sabato 27 aprile 2013

Offendi la Boldrini su facebook ti arriva la polizia a casa



Sono passati 449 anni dalla decisione di censurare gli «ignudi» ritratti nel Giudizio Universale. A mettere le braghe ai beati e ai dannati della cappella Sistina fu chiamato uno stretto collaboratore del Buonarroti, tale Daniele da Volterra, che da allora- purtroppo per lui- verrà ricordato come il Braghettone.

Oggi a coprire nudità importanti ci pensa la polizia di Stato «costretta» a intervenire con una rapidità senza precedenti per oscurare da internet una doppia fotografia che ritraeva la presidente della Camera, Laura Boldrini, sulla copertina di Famiglia Cristiana e contestualmente sulla prima pagina della defunta rivista erotica Le Ore. Ovviamente mentre la copertina del settimanale cattolico è originale, la seconda è falsa.

Un fake, proprio come la pretesa Boldrini raffigurata nuda su una spiaggia: in realtà si tratta di un’ignara e anonima nudista la cui foto compare su alcuni siti per amanti dell’integrale. Succede che sabato scorso, di pomeriggio, le immagini escono sulla bacheca Facebook di Antonio Mattia, giornalista della provincia di Latina, che lavora per Popolo Italiano e Napoli News Magazine. Ma quella foto non è una notizia, essendo una burla, una delle tante che ogni giorno affollano i social network tra «condivisioni», «mi piace», e via discorrendo. Qualcuno, non sappiamo se lo stesso Mattia, s’era divertito a spacciare la nudista per la presidente della Camera. Il tam tam sulla rete avrebbe innervosito la Boldrini che da poco già aveva tuonato contro l’imperare di gruppi fascisti su Fb. Per quel che se ne sa è finita che il giornalista è stato subito indagato per diffamazione dal pm romano Luca Palamara, il nudo della falsa Boldrini è (quasi) scomparso dalla rete, la polizia postale s’è ritrovata a sacrificare alcuni agenti distaccandoli in una stanza a Montecitorio per monitorare il web alla voce «Laura Boldrini». Ma la storia, per come l’ha ricostruita il Giornale , è più complessa. Intanto c’è la versione del giornalista, ancora scioccato dalla violenza del blitz della forze dell’ordine: «Al di là della facilità con cui si può dimostrare che io mi sono solo limitato a condividere una foto che già girava su Facebook , e di mettere qualche commento, è tutta la storia che ha dell’incredibile: domenica ero a Sperlonga quando vengo raggiunto da una telefonata dei miei figli, letteralmente terrorizzati dal fatto che c’era la polizia a casa che voleva sequestrare i computer. Allora prendo la macchina e mi precipito nella mia abitazione, a Fondi, dove trovo agenti della postale e del commissariato locale. Mi chiedono delle foto della Boldrini e, incredulo, faccio presente che avevo rigirato una immagine che già girava su Fb. Al che chiedo loro se avevano un mandato e mi rispondono che no, non l’avevano». Possibile? «Già.

Comunque prima di andar via fanno presente che avrei potuto avere pro-blemi per quella “goliardata”. La cosa veramente incredibile è la tempestività dell’intervento: nemmeno 8-10 ore son trascorse dalla foto messa sul mio profilo ai poliziotti dentro casa». Su internet il giallo della foto appassiona più utenti, ma a smascherare il falso ci pensano subito i siti Blitz Quotidiano , Giornalettismo e il Disinformatico di Paolo Attivissimo, noto cacciatore di bufale internet. Contestualmente esce la notizia che la procura, ricevuta la denuncia della Camera dei deputati, identificata la «sorgente» di quel fake in Antonio Mattia, «ha disposto il sequestro delle foto diffuse in rete e la rimozione della fotografia». L’indagine più veloce della storia. Non si ha memoria di un tale dispiego di poliziotti per censurare una delle migliaia di becere foto (false, ritoccate o taroccate) di Berlusconi o Bersani, Grillo o Renzi, Napolitano o Prodi. Men che meno c’è traccia di sequestri di scatti rubati a politici immortalati come mamma li ha fatti: vedi Casini, Montezemolo, Fini o il premier ceko Topolánek. Persino il leader della Boldrini, Nichi Vendola, pubblicato dal Giornale ignudo e giovane con due amici in spiaggia, eppoi ripostato su Facebook e Youtube , non pretese un rastrellamento della rete: ci scherzò su.

La Boldrini l’ha invece presa sul serio. Dal suo entourage si dà, però, una versione diversa dei fatti. Intanto si escludono «pressioni » a livello istituzionale: «A far partire la denuncia è stato il personale di polizia di Montecitorio senza alcun intervento diretto della presidenza. Qualcuno ha visto la foto e l’ha segnalata». E sul trasferimento già avvenuto ad personam di un contingente di agenti specializzati, di cui si vocifera alla polizia postale, dalla presidenza fanno sapere che è «solo una ipotesi allo studio». Sul merito di una risposta sproporzionata ad una burla di cattivo gusto, l’obiezione è un’altra: «Il problema erano i commenti alla foto dello stesso autore, che sosteneva che quel soggetto fosse realmente la terza carica dello Stato». Niente privilegi, insomma. D’ora in avanti se qualcuno vi sputtanerà su Facebook , telefonate al 113. E se nessuno vi fila, dite che vi manda Laura Boldrini. Quella vera.

leggi tutto http://cipiri.blogspot.it/2013/03/laura-boldrini-presidente-della-camera.html

 per vedere la foto klikka qui : http://cipiri10.blogspot.it/2013/04/boldrini-nuda-foto-vera-o-foto-falsa.html?zx=3742eed22b32d258
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mercoledì 10 aprile 2013

BLOG DI CIPIRI: Il contratto al telefono ha regole precise spesso ...

Il contratto al telefono ha regole precise spesso disattese



Quando si pensa ad un contratto si visualizza mentalmente un foglio scritto, con postille, richiami, diritti ed oneri, con le firme delle due parti .
Quando si ha davanti un contratto si ha la possibilità di leggere le varie condizioni e magari discuterne con la parte avversa .
La fase conclusiva di un contratto è la firma, un azione concreta che segnala la decisione che si è daccordo.
Il contratto a distanza, quello che normalmente viene stabilito per telefono, ad esempio con compagnie telefoniche, paytv o gestori elettrici, non ha nessuna di queste caratteristiche.

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martedì 9 aprile 2013

Anonymous ha hackerato Israele


#OpIsrael: tre miliardi di danni?

Oltre 100mila i siti colpiti, 19mila i profili Facebook hackerati. Anche Anonymous hackerato da gruppi indipendenti israeliani.

 - Ieri l'attacco hacker del gruppo Anonymous ha preso di mira Israele. Dopo l'annuncio dei giorni scorsi che si proponeva di cancellare Israele da internet, ieri è stato il giorno di #OpIsrael. Durante la giornata, molti siti governativi e istituzionali israeliani hanno smesso di funzionare, da quello del Mossad a quello del Ministero degli Interni, dal sito dell'ufficio del primo ministro a quello della Knesset, fino alle principali banche del Paese.

In totale, sarebbero stati 100mila i siti web target del gruppo, 40mila le pagine Facebook, 5mila i profili Twitter e 30mila conti bancari. Nelle homepage dei siti colpiti sono apparsi slogan pro-Palestina, canzoni, il logo di #OpIsrael e la foto del prigioniero palestinese in sciopero della fame, Samer Issawi.

Secondo le autorità israeliane, i danni non sarebbero stati ingenti. Diversa la versione degli hacker, ripresa anche da alcuni media internazionali: Israele avrebbe perso tre miliardi di dollari ieri nell'attacco cibernetico. Ad essere colpiti, tra le 40mila pagine Facebook anche 19mila profili di molti esponenti delle istituzioni israeliane: gli hacker hanno modificato i loro status, facendogli dire di sostenere la causa palestinese.

Ma l'operazione non pare terminata. Nel video apparso su YouTube, Anonymous promette tre fasi di attacco. La prima è andata, la seconda e la terza restano una sorpresa.

Eppure anche gli hacker sarebbero stati hackerati: gruppi indipendenti israeliani affermano di essere entrati nel sito di Anonymous e di averne cambiato la homepage dove invece di messaggi anti-israeliani, l'audio del sito è diventato l'inno nazionale di Tel Aviv, "Hativkvah". Yitzhak Ben Yisrael, capo del National Cyber Bureau, ha detto che #OpIsrael è stata un fiasco: "Per quello che ci si aspettava, non ci sono stati veri danni. Anonymous non ha le capacità per colpire le infrastrutture vitali del Paese. E se anche questa fosse stata l'intenzione, non avrebbe dovuto annunciarlo prima".

Anche il sito del Cyber Bureau, però, ieri è rimasto al buio. Un caso?

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70443#OpIsrael-tre-miliardi-di-danni-

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IMAGOMUNDI - Imperatore


Imperatore

Un sovrano con una lunga barba grigia o brizzolata, seduto maestosamente sul trono
 (però nel tarocco di Papus è un faraone).
 Nella mano destra tiene lo scettro 
(in alcuni tarocchi è sormontato da un globo con la croce, in altri da un fiordaliso).

Questa carta porta con sé l’ordine e la forma: 
ora bisogna che tu sappia controllare l’energia materiale. 
Organizza le strutture attraverso le quali tutte le opportunità
 e i doni possono essere espressi.
Puoi prendere in mano lo scettro della tua vita e del tuo mondo.
E’ il momento giusto per gettare nel fuoco dubbi e paure:
 affidati alla luce dello Spirito e  potrai vedere chiaramente il tuo sentiero. 
Nella vita sentimentale sarai felice: 
potresti riunirti a qualcuno del passato oppure una nuova persona apparirà nella tua vita.
Prosperità finanziaria: le transazioni che stai intraprendendo avranno successo 
e la fortuna sarà con te. 
Se qualcosa ti ha oppresso, ultimamente, ne sarai liberato.
Puoi disciplinare la tua mente e andare a fondo in qualunque studio o progetto che ti sta a cuore.

Significati divinatori: STABILITA'.

Benessere, autorità, spirito indomabile, maturità, padre, fratello, marito, 
dominazione, concretezza, risoluzione, realizzazione, influenza maschile.


Guida spirituale: Se le fondamenta che hai gettato sono giuste, ne stai per vedere i risultati,
 se sbagliate, dovrai passare attraverso un nuovo inizio.

Pietra consigliata: Quarzo rutilato

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martedì 2 aprile 2013

Internet garantisce davvero la democrazia?



Internet garantisce davvero la democrazia?

Sono almeno 20 anni che si discute sulla democraticità o meno di Internet e più in generale delle nuove tecnologie. Diciamo soltanto che fra i due estremi, quello di una visione che dà origine a scenari iperpartecipativi di democrazia diretta e quello in stile orwelliano di un grande fratello controllore assoluto, esistono una varietà di posizioni, visioni, prospettive e scenari tanto complessi e articolati da essere difficilmente riassumibili in poche righe. Ma diciamo anche che qualche riflessione in questi giorni bisogna pur farla, perché l’avvento sulla scena del M5S sta obiettivamente portando, con grande afflato e con grande enfasi, il web e le tematiche ad esso legate al centro del dibattito e anche della relazione fra cittadini e politica.

Emergono alcune questioni: ma davvero la rete è il luogo iperdemocratico che molti descrivono? Davvero è lo spazio dove uno vale uno e dove non esistono condizionamenti di alcun genere? Davvero il web è un luogo di assoluta libertà, senza controllo alcuno, di dibattito libero e di flussi fluidi di comunicazione fra gli individui?

Dico subito una cosa, per fugare ogni dubbio: non appartengo a quelli che propendono per una visione del web in stile grande fratello, ma neppure a quelli che lo ritengono democratico in sé. Penso che sia un luogo ad altissimo potenziale democratico, che tuttavia necessita di una serie di regole condivise a garanzia delle libertà e dei diritti individuali e collettivi. E che necessita, inoltre, di una riflessione seria e molto ampia, ossia aperta al più alto numero possibile di persone, su alcuni aspetti costitutivi, come dire fisiologici del web.

Partiamo ad esempio dalla considerazione che un enorme volume di interazioni e di contenuti presenti online è di natura commerciale e/o produttiva e che addirittura alcune delle più grandi community esistenti siano di tipo commerciale. Non ho dati precisi al riguardo, ma non ho alcun dubbio nell’affermare che la rete è un enorme spazio mercantile, dove ci si informa sulle merci, i prodotti e i servizi, e dove li si vende e li si acquista. E non ho neppure alcun dubbio nell’affermare che pur essendo presente online una quantità di merci difficilmente reperibili altrove, nei negozi fisici delle nostre città, sul web sono presenti in enormi possibilità di offerta tutti i prodotti di tutti i più grandi brand internazionali. Banalizzo, ma il web è il più grande iper-megastore esistente, l’unico in cui si può comprare veramente tutto quello che esiste. È quindi un luogo di relazioni commerciali, soggetto alle leggi, seppur modificate, della domanda e dell’offerta, che, molti lo sanno, null’altro sono che relazioni di forza – pressioni, difese, contrattacchi, sotterfugi – dove i soggetti che si confrontano non sono paritari.

Pensiamo poi ai motori di ricerca. Internet non nasce coi motori di ricerca incorporati, però sin da subito, dal 1993 qualcuno si preoccupa di mettere a punto dei sistemi per aiutare gli internauti a trovare le cose. Ma quali siano i criteri utilizzati per aiutarci non lo sappiamo tanto bene, anche perché questi criteri costituiscono un segreto industriale che determina il vantaggio competitivo sulla concorrenza. L’algoritmo di Google è come la formula della Coca Cola. Non a caso sono i due brand più famosi del mondo e non a caso i proprietari del primo sono fra i 15 più grandi stramiliardari. Dei motori di ricerca possiamo dire alcune cose: che il limite fra pubblicità e non pubblicità è abbastanza sottile e non sempre percepibile dagli utenti, anche abituali; che quanto più le nostre domande sono precise, tanto più i risultati si restringono e quindi questo esplicita la necessità di una certa competenza da parte degli utenti; che visti i guadagni dei loro proprietari, la finalità principale non è proprio filantropica.

E che dire di tutte quelle piccole cose come i cookies o i web bugs che ci agganciano mentre noi ci muoviamo in rete e ci seguono ovunque e ci “profilano” e poi stranamente quando andiamo su Google ci fanno apparire le pubblicità delle cose che ci interessano di più? Certo, possiamo dire che sono una forma di servizio, ma possiamo anche dire che costituiscono un meccanismo di controllo.

Certo, qualcuno dirà: ma il web non è solo questo, questa è la superfice. D’accordissimo, ma è la dimensione in cui si muove la stragrande maggioranza degli utenti. La quale non percepisce come intrusive alcune pratiche, ma anzi le considera un ottimo servizio, sottovalutando invece che questo servizio è possibile solo grazie ad una costante violazione dei propri dati personali. Se c’è un pericolo, non è tanto l’essere riempiti di pubblicità, ma il rischio di un’abitudine al controllo, che scivola così in maniera dolce e non traumatica.

Ed eccoci infine alle questioni che maggiormente riguardano i processi democratici. Innanzitutto bisogna domandarsi se, come si sente dire un po’ troppo frequentemente ultimamente, il succo della democrazia consista nella deliberazione (quindi nel voto) o nella partecipazione alla discussione. Perché se consiste nella deliberazione, allora siamo già un paese ampiamente democratico, fra i più democratici al mondo, visto che si vota a ogni pie’ sospinto e paradossalmente non avremmo bisogno della rete. Se invece consiste nella partecipazione alla discussione, be’ allora da un lato è normale che nella discussione si esprimano posizioni differenti, ci sia uno scambio dialettico di punti di vista diversi; dall’altro sorge spontaneo il dubbio che l’idea di una cittadinanza che risolve i problemi votando da casa propria continuamente, non solo non soddisfi la condizione minima della partecipazione alla discussione, ma ponga almeno altre due questioni.

La prima: chi è che decide su cosa si vota? Oggi esiste un Parlamento dove ci sono della persone legittimate dalla delega del cittadino a proporre leggi, e a votarle. Ma in mancanza di questo, chi è legittimato a proporre leggi da votare? Chi pone il quesito a cui debbo rispondere si o no?

La seconda: il voto on line garantisce sicuramente la certezza, grazie all’autenticazione, che abbia votato la persona abilitata a farlo e, grazie ai sistemi informatici stessi, la segretezza del voto. Ma una cosa non la può garantire: che il voto sia avvenuto in condizioni di sicurezza e prive di coercizione, così come avviene nella cabina elettorale, dove entra solo chi vota. Chi garantisce che mentre sto votando online, da casa mia, seduto sul mio divano, col bel portatile sulle ginocchia, non ci sia nessuno che mi punta un fucile alla tempia?

Daniele Pitteri - Il Fatto Quotidiano



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Finlandia : la banda larga è un diritto


In Finlandia le connessioni a banda larga sono diventate da oggi un diritto per tutti i residenti. Si parte con un minimo garantito di 1 Mbps, ma per il 2015 si pensa già a 100 Mbps. Difficile fare un paragone con la situazione italiana.


 La Finlandia da oggi diventa ufficialmente il primo paese al mondo a riconoscere a ogni cittadino il diritto di avere una connessione a banda larga. E ovviamente non si parla di servizi patacca all'italiana , bensì di accessi minimi da 1 Mbps – entro il 2015 sarà di 100 Mbps.

 Come si fa a raggiungere un tale risultato? Semplice, il Governo ha stabilito che tutti i provider sono obbligati a fornire a ogni residente una linea a banda larga con una velocità minima di 1 Mbps. "Abbiamo considerato il ruolo di Internet nel quotidiano dei finlandesi. I servizi Web non sono più solo intrattenimento", ha spiegato la Ministra per le Telecomunicazioni Suvi Linden. "La Finlandia ha lavorato duramente per lo sviluppo della società di informazione e un paio di anni fa abbiamo scoperto che non tutti avevano un accesso". Ecco quindi la decisione di investire nello sviluppo: tanto più che per raggiungere la totalità dei residenti (il 96% già coperto) sembrerebbero mancare non più di 4mila edifici.

In Italia ovviamente un modello di questo genere sarebbe difficilmente replicabile, non tanto per questioni ambientali o livello di popolazione ma semplicemente per la totale mancanza di coscienza del problema. La maggioranza degli italiani non reputano Internet una priorità per il paese. Il Governo poi ne parla come di una spesa (e non un investimento remunerativo), o al massimo tratta l'argomento come una fiche da giocare sul tavolo della politica – nonché della finanza.



L'ultimo rapporto Audiweb sul web italiano sembra incoraggiante: più del 64% della popolazione dichiara di avere un accesso a Internet. Il problema è che la maggioranza degli italiani non sa che cosa sia la banda larga.

 L'ultimo rapporto Audiweb sulla diffusione degli accessi online in Italia sembra positivo, ma in verità la situazione è disastrosa. "In base al report AW Trends, dichiara di avere un accesso a internet il 64,6% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni, con un incremento del 10,4% rispetto al 2008, e il 51,9% delle famiglie, con un incremento del 13,6% rispetto al 2008", si legge nel comunicato.

Verrebbe quasi voglia di stappare uno spumantino, se non fosse che l'ultima indagine UE indicava nel luglio scorso un tasso di penetrazione della banda larga (sopra i 144 Kbps) italiana pari a 19,8% - a fronte del 37,9% dell'Olanda, 29,4% della Germania e 29,2% della Francia.
A questo punto, facendo due semplici calcoli, è evidente che solo circa il 30% della popolazione "tra gli 11 e i 74 anni" può dirsi al passo coi tempi (online). Una connessione analogica o un'ADSL patacca che supera a malapena i 100 Kbps, per quanto stimolino tenerezza, non sono altro che diligenze su un'autostrada di Ferrari. Tanto vale leggere il retro di uno shampoo che aspettare il caricamento di una pagina web. L'Unione Europea ha rilevato, per di più, che in Italia il 30% dell'utenza a banda larga non supera i 2 Mbps di velocità; poco più del 70% si mantiene sotto i 10 Mbps.

 

 "In base ai dati della Ricerca di Base, si conferma una crescente diffusione di internet in Italia, con una distribuzione abbastanza simile sul territorio - a eccezione dell’area Sud e le Isole che presenta una percentuale di individui più bassa (58,4%) rispetto alle aree Centro (69,6%), Nord-Est (67,4%) e Nord-Ovest (67,4%)", continua il documento.



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