaforme concorrenti.

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