venerdì 29 luglio 2016

Windows 10, l’aggiornamento gratuito è in scadenza


Ad agosto la fusione rivoluzionaria con l’app store Xbox One

Dal 30 luglio una licenza costerà 135 euro. Poi ci sarà il lancio di Windows 10 Anniversary Update, un importante upgrade che porterà alla fusione di tutte le app di Microsoft. I giochi di Xbox potranno essere usati anche sul pc e gli sviluppatori potranno usare l'app per proporre e migliorare i loro prodotti

Il 29 luglio compie un anno il rilascio di Windows 10 e sarà anche l’ultimo giorno disponibile per effettuare l’aggiornamento gratuito da Windows 7 e Windows 8.1. Microsoft ha regalato per un anno agli utenti l’upgrade al suo ultimo sistema operativo in via promozionale, per spingerli ad abbandonare i sistemi più vecchi prima della loro “scadenza naturale” (Windows 7 non riceverà più aggiornamenti dal 2020). Ma adesso, dal 30 luglio, una licenza Windows 10 Home costerà 135 euro e il pacchetto 
Windows 10 Pro 279 euro.
Aggiornare il sistema operativo in queste ultime 24 ore garantirà anche il download gratuito di Windows 10 Anniversary Update, previsto per il 2 agosto. Si tratta di un cambiamento radicale, l’ultimo passo di un processo che sta portando Microsoft a unire le app di Windows e di Xbox in un unico app store: “Un unico store unificato su più dispositivi”, ha spiegato il dirigente di Xbox Phil Spencer. La stessa piattaforma potrà essere visualizzata e utilizzata sul desktop, 
sullo smartphone e su Xbox.

Il più grosso produttore di software al mondo vuole semplificare anche il lavoro degli sviluppatori per elaborare e mettere in commercio i loro prodotti in questa app universale. Sarà inserito, ad esempio, un tool tramite cui convertire automaticamente vecchi e nuovi videogames in app per la nuova multi-piattaforma. Per farla breve tutti i titoli della console potranno essere giocati sul pc. Lo strumento consentirà inoltre agli sviluppatori di aggiungere il supporto per le live tiles (i riquadri presenti sullo start screen che visualizzano le notifiche di diverse app social), le notifiche e l’utilizzo sul pc del controller di Xbox One, indipendentemente dalla loro piattaforma originale. La stessa Xbox One diventerà un vero e proprio kit per sviluppatori, in cui si potrà facilmente passare dal gioco al lavoro di sviluppo sulle proprie app.



E SE IL FUTURO FOSSE IN ABBONAMENTO?  
Dal 30 luglio , per avere la nuova licenza sarà necessario scaricare le versione a pagamento: 149 euro per la Home e 279 Euro per la Pro, con funzioni utili in ambito aziendale. Ma questo per chi aveva pc e dispositivi che montavano Windows 7, 8 e 8.1, mentre non ci saranno costi aggiuntivi per chi comprerà un nuovo portatile, tablet o smartphone. Allo stesso tempo, Windows manterrà l’upgrade gratuito per chi usa le cosiddette tecnologie d’accessibilità come i lettori vocali dello schermo e le tastiere Braille per non vedenti.  
Una volta acquistata la nuova versione, ci saranno nuovi aggiornamenti fino al 2020 per le versioni più comuni, e fino al 2025 per versioni estese. Per ora il nuovo aggiornamento Windows Anniversay Update è gratuito (rinviabile fino a 4 mesi se non si dispone di una rete a banda larga) e non ci sono notizie di ulteriori modifiche a pagamento. Un’anticipazione sul futuro però, potrebbe venire dalla recente Windows Partner Conference di Toronto: il lancio di Windows 10 Enterprise E3, una versione del sistema operativo dedicata alle imprese e disponibile tramite abbonamento a 7 dollari mensili. Si tratta 
solo di una prova, ma chissà che in futuro Microsoft non estenda questa possibilità anche agli utenti privati.  

Racconta la storia della donna che ha vinto la causa contro il colosso di Redmond: secondo il giornale statunitense, infatti, la Goldstein ha riferito di essersi ritrovata con il suo computer di lavoro lento e funzionante “a intermittenza“, di fatto inutilizzabile, dopo aver negato l’autorizzazione all’aggiornamento di Windows 10. “Non ne ho mai sentito parlare – ha detto la Goldstein  – nessuno mi ha mai chiesto se volessi fare l’update“.

Così, dopo aver contattato il servizio clienti di Microsoft senza avere ricevuto risposta, la donna ha portato il caso in tribunale, ritenendo l’azienda americana responsabile per le perdite economiche (dal momento che il computer in questione era quello che usava per la sua agenzia di viaggio) e chiedendo il pagamento di un nuovo computer. C’è voluto poco perché la corte le desse ragione, disponendo per il colosso di Redmond 
un risarcimento alla donna di diecimila dollari.

Come riporta il giornale americano, Microsoft ha negato ogni illecito ma un portavoce ha spiegato che la compagnia ha preferito fare cadere l’appello per evitare ulteriori spese legali. E ha anche offerto nuovi tutorial per mostrare agli utenti come disabilitare le notifiche di aggiornamento. Microsoft è stata più volte, anche in Italia, oggetto di critiche da parte di utenti che hanno visto il loro computer aggiornarsi al nuovo software senza richiedere permessi: un’irregolarità che, però, la casa di Redmond ha sempre negato. L’aggiornamento al sistema operativo Windows 10, fino ad ora gratuito, diventerà a pagamento dal prossimo 29 luglio.



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sabato 23 luglio 2016

Pokémon Go : Google e la guerra contro Facebook


Pokémon Go è senza dubbio l’applicazione del momento. Genera hype, dipendenza, comportamenti assurdi, snobismo e, purtroppo, nella maggior parte dei casi, posizioni completamente acritiche e totale assenza di analisi, anche fra giornalisti. L’unica cosa che emerge nelle conversazioni sociali è il tifo: ci sono quelli che ci giocano e non vogliono che li si critichi, quelli che criticano, quelli che criticano chi critica.

Ma Pokémon Go è anche avamposto di Google per la guerra contro Facebook.

Il primo indizio che dovrebbe far insospettire tutti è il fatto che Pokémon Go si appoggi sulle mappe di Google. L’interfaccia grafica, infatti, non è nient’altro che una rivisitazione di Google Maps.

Il secondo indizio, in realtà, sarebbe il primo in ordine temporale, dopo che si scarica il gioco. Ma uno magari non ci pensa subito, ci fa caso dopo. Pokémon Go non dà la possibilità di registrarsi e accedere tramite FacebooPokemon Go Google vs Facebookk. Ci si può creare un account direttamente sull’app oppure accedere direttamente attraverso il proprio account Google. Conosci altre app che nel 2016 hanno fra l’altro l’obiettivo di diventare quanto più virali possibili e che non consentano di accedere alla app tramite Facebook? Pensi che possa essere un caso, un errore o una scelta specifica?

Il terzo indizio richiede l’uso di Google, una volta che ci si è posta qualche domanda sui primi due. Pokémon Go è un gioco sviluppato da Niantic, Inc. Niantic, Inc. prima di chiamarsi così si chiamava Niantic Labs. Niantic Labs era stata fondata all’interno di Google da John Hanke nel 2010. John Hanke era stato acquisito con Keyhole, la sua start-up, da Google nel 2004 (e aveva sviluppato, internamente alla compagnia di Mountain View, Google Earth e Google Maps). Con Niantic e dentro Google, Hanke sviluppa Ingress, un videogioco di realtà aumentata che ha come interfaccia grafica le Google Maps e come campo di gioco il mondo (solo che, a differenza di Pokémon Go, è anche bello. Non diventa virale: fa circa 14 milioni di download e 250mila persone partecipano a eventi dal vivo organizzati nell’ambito del gioco) e una app di viaggi, FieldTrip.

Nel 2015 nasce Alphabet (la compagnia madre di Google) e Niantic diventa una società indipendente. Al momento dell’uscita, però, i rapporti fra Niantic e Google restano ottimi. Anzi, forse qualcosa di più. Sulla pagina Google+ di Ingress si legge (il 12 agosto 2015):

«Porteremo la nostra miscela unica di esplorazione e divertimento ad un pubblico ancora più grande, con alcuni sorprendenti nuovi partner che si uniranno a Google come collaboratori e sostenitori».
Quindi, Google resta come investitore. E se ne annunciano altri, così come si annunciano progetti rivolti a un pubblico più ampio. Contemporaneamente, un portavoce di Google dice a Techcrunch:

«Niantic è pronta ad accelerare la propria crescita, diventando una società indipendente, cosa che li aiuterà ad avvicinarsi a investitori e partner nel mondo dell’intrattenimento. Saremo contenti di continuare a sostenerli mentre porteranno esplorazione e divertimento ad ancora più persone nel mondo».
Stessi toni: vuol dire che qualcosa bolle già in pentola.

E infatti, due mesi dopo, Google, The Pokémon Company e Nintendo (eccoli, i nuovi partner!) investono su Niantic 20 milioni di dollari (che dovrebbero diventare 30). Per fare Pokémon GO. Nel frattempo, nel 2014, Google e la Pokémon Company avevano già fatto le prove tecniche di trasmissione: il 1° aprile, giorno dei pesci d’aprile, Google aveva riempito le proprie mappe di Pokemon. È più che lecito, oggi, pensare che fosse un test. O che in quell’occasione nascesse il concept del gioco.

Pokemon Go PlusIl design di Pokémon GO Plus (uno strumento per videogiocatori, indossabile, in vendita a 34,99 $ e già esaurito, come se non bastasse, è un mix fra il logo dei Pokémon e il “segnaposto” di Google Maps.

A sottolineare ancora una volta l’enorme legame fra Google e questo gioco.

Google punta sulla realtà aumentata. Lo fa attraverso una compagnia che ha “incubato” e utilizzando un marchio arcinoto e transgenerazionale come i Pokemon. Lo fa creando un gioco-social network.

Lo aveva detto, del resto, il Presidente e CEO della Pokémon Company, Tsunekazu Ishihara: «L’investimento strategico in Niantic pone le basi per un’esperienza social in mobilità che il mondo non ha mai visto prima».

I dati importanti, allora, non sono i numeri di download o il tempo di permanenza sulla applicazione (quelli li valuteremo poi fra qualche mese). Il dato importante è che Pokémon GO fa parte della lotta fra Google e Facebook e che riposiziona in qualche modo Google nell’universo social. Un universo nel quale si pensava che non potesse più competere con Facebook.

Così, ecco che non ti puoi loggare con Facebook per scelta esplicita: l’unico motivo per rinunciare ad un volano di viralità come il social di Zuckerberg sta nelle finalità di Google.

È Google, attraverso Niantic, che si tiene i dati dei giocatori (perché dovrebbe darli a Facebook? Il rivale ne ha così tanti…). È Google che apre a nuove possibilità di mercato (pubblicità e marketing in app, più ancora che acquisti in app, ma anche eventi dal vivo) e si posiziona in maniera strategica – senza esporsi direttamente ma solo come investitore, mettendosi al riparo da figuracce come quella fatta con Google+ – in un mondo, quello della realtà aumentata che non è un’idea nuova ma che, grazie ai Pokémon, è diventato pop.

Ecco. Mentre filosofeggiamo sull’opportunità o meno di giocare a Pokémon Go, mentre ridiamo di chi lo fa o di chi ride di chi lo fa, mentre ci preoccupiamo – forse giustamente? – di quanto diventi sempre più pervasiva la tecnologPokemon Goia nelle nostre vite e di quanto tempo passiamo a lavorare gratis per le Over The Top (è quel che si fa quando si usa Facebook o quando si gioca a Pokémon GO, anche se è qualcosa che ci piace fare), ricordiamoci anche che siamo dati nelle mani di grandi compagnie che si contendono il futuro.

Pokémon Go è parte di questa guerra, ed è una mossa sulla scacchiera del mondo interconnesso che pone Google in una posizione molto interessante. Vedremo come (e se) risponderà Facebook. Il primo punta tutto sulla realtà aumentata. Il secondo diceva di voler puntare sulla realtà virtuale: è tutto da dimostrare, se la realtà virtuale possa o meno diventare virale.
.
.
Ora catturiamo pure i nostri Pokémon. Ma conoscendo il contesto.

Pokémon GO: individuate applicazioni 
fake che scaricano malware

Individuate dagli esperti di ESET 3 app fake: i consigli per giocare in tutta sicurezza

Si chiamano Pokemon Go Ultimate, Guide & Cheats for Pokemon Go e Install Pokemongo le tre false app di Google Play appena scoperte dagli esperti di ESET, il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell'Unione Europea, in grado di bloccare lo schermo dello smartphone per poi connettersi a siti porno o di attivare costosi servizi a pagamento all’insaputa degli utenti.

La prima delle tre app fake, Pokemon Go Ultimate, celandosi come una versione del famoso gioco di successo, è in grado di bloccare immediatamente lo schermo dello smartphone dopo il suo avvio. Dopo un riavvio forzato, possibile solo togliendo la batteria dallo smartphone o modificando le impostazioni dei dispositivi Android, il malware si esegue in background, quindi in modalità invisibile alla vittima, cliccando in maniera nascosta su pubblicità porno. Per eliminare questa minaccia l'utente deve andare su Impostazioni - Gestione applicazioni - PI Network e disinstallarla manualmente.

Le altre due applicazioni fake individuate dagli esperti di ESET su Google Play, Guide & Cheats for Pokemon Go e Install Pokemongo, appartengono alla famiglia degli scareware ed inducono le vittime a pagare per falsi servizi estremamente costosi, promettendo di generare Pokecoin, Pokeball o Lucky Egg.
Le app fake non sono rimaste a lungo su Google Play e sono state immediatamente rimosse dallo store dopo la segnalazione di ESET.

Pokémon GO è un gioco così accattivante che, nonostante tutti gli avvertimenti degli esperti di sicurezza, gli utenti tendono ad accettare i rischi e a scaricare qualsiasi cosa pur di catturare tutti i Pokémon. Coloro che davvero non possono resistere alla tentazione dovrebbero almeno seguire le regole base di sicurezza:

- scaricare le applicazioni solo da fonti attendibili
- verificare le recensioni degli altri utenti, concentrandosi sui commenti negativi e tenendo ben a mente che quelli positivi potrebbero essere stati inseriti appositamente
- leggere le condizioni e i termini d'uso delle app, focalizzandosi sui permessi richiesti
- utilizzare una soluzione di sicurezza mobile in grado di controllare tutte le app del dispositivo



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sabato 16 luglio 2016

Prendere Appunti Fa Bene alla Memoria


secondo la scienza carta e penna aiutano a ricordare meglio dei portatili

Prendere appunti a mano usando carta e penna aiuta ad interiorizzare e ricordare meglio le informazioni in un secondo momento: si tratta del risultato di una recente ricerca dell'Università di Princeton, che ha dimostrato che gli "amanuensi" hanno meno difficoltà a far proprie le nozioni trascritte. Ma attenzione: nonostante tutto esistono comunque delle situazioni in cui prendere appunti tramite laptop produce risultati migliori.

Pam Mueller, psicologa a capo della ricerca, ha raccontato di essere stata ispirata dal periodo in cui era l'assistente di un professore: abituata a portare sempre con sé il proprio portatile per prendere appunti, un giorno lo dimenticò a casa e fu costretta ad utilizzare carta e penna, rilevando stranamente di aver acquisito molte più informazioni del solito.

La psicologa ha deciso quindi di testare la propria teoria attraverso tre studi differenti, raggruppati poi nell'articolo pubblicato su Psychological Science che ne riassume i risultati.

Prima di tutto ha diviso un classe di studenti in due gruppi distinti, dotando un gruppo di carta e penna e un altro di laptop; subito dopo li ha invitati a seguire una conferenza TED prendendo appunti.

Al termine dell'incontro la ricercatrice ha interrogato i ragazzi sugli argomenti trattati dalla conferenza ed ha notato che, mentre per quanto riguarda le domande la cui risposta si basava semplicemente sulla memoria i risultati erano simili per entrambi i gruppi, nei quesiti di tipo concettuale basati sulla creazione di collegamenti tra le informazioni a disposizione gli "amanuensi" hanno ottenuto risultati notevolmente migliori.



"Gli studenti che utilizzavano il portatile stavano praticamente trascrivendo parola per parola la lezione" - spiega Muller - "Ma dato che scriviamo più lentamente a mano coloro che prendevano appunti alla vecchia maniera hanno dovuto essere più selettivi, includendo soltanto le informazioni che reputavano più importanti.
Questo gli ha permesso di studiare i contenuti in maniera più efficiente".

Nel suo secondo esperimento la psicologa ha chiesto agli studenti armati di portatile di evitare il più
possibile di prendere appunti ripetendo in maniera letterale le nozioni spiegate loro; tuttavia questi
hanno trovato molte difficoltà nell'esaudire la sua richiesta. "Si tratta di un'abitudine troppo radicata", ha commentato.

Nell'ultimo esperimento, infine, la Muller ha chiesto a ciascuno dei due gruppi di studiare i propri appunti in vista di un'interrogazione che sarebbe avvenuta la settimana successiva. Si aspettava che i portatili recuperassero terreno grazie alla maggior mole di informazioni che permettono di salvare, ma si sbagliava.


"Siamo stati molto sorpresi dal fatto che chi ha utilizzato carta e penna abbia ottenuto risultati migliori anche in questo caso" - ha commentato - "Nonostante avessero una mole di informazioni molto superiore, coloro che hanno fatto uso del portatile non sono riusciti a metabolizzarle in maniera efficiente sin dal principio".

Ma quindi qual è il metodo migliore? Come spiega la ricercatrice, una risposta univoca non c'è:

"Le persone dovrebbero essere più consapevoli del motivo per cui prendono gli appunti in un
determinato modo, per quanto riguarda sia il mezzo che il fine. A volte prendere appunti a mano può
dare risultati superiori, altre volte il laptop è la soluzione migliore".

Di conseguenza dobbiamo scegliere il metodo attraverso il quale prendere appunti a seconda
dell'utilizzo che dobbiamo farne: se, ad esempio, abbiamo necessità di interiorizzare i dati in maniera più profonda (ad esempio durante una conferenza) è maggiormente opportuno utilizzare carta e penna; ma se, al contrario, necessitiamo di un metodo per trattenere più dati possibili (ad esempio nel caso il nostro datore di lavoro ci faccia una lista molto dettagliata dei nostri compiti) affidarsi alle nuove tecnologie è la scelta migliore.

La ricercatrice non auspica il ritorno di carta e penna e l'abbandono dei portatili; vede tuttavia nei nuovi dispositivi dotati di tecnologia stilo una buona via di mezzo per ottenere il meglio da entrambi i metodi dato che "permettono di immagazzinare velocemente una grande quantità di dati ma al contempo invitano ad interiorizzarli durante la trascrizione senza copiarli lettera per lettera".


Non solo non devi trascrivere quanto dice l’oratore, parola per parola, ma in generale devi evitare frasi lunghe e complesse. Adotta tecniche di scrittura “efficiente”:

Riprendi nei tuoi appunti la struttura delle slide,
senza però ricopiare le singole frasi alla lettera (è tempo perso).
Salta articoli, congiunzioni e in generale quelle parole che puoi eliminare senza compromettere
definitivamente il significato. Insomma focalizzati solo sulle parole e i concetti chiave.
Utilizza delle abbreviazioni per parole standard che utilizzi spesso (es. comunque = cmq). Se lo fai sui social o nelle email è da bimbiminkia, ma può esserti utile per prendere appunti.
Fai ampio uso di simboli (frecce, asterischi, quadrati, etc.). Se può esserti utile, applica la strategia del “Signore dei Pennarelli“.
Un esempio di scrittura “efficiente”? Immagina che ti abbia spiegato quest’ultimo paragrafo dal vivo: cosa avresti scritto nei tuoi appunti? Io avrei scritto 4 bullet point con altrettante frasi chiave: 1) struttura delle slide, 2) concetti chiave, 3) abbreviazioni, 4) simboli.




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domenica 3 luglio 2016

FACEBOOK : CIÒ CHE POSTATE E' GIA' PUBBLICO


MIGLIAIA DI UTENTI CONDIVIDONO IL POST-BUFALA
VITA DA SOCIAL
La solita catena di Sant'Antonio che si aggira sul web. L'ultimo messaggio bufala, segnala la polizia 
sulla pagina Facebook , riporta il seguente testo: "Scadenza domani!!! Tutto quello 
che avete postato diventa pubblico da domani. 
Anche i messaggi che sono stati eliminati o le foto non autorizzate".

"Facebook è ora un'entità pubblica - si legge tra l'altro - Tutti i membri devono pubblicare una nota come questa". Quindi "copia e incolla per stare sul sicuro". "Ovviamente si tratta di una bufala - scrive la polizia - Copiando e incollando contribuirete solo a divulgare la solita #catenadisantantonio.


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venerdì 1 luglio 2016

Importanza del CELLULARE nell' e-commerce


Sempre più persone acquistano da smartphone: il tuo sito è ottimizzato e pronto per accogliere gli utenti mobile?

Entriamo sempre di più nell’epoca super connessa: tutti hanno uno smartphone e, bene o male,
ovunque si può navigare su internet, grazie a reti wifi, 3g, 4g, LTE e chi più ne ha più ne metta!

Cosa sta comportando tutto ciò?

Una vera e propria trasformazione di esperienza di navigazione: ricerche con long tail (parole chiavi
composte, ad esempio “acquisto jeans vita bassa”) sempre più corte, tempo di permanenza sui siti in
diminuzione e una grande fetta di mercato che ormai fa i propri acquisti solo attraverso lo smartphone.

Secondo lo shopping index di Demandware (Azienda leader per le soluzioni cloud commerce) lo
smartphone, entro la fine del 2017, sarà il dispositivo più utilizzato per acquistare online, con tanti
cordiali e rispettosi saluti a notebook e pc!

Chi usa Google Analytics non sarà poi tanto sorpreso da queste notizie, in quanto il trend a favore dei visite mobile dispositivi mobile è sotto l’occhio di tutti gli “addetti del settore” e a chiunque abbia un
minimo di controllo sui dati che riguardano il proprio sito (un’abitudine spesso ignorata ma
dannatamente importante per ottimizzare le conversioni e rendersi conto cos’è che va o no va sul
proprio store).

In questo scenario, quindi, come bisogna comportarsi? Cosa occorre fare per non farsi cogliere
impreparati e subire danni al proprio business?

Semplicemente bisogna cominciare a ragionare con più di un occhio di riguardo verso quelle che sono le necessità degli utenti che navigano dai dispositivi mobile:siti responsive (che si adattano al tipo di dispositivo pc/tablet/smartphone e quindi offrono un’esperienza di navigazione ottimale)
processi di acquisto con step ridotti all’osso (meno step si hanno più si otterrà una conversione, visto
che gli utenti connessi da dispositivi mobile hanno tempi di permanenza sui siti minori rispetto a quelli provenienti da desktop)siti snelli e veloci per permettere la navigazione anche con velocità di connessione bassa (sappiamo tutti che in Italia spesso la copertura non è delle migliori, specialmente se non ci si trova in grandi città come Roma o Milano)

Sono 3 punti fondamentali per non perdere terreno sul mercato digitale ed ogni e-commerce dovrebbe adattarsi alle “nuove regole del gioco” o vedrà il suo business scendere inesorabilmente.

E tu? Sei già pronto per il nuovo trend


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Web : Investimento per Azienda e non Costo


Investire sul web è investimento per un'azienda e non un costo come molti credono. Ma quali sono gli errori da non commettere per evitare che il nostro investimento vada in fumo.

Per un’azienda investire sul web è diventato un obbligo vista la grande diffusione che in tutto il mondo ha avuto internet. È quindi una naturale conseguenza che molte imprese facciano ingenti investimenti per migliorare il loro sito web istituzionale, per popolarlo di contenuti di qualità, onde poter intercettare i bisogni dei propri clienti e fornire loro soluzioni concrete.

Tuttavia, avere un sito “bello” non è abbastanza per emergere e battere la concorrenza. Infatti, i titolari d’azienda sono sempre più consapevoli dell’importanza che, sul web, occorre puntare non tanto sull’estetica ma sull’utilità. Un sito è uno strumento informatico, e quindi deve avere un’utilità che nello specifico è raggiungere i propri obiettivi di business. Per questa ragione un buon sito dovrebbe normalmente essere sviluppato solo dopo aver pensato a una strategia precisa.

Fatta questa premessa vediamo ora in dettaglio quali sono gli errori da evitare nella progettazione di un sito internet.

Mancanza di call to action

Ovvero invito all’azione. Quando gli utenti visitano il nostro sito internet, trovano i nostri prodotti/servizi.

Possono quindi decidere di acquistare o meno. È quindi importante che un visitatore sia in qualche
modo guidato nel processo di acquisto o nella navigazione.

Se vogliamo che i visitatori diventino clienti, o ci contattino per avere maggiori informazioni sui nostri prodotti/servizi oppure si iscrivano alla nostra newsletter, dobbiamo far in modo che all’interno del sito trovino degli spunti per compiere un’azione. In caso contrario, una pagina web che non contenga alcuna call to action sta letteralmente perdendo importanti opportunità di business, cosa che non è ovviamente auspicabile.

Non avere una versione ottimizzata per il mobile

Gran parte della navigazione web oggi più che mai avviene tramite smartphone e tablet. Purtroppo non tutte le realtà aziendali si sono adattate a questa novità.

Almeno una volta avremo fatto una ricerca su Internet dal nostro telefono cellulare, capitando su un sito web che non è stato adattato al nostro dispositivo. Sicuramente avremo trovato grosse difficoltà nella navigazione dovendo ingrandire il particolare della pagina che ci interessa o semplicemente per poter passare da una pagina all’altra.

Il risultato è che navigare in questo modo è quasi impossibile e ci fa perdere la pazienza passando oltre su un sito maggiormente fruibile. Magari il sito non ottimizzato conteneva informazioni qualitativamente migliori rispetto a quello ottimizzato, ma purtroppo la mancanza di fruizione sul mobile è un fattore penalizzante. Per questa ragione dovremmo cercare di avere anche una versione ottimizzata per il mobile. Detto in parole povere: le persone fuggono dai siti che non sono progettati per il mobile.Senza contare che i motori di ricerca penalizzano in termini di posizionamento i siti non adatti alla consultazione da dispositivi mobili: quei siti non otterranno il posizionamento che meritano, ma uno peggiore, proprio perché non forniscono agli utenti web una buona esperienza utente.

Avere una cattiva struttura

Su internet si trovano siti web che sono visivamente ben progettati, che contengono un gran varietà di contenuti, che dovrebbero essere in grado di fornire ai visitatori le informazioni che cercano. Purtroppo questi siti non generano i risultati attesi. Potrebbe essere che la radice del problema sia l’architettura stessa del sito.

Ricordiamoci che avere un sito bello non necessariamente è garanzia di successo su internet. La
chiave su cui agire è l’architettura del sito, ossia la disposizione dei suoi contenuti per agevolare la
consultazione da parte dei lettori.

In effetti, quando i visitatori hanno difficoltà a trovare quello che cercano, è frequente che passino ad
altro sito. E questo è esattamente quello che dovremmo cercare di evitare a tutti i costi.

Per verificare se il nostro sito ha problemi che concernono l’architettura dei contenuti, dovremmo
provare a rispondere alle seguenti domande:
• I visitatori trovano facilmente quello che cercano?
• La navigazione è abbastanza intuitiva per un nuovo utente che arriva sul sito?
• Qual è la durata media delle visite al sito?
• Quante pagine sono viste in media per ogni visita?
• Qual è la frequenza di rimbalzo del sito?
• Quali sono le pagine di uscita più frequenti?

Un aiuto nel rispondere a questi quesiti ci viene dato dalle Google Analytics. Capire il comportamento dei visitatori del nostro sito è fondamentale per cercare di migliorare la loro esperienza di navigazione.

Conclusioni

Per concludere, è lampante che è necessario per un’azienda che cerca di sfruttare le potenzialità che il web offre avere un sito web adeguato. Adeguato a cosa? Al web e alle sue tecnologie che
costantemente si evolvono. Occorre adeguarsi costantemente a queste trasformazioni, anche se è a
volte può risultare faticoso. Così come, allo stesso modo, si devono sempre misurare le prestazioni del proprio sito web, al fine di verificare se centrano gli obiettivi che la strategia di essere sul web si è prefissa.

Il nostro sito web è uno strumento che ci può far guadagnare parecchio denaro attraverso un’efficace
lead generation. Quindi dobbiamo sempre pensarlo come a un investimento e mai come a un costo.

LEGGI ANCHE :  http://cipiri4.blogspot.it/2016/07/importanza-del-cellulare-nell-e-commerce.html

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