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mercoledì 10 luglio 2019

Francia, approvata la Legge contro l'Odio Online

Francia, approvata la Legge contro l'Odio Online


Presentata dalla giovane deputata macroniana Laetitia Avia,
 lei stessa vittima di campagne discriminatorie in Rete

Previsto l'obbligo per i social di cancellare i contenuti illeciti entro 24 ore, 
pena multe fino a 1,25 milioni di euro

Via libera dell'Assemblea Nazionale francese alla proposta di legge che punta a rafforzare la lotta contro l'incitamento all'odio e altri messaggi di violenza su internet. Presentata dalla deputata En Marche, Laetitia Avia, la proposta di legge è stata approvata con 434 voti favorevoli, 
33 contrari e 69 astenuti.

Secondo la disposizione, piattaforme internet come i social network e motori di ricerca avranno l'obbligo, tra l'altro, di ritirare i contenuti «chiaramente» illeciti entro 24 ore o incorrono il rischio di una mega-multe fino a 1,25 milioni di euro.

Nel mirino dell'attuale amministrazione guidata dal presidente Emmanuel Macron l'incitamento all'odio, alla violenza, le ingiurie di carattere razzista o di carattere religioso. Ma il progetto di legge, che ora dovrà proseguire il suo iter parlamentare, non piace a tutti e sono numerosi, specie nell'opposizione, a denunciare il rischio di restrizioni alla libertà d'espressione.


Dopo l' assoluzione di Marco Travaglio, che il leader leghista aveva querelato, stufo di essere appellato tutti i giorni sul Fatto Quotidiano come «Il Cazzaro verde»...

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Trump non può Bloccare i Follower che lo Criticano

Trump non può Bloccare i Follower che lo Criticano


Lo ha confermato la corte d'appello di Manhattan:
 come pubblico ufficiale,
 il 1° emendamento non glielo consente

Donald Trump non può bloccare chi lo critica e impedirgli di essere un suo follower: la corte d'appello di Manhattan conferma la sentenza di un giudice distrettuale. «Il primo emendamento della costituzione non consente ad un pubblico ufficiale, che utilizza un account sui social media per ogni genere di scopi ufficiali, di escludere persone da un dialogo online aperto perché esprimono vedute divergenti», scrivono unanimemente i tre giudici.

Il dipartimento di giustizia aveva definito la prima decisione fondamentalmente un fraintendimento, affermando che Trump usa Twitter nella sua capacità personale per diffondere le sue idee, non per offrire una piattaforma di discussione pubblica. In realtà il presidente utilizza il suo account @RealDonaldTrump, dove ha oltre 60 milioni di seguaci, per promuovere la sua agenda, annunciare politiche e attaccare i suoi nemici.


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giovedì 27 giugno 2019

Moneta di Facebook: si chiamerà Libra

Moneta di Facebook: si chiamerà Libra


Facebook è pronta a lanciare la sua valuta digitale entro la fine del prossimo anno. 
Con quali vantaggi e rischi per gli oltre 2 miliardi di utenti dei social di Zuck?

 Google un piano di edilizia popolare: in questo contesto, sembra lecito immaginare un futuro in cui un pugno di grandi multinazionali governano il mondo. Ma non deve essere necessariamente così.

“Non esiste l'America, non esiste la democrazia! Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon. Sono queste le nazioni del mondo, oggi… Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Beale: il mondo è un insieme di corporazioni, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business.”

Il famoso monologo di Arthur Jensen nel film “Quinto potere” riporta a uno degli scenari preferiti dalla fantascienza, divenuto oramai parte dell’immaginario collettivo da Metropolis a Blade Runner: quello di gigantesche corporazioni planetarie che acquisiscono un potere tale da rivaleggiare in legittimità e ambizione quello dei governi nazionali. Due annunci recenti sembrano ora indicare che uno sviluppo di questo tipo è sempre meno fantastico e sempre più reale.

Facebook ha comunicato che dal 2020 introdurrà una propria moneta, Libra, che gli oltre due miliardi di “cittadini” (o utenti) della piattaforma, e molti altri, potranno utilizzare per acquistare, vendere o scambiare beni e servizi. La scollatura fra moneta e democrazia è qualcosa di già presente nel mondo “reale”, almeno a partire dalla generalizzazione dell’indipendenza – parziale – delle banche centrali dal potere politico. Conosciamo tutti, poi, lo strapotere dei flussi finanziari globali, capaci di piegare gli stati sovrani più diversi, dalle tigri asiatiche alla Grecia.

Ci troviamo ora, però, dinnanzi a un passo successivo: una corporazione fra le più grandi ed influenti del mondo è pronta a battere moneta. E chi prenderà le decisioni su quella che potrebbe velocemente divenire una nuova valuta mondiale? Il Consiglio di amministrazione? Il Ceo? È questo d’altronde uno dei problemi principali di ogni criptovaluta: il pensiero, errato, che la politica monetaria sia un gesto neutrale. E non, invece, uno degli strumenti principali per ripartire ricchezza e povertà.

Operazioni di questo tipo vanno a completare un vero e proprio “potere” mondiale con spiccate caratteristiche statuali. È forse lecito parlare della nascita delle prime
 vere e proprie “nazioni planetarie”?

Moneta di Facebook: si chiamerà Libra

Contestualmente all’iniziativa di Facebook, Google ha annunciato un piano di investimento in edilizia popolare da un miliardo di dollari nell’area di San Francisco – una cifra paragonabile a quanto programmato in politica abitativa nel bilancio 2019-2020 dell’intera California, uno stato con un Pil superiore a quello italiano. Non si tratta, banalmente, di un campus o di abitazioni per i propri dipendenti, ma di un vero e proprio intervento in pianificazione urbana atto ad affrontare la mancanza cronica di alloggi a buon mercato in un contesto in cui gli stati appaiono sempre meno capaci di garantire il diritto all’abitare.

In entrambi i casi queste nuove “competenze” vanno ad aggiungersi a un vasto arsenale di controllo e indirizzo di cui le due compagnie già dispongono, rendendo lecito immaginare un futuro in cui un pugno di grandi multinazionali possano governare un ecosistema finanziario e comunicativo mondiale. Già oggi dispongono della proprietà dei dati di miliardi di individui: una capacità di conoscere ciascuno di noi, dalla nostra condizione finanziaria alla nostra stabilità psicologica, nonché di indirizzare il nostro pensiero e le nostre azioni, 
che nessuno stato nazionale è in grado di equiparare.

E proprio qui sta il punto: operazioni di questo tipo vanno a completare un vero e proprio “potere” mondiale con spiccate caratteristiche statuali. È forse lecito parlare della nascita delle prime vere e proprie “nazioni planetarie”? Quasi-stati mondiali e digitali con competenze senz’altro più limitate delle nazioni territoriali ma capaci di abbracciare l’intero pianeta con la loro azione. Quasi-stati che spesso riescono a piegare le vecchie nazioni ai propri desiderata, come tragicamente evidente nel sistema dei paradisi fiscali che permette una gigantesca evasione legalizzata per pochi.

Quel sentimento di “perdita di controllo” che si trova alla base di gran parte dell’insorgenza nazionalista del nostro tempo pare così destinato ad acuirsi, e così la crisi della democrazia

Ciò che un tempo si chiamava sovranità oggi deflagra, si ripartisce a scala planetaria e viene rimescolato in un inedito mosaico di competenze e spazi di controllo intrecciati – alcuni pubblici e alcuni privati. Quel sentimento di “perdita di controllo” che si trova alla base di gran parte dell’insorgenza nazionalista del nostro tempo pare così destinato ad acuirsi, e così la crisi della democrazia. Come l’annuncio di Libra pare completare la separazione fra politica democratica e moneta, il dispiegarsi di nuovi poteri planetari scollegati dagli stati territoriali sembra prefigurare un futuro in cui sempre più il cambiamento del mondo verrà deciso e guidato al di fuori di ogni partecipazione democratica.

È questa la scommessa che abbiamo di fronte: riuscire a sviluppare una nuova politica planetaria capace di riconquistare alla democrazia le grandi scelte del futuro. Ed è qualcosa che si può fare. Quando l’Unione europea ha deciso di sanzionare google, o di imporre uno standard di privacy minimo come il GDPR, l’Unione ha vinto sui quasi-stati planetari. Oltre lo sterile dibattito nostrano sul sovranismo, è forse di questo che dovremmo parlare: come aggiornare la nostra politica democratica ad un mondo già divenuto patria comune.

Moneta di Facebook: si chiamerà Libra

Tra gli addetti ai lavori la notizia circolava da tempo: Facebook lancerà una propria valuta in una dozzina di Paesi entro la fine del prossimo anno. Si chiamerà Libra ed è il risultato di un anno di lavoro di Calibra, una società che il numero uno dei social network aveva creato a questo scopo.
Nelle ultime settimane Mark Zuckerberg ha incontrato il Governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, alcuni rappresentanti del Tesoro americano e i manager di Western Union, società specializzata nel trasferimento a basso costo di somme di denaro tra privati.



CRIPTOSOCIAL. Secondo quanto reso noto fino ad oggi, la moneta di Facebook sarà una criptovaluta, sarà solo digitale e sarà garantita dalla blockchain, la stessa tecnologia utilizzata per la gestione delle transazioni in bitcoin e di cui abbiamo parlato diffusamente.
Gli utenti di Facebook potranno quindi acquistare direttamente online la valuta di Zuckerberg ed utilizzarla per fare shopping all’interno del social network: con la nuova moneta si potranno pagare i beni e i servizi messi in vendita online da privati e aziende, ma anche, per dire, mandare dei soldi a un figlio che studia all’estero o fare una donazione a un ente benefico. I pagamenti avverranno attraverso Messenger, Whatsapp e una app dedicata che sarà sviluppata allo scopo.

SICURI CHE SIA SICURO? Funzionerà? Chi lo sa: Facebook dovrà prima di tutto guadagnarsi la fiducia degli utenti e convincerli che cambiare il proprio denaro
 in Libra non è, e non sarà, una fregatura.

E poi dovrà garantire la sicurezza dei portafogli: il "wallet" (borsellino virtuale) di Facebook sarà davvero a prova di hacker? La cronaca degli ultimi anni riporta diversi casi di operatori dell’ecosistema bitcoin “bucati” da pirati informatici che in pochi minuti hanno fatto sparire milioni di dollari dai conti di ignari utenti.

COSA DICE LA LEGGE. Tra le difficoltà che Zuck dovrà affrontare ci saranno anche quelle legali: in diversi Paesi per poter emettere una criptovaluta che abbia valore legale, che sia cioè utilizzabile per perfezionare scambi validi a norma di legge, serve l’autorizzazione ad operare come banca. E non è detto che le Banche Centrali siano disposte a rinunciare al monopolio sulla moneta a vantaggio di un operatore che, di fatto, è in tutti gli smartphone e in tutti i PC del mondo.

Un paio di numeri possono dare un’idea del potenziale di Libra: secondo le più recenti stime, nel mondo le criptovalute sono utilizzate da circa 30 milioni di persone. Pochine se paragonate ai 2,4 miliardi di utenti unici mensili dichiarati da Facebook.

POTERE AL CONIO. Lord King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra, già vent’anni fa aveva messo in guardia le banche sul rischio di diventare irrilevanti se le valute digitali
 avessero iniziato a diffondersi.



Infine ci sarà da capire se e come l’azienda di Mountain View riuscirà a proteggere la propria moneta dalle fluttuazioni che hanno caratterizzato il bitcoin e le altre criptovalute: il rischio è che pochi investitori riescano a speculare sulla nuova valuta facendone oscillare il prezzo e innescando così fenomeni di inflazione digitale che porterebbero ad una perdita di potere
 d’acquisto da parte degli utenti.

DATI CONTRO MONETA. Ma perché Facebook è così interessata a battere moneta? Poter seguire direttamente, senza intermediari, le transazioni dei propri utenti consentirebbe a Facebook di avere un punto di vista privilegiato su ciò che succede all’interno dei social network. L’azienda potrà così raccogliere nuove e preziose informazioni sul comportamento di consumo e di acquisto dei propri utenti ed arricchire ulteriormente i suoi già enormi database.

Garrick Hileman ricercatore alla London School of Economics, recentemente ha dichiarato alla BBC che l’emissione della "valuta di Facebook" potrebbe essere
 l’evento più significativo nella storia delle valute digitali.



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martedì 18 giugno 2019

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lunedì 10 giugno 2019

Carole Cadwalladr

Carole Cadwalladr



Parola per parola, il formidabile discorso della giornalista che ha inchiodato Facebook
Al TED di Vancouver Carole Cadwalladr, la cronista dell'Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca (e che è stata bannata a vita da Facebook per questo), ha spiegato come i social hanno influito sulla Brexit. E come stanno facendo del male alle democrazie di tutto il mondo

Quest'anno non sono riuscito ad andare al TED di Vancouver. Ma ho seguito qualcosa in rete. E mi hanno colpito due cose, collegate fra loro. La prima è il talk della giornalista dell'Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca (e che è stata bannata a vita da Facebook per questo). La seconda il fatto che uno degli sponsor principali di questa edizione del TED di Vancouver fosse proprio Facebook. Ce lo vedete un evento in Italia dove lo speaker principale è quello che attacca lo sponsor principale. O anche solo il giornale, la radio, la tv, l'agenzia di stampa....
Carole Cadwalladr ha fatto un lavoro giornalistico memorabile (per il quale è stata fra i finalisti del premio Pulitzer appena assegnato). Nel suo TED Talk ripercorre la vicenda e pone delle domande molto serie "agli dei della Silicon Valley" e a noi utenti dei social, sul futuro della democrazia. Per questo abbiamo ritenuto di tradurre subito in italiano il suo intervento.
Riccardo Luna

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.
Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.
Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.
Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.
Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.
Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutto quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.
Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.
Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.
Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolto soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.
Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.
Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.



C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.
Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).
Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.
Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.
E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.
Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.
La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.
Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia - diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.
Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.
Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.
E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.
La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?
La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo..



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sabato 25 maggio 2019

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lunedì 13 maggio 2019

Chiuse 23 pagine Fake da Facebook erano di Lega e M5S


Facebook chiude 23 pagine italiane   con 2.4 milioni di follower:   diffondevano fake news e parole d'odio    La metà era a sostegno di Lega e M5S.   La denuncia dell'ong Avaaz


Facebook chiude 23 pagine italiane
 con 2.4 milioni di follower:
 diffondevano fake news e parole d'odio

La metà era a sostegno di Lega e M5S. 
La denuncia dell'ong Avaaz
Facebook chiude 23 pagine italiane   con 2.4 milioni di follower:   diffondevano fake news e parole d'odio    La metà era a sostegno di Lega e M5S.   La denuncia dell'ong Avaaz


A due settimane dalle elezioni europee, Facebook chiude 23 pagine italiane che contavano oltre 2,46 milioni di follower che condividevano informazioni false e contenuti divisivi contro i migranti, antivaccini e antisemiti: tra queste, oltre la metà era a sostegno di Lega o M5S. La decisione è arrivata dopo un'accurata indagine della ong Avaaz, che si occupa di diritti umani e campagne ambientali. "Ringraziamo Avaaz - afferma un portavoce del social network - per aver condiviso le ricerche affinché potessimo indagare. Siamo impegnati nel proteggere l'integrità delle elezioni nell'Ue e in tutto il mondo. Abbiamo rimosso una serie di account falsi e duplicati che violavano le nostre policy in tema di autenticità, così come diverse pagine per violazione delle policy sulla modifica del nome. Abbiamo inoltre preso provvedimenti contro alcune pagine che hanno ripetutamente diffuso disinformazione. Adotteremo ulteriori misure nel caso dovessimo riscontrare altre violazioni".

Facebook ha anche chiuso qualche decina di account fake e depotenziato pagine che diffondevano contenuti con notizie false. La motivazione tecnica per la chiusura delle pagine è legata al cambio del nome: inizialmente proponevano temi che non sembravano alludere a partiti politici o movimenti e poi, attraverso vari passaggi, cambiavano tema.

Tra le pagine chiuse "Vogliamo il movimento 5 stelle al governo", che contava 129mila followers e quasi 700mila interazioni in tre mesi, "Beppe Grillo for President", Lega Salvini Sulmona" che aveva 307mila seguaci, "Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva", "Noi siamo 5 stelle". Pagine che, come spiega il rapporto di Avaaz, diffondevano fake news e parole di odio. Tra gli esempi citati, una falsa dichiarazione attribuita a Roberto Saviano e diffusa dalla pagina "Vogliamo il Movimento 5 Stelle al governo": lo stesso scrittore era stato costretto a smentire una frase che non aveva mai detto.

La più attiva pagina a sostegno della Lega tra quelle chiuse, "Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva", è stata quella che di recente ha maggiormente condiviso un video che mostrava migranti intenti a distruggere una macchina dei carabinieri. Il video, che ha quasi 10 milioni di visualizzazioni, mostra in realtà una scena di un film e la bufala è stata smascherata molte volte negli anni. Nonostante questo continua ad essere condiviso. La stessa pagina era nata come "Associazione allevatori della provincia di Messina" e in cinque passaggi era finita per diventare fiancheggiatrice del Carroccio.

Negli ultimi mesi il lavoro di Facebook su contenuti che violano di standard della comunità è in continuo aumento: circa 30mila le persone che in tutto il mondo lavorano sulla sicurezza nel social network fondato da Mark Zuckerberg. Il 2 maggio l'azienda ha aperto a Dublino una war room per lavorare sull'integrità della campagna elettorale europea con 40 team di igegneri, scienziati, ricercatori, specialisti delle minacce ed esperti per ciascun Paese. Sono 500 le persone che lavorano sulle elezioni a tempo pieno, senza dimenticare la collaborazione con 21 fact checkers, partner dell'Unione europea operativi in 14 lingue.

di GABRIELE ISMAN


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martedì 16 aprile 2019

Facebook e Instagram non funzionano e chiamano la Polizia

Pronto Polizia, Facebook e Instagram non funzionano

 Utenti disperati chiamano la polizia per il down

Ha qualcosa di profondamente incredibile eppure è successo davvero! 
E a certificarlo e riportalo in Italia è stato il Quotidiano. 
La dipendenza da social ha raggiunto livelli interessanti. 
Soprattutto dal punto di vista sociogico. 
Ne sanno qualcosa i poliziotti neozelandesi e australiani dopo il “Down day” di oggi 15-04-2019.

Facebook, Instagram e Whatsapp hanno creato parecchi problemi agli utenti che per ore non hanno potuto utilizzare i loro social preferiti. L’unico network di condivisione disponibile era Twitter, proprio qui l’azienda di Zuckerberg ha fatto sapere con un post:

«Stiamo cercando di risolvere il problema il prima possibile, ma vi possiamo dire che non abbiamo subito un attacco informatico». Sempre su Twitter i poliziotti della Nuova Zelanda e dell’Australia hanno invitato le persone a non chiamare
 il numero delle emergenze per risolvere i loro problemi “social”.

Ecco il tweet di un dipartimento di polizia di Canterbury: «Lo sappiamo, il nostro profilo Facebook e quello Instagram non hanno funzionato in queste ore. Purtroppo però non possiamo fare nulla perché, lo sapete, loro sono in America e noi siamo la Polizia. 
Quindi per favore non chiamateci per questo motivo».

Panico anche in Australia tra gli utenti ma, come ha spiegato al Daily Mail Australia l’ufficio stampa della polizia, nessun cittadino ha chiamato fortunatamente il numero delle emergenze.

Questo tweet degli agenti si è stato soltanto uno scherzo: «Sappiamo che Facebook e Instagram non funzionano. Per favore non chiamateci per farcelo sapere»



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giovedì 28 marzo 2019

Testo Finale della Riforma Europea sul Copyright

Testo Finale della Riforma Europea sul Copyright


Nella serata di ieri si sono conclusi i negoziati del trilogo tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione europei, il cui scopo era — dopo l’approvazione in Parlamento del 12 settembre scorso — produrre il testo finale della nuova direttiva sul copyright. Il testo però è la versione della riforma peggiore mai vista fino ad ora.

Testo Finale della Riforma Europea sul Copyright


Nelle scorse settimane i negoziati erano arrivati a una fase di stallo, dal momento che sembrava impossibile individuare una posizione conciliante fra tutte le parti. I punti più controversi erano (ancora una volta) legati agli articoli 11 e 13, rispettivamente noti come “link tax” e “upload filter” — di cui abbiamo già parlato in precedenza.

Solo grazie ad una proposta di compromesso presentata dalla Francia e dalla Germania i primi di febbraio si è giunti al testo finale di ieri.

Il testo dell'articolo 13 prevede che tutti i siti e le app che permettono l’accesso o la condivisione di materiali protetti dal diritto d’autore siano considerati responsabili per eventuali violazioni. Ogni piattaforma sarà quindi obbligata a stringere accordi con tutti i detentori dei diritti e dovrà garantire che queste licenze siano rispettate, prevedendo quindi sistemi e meccanismi per evitare che vengano caricati nuovamente contenuti vietati. Esatto, stiamo parlando dei filtri per gli upload, già ampiamente criticati.

L’articolo 13 esclude solamente una piccola categoria di aziende: quelle che hanno meno di tre anni di attività in Europa, un fatturato minore di 10 milioni di euro
 e meno di 5 milioni di visitatori unici al mese.


La versione finale dell’articolo 11, invece, prevede il diritto per gli editori di obbligare tutte le aziende che operano su internet a stringere accordi per pubblicare brevi estratti degli articoli e notizie — i cosiddetti snippet, che sono oramai diventati onnipresenti nella nostra navigazione quotidiana. Sono esclusi unicamente “l’utilizzo di singole parole e brevi estratti” — che è però una definizione alquanto vaga. A gennaio, Google aveva mostrato come sarebbe diventata la nostra vita online con questo articolo: link alle notizie accompagnati da vuoti template.

Una legge simile si era già dimostrata fallimentare in Germania.

Questi due articoli erano già stati oggetto di critiche severe da parte di accademici, editori, e associazioni per i diritti digitali — persino da alcuni esponenti dell’industria musicale.

“La stretta maggioranza sull'articolo 13 che il relatore Axel Voss era riuscito a ottenere a settembre si basava sull'esenzione per le piccole imprese, ma ora è tornato indietro sulla base dell’accordo con Francia e Germania durante i negoziati,” ha spiegato l’europarlamentare Julia Reda in un comunicato.

“Il contenuto del testo finale non assomiglia più a quello che il Parlamento ha votato. Per questo esortiamo l'intero Parlamento a respingere i pericolosi articoli 11 e 13 della direttiva,"
 ha ribadito Reda.


Per bloccare questa catastrofica direttiva rimangono due strade: il voto nel Consiglio oppure quello nella sessione plenaria del Parlamento, le cui prossime date fissate sono tra il 25 e 28 marzo, il 4 aprile e tra il 15 e il 18 aprile.

Nel primo caso, sembra molto difficile: dobbiamo sperare che i membri del Consiglio si oppongano nel voto interno — l’Italia si era già pubblicamente opposta —, raggiungendo il numero di 13 Stati, oppure un numero di Stati la cui popolazione complessiva sia pari al 35% di quella europea.

Nel secondo caso, invece, tutti i cittadini possono contribuire, contattando sia telefonicamente che per email i propri europarlamentari — la campagna SaveYourInternet mette a disposizione degli strumenti per contattare i propri rappresentati. E allo stesso tempo continuare a diffondere la petizione online che oramai ha raggiunto quasi 5 milioni di firmatari.





"Le notizie di oggi rappresentano un passo indietro per la libertà di espressione online, ma non è tutto finito, possiamo ancora contrastare i filtri di upload e la link tax. Dobbiamo inviare un messaggio chiaro: vogliamo proteggere i diritti degli autori così come quelli degli utenti 
e dei piccoli editori," ha concluso Reda.



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lunedì 18 febbraio 2019

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martedì 1 gennaio 2019

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