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venerdì 29 aprile 2016

Internet a costo zero per tutti


Il social web di Verrua Savoia: 
Internet a costo (quasi) zero per tutti.
Primo caso in Italia: un gruppo di cittadini fonda un’associazione no profit con lo scopo di gestire la rete senza bisogno dei tradizionali provider. Il ministero approva: costerà 4 euro al mese.
Cinque anni fa era una sfida: portare Internet là dove i provider non arrivano perché non conviene, c’è troppo poco da guadagnare. Oggi è ben più di un esperimento. È una breccia, una strada aperta che migliaia di comuni potranno replicare. 

Tra due giorni Verrua Savoia, paese di 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, sarà il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet, sul modello delle compagnie telefoniche cui tutti noi siamo abbonati. Meglio, il provider non sarà il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc. L’hanno chiamata «Senza Fili, Senza confini», progetto culturale senza fini di lucro con un unico scopo: «sostenere la crescita e il rafforzamento della cultura locale e il sostegno di Internet come strumento di promozione e tutela delle identità culturali». Fornirà una connessione Internet a 20 Mb/s a qualunque abitante di Verrua Savoia lo richieda. Non più gratuitamente, come avveniva finora, ma in cambio della quota d’iscrizione annuale all’associazione: 50 euro, ovvero 4 al mese, prezzo imbattibile per una connessione che nessuna compagnia telefonica riuscirebbe a garantire in un comune di montagna. 

A capo di questo esperimento dirompente c’è Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem. L’hanno soprannominato «mister Wireless» perché da qualche anno si è fissato con un’idea che persegue tenacemente: portare i collegamenti Internet nei luoghi più remoti che, proprio perché isolati, sono poco convenienti. Lui ci riesce. Spendendo pochissimo. Ha portato Internet a Capanna Margherita, sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa. L’ha portato nella foresta amazzonica, 
in Ecuador; e l’ha portato alle isole Comore. Poi ha deciso di portarlo a casa sua, a Verrua Savoia. «Un giorno, nel 2009, incontro il sindaco, mi racconta di aver ricevuto un preventivo di 30 mila euro per portare l’adsl. Uno sproposito». Trinchero riunisce i ragazzi di i-Xem e cerca un’alternativa. Quale? Recuperare vecchi pc, schede radio come quelle montate nei router e alcune antenne recuperate da un vecchio provider che faceva comunicazioni radio fm. Tanto basta per creare due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga nel 97% del territorio comunale. Il tutto spendendo quasi nulla. 



Il progetto funziona, il Politecnico lo sostiene, il Comune ovviamente anche: in pochi mesi 260 famiglie di Verrua si garantiscono una connessione veloce alla rete che altrimenti non avrebbero avuto. Ora, però, l’esperimento si è esaurito. «Ma noi non potevamo chiudere questa storia con un bollo ministeriale apposto su una relazione tecnico-accademica. Volevamo trovare il modo di dargli continuità mantenendo inalterate, anzi rafforzando, tutte le caratteristiche sociali e comunitarie che hanno animato la sua esistenza», racconta Trinchero.  

Nei mesi scorsi raduna un team: i suoi collaboratori, un esperto di Internet e di tutte le sue implicazioni come Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, l’avvocato Marco Ciurcina e Tiziana Sorriento, vicepresidente del Codacons: Cercano una soluzione. La trovano: trasformare l’esperimento in un’associazione di cittadini e registrarla come provider. Nessuno l’ha mai fatto in Italia. Ma il ministero dello Sviluppo economico accoglie la richiesta e concede tutte le autorizzazioni. Venerdì si parte. Con tecnologie commerciali, non più quelle fai da te di cinque anni fa, ma con la stessa vocazione sociale: un gruppo di cittadini (l’associazione ha 29 soci) si unisce facendosi carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo con costi più accessibili ed evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. «Può diventare un modello dirompente, soprattutto nelle zone rurali», ragiona Trinchero. Per portare il web - e, con esso, informazioni, cultura, opportunità - a chi vive isolato dai grandi centri. Se si pensa che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti, la portata di quanto sta per accadere a Verrua Savoia diventa subito lampante. 

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Internet fai da te in ITALIA


Internet fai da te

Può sembrare un’impresa proibitiva, a sentirla raccontare: serve un legale che aiuti a costituire un’associazione, un commercialista, informatici e ingegneri per installare e gestire la rete, bisogna affrontare i burocrati del ministero per autorizzazioni e licenze e i colossi delle telecomunicazioni per acquistare la banda. Impossibile? No. A Verrua Savoia, 1500 abitanti a 50 chilometri da Torino, ci sono riusciti: con un’associazione no profit cui hanno aderito 450 delle 650 famiglie del paese, hanno portato Internet ad alta velocità (ma a bassissimo costo) nelle venti e più borgate tra le colline, da cui le grandi compagnie della rete si tengono alla larga. Non conviene, non rende. E ai cittadini non resta che fare da sé. Come a Verrua, dove hanno fondato la prima associazione in Italia registrata come provider, ovvero un fornitore di servizi Internet. 

La riscossa dei piccoli Comuni contro il divario digitale passa da qui: ieri oltre 300 tra esperti e amministratori locali provenienti da varie parti d’Italia, si sono incontrati per capire come replicare il modello. «Da quando abbiamo fondato l’associazione ho ricevuto più di 2 mila mail», racconta Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem, che nel 2010 ha cominciato questa avventura utilizzando materiali di recupero per portare Internet in paese. E poiché la filosofia è diffondere e condividere, Trinchero li ha invitati tutti a Verrua. E ha messo a disposizione tecnici, ingegneri, legali: tutto quel che serve per mettere in piedi un’associazione e diffondere Internet sul territorio. In 300 sono venuti, altri 200 hanno seguito i lavori in streaming.  

Decisi a ribellarsi alla dittatura del «piccolo è svantaggioso». «Nelle nostre valli è facile restare tagliati fuori», racconta Alberto Oss, arrivato da Canezza, in Valsugana. Basta abitare sul versante sbagliato. Con alcuni amici ha messo le sue competenze di informatico al servizio della comunità. In poco tempo l’associazione Gallianetwork è arrivata a servire 100 famiglie: «Ora vorremmo strutturarci, ecco perché siamo qui». Lo stesso vale per Francesco Zitelli, 26 anni, emissario dell’amministrazione appena insediata di Due Carrare, nel Padovano: «Si sono resi conto che la difficoltà di accedere a Internet e al bagaglio di informazioni che diffonde è un problema primario».  

Lomazzo, provincia di Como, ha inviato l’assessore Graziano Polli, Lizzano in Belvedere (Bologna) il consigliere Zeno Tamarri, 24 anni. Altri amministratori sono arrivati dall’Emilia, dalla Toscana, da Latina e da Taranto, oltre che da Liguria e Piemonte. Per non parlare dei singoli cittadini, decisi a tornare a casa con un bagaglio di informazioni da riversare su sindaci diffidenti o poco interessati. «Da noi il Comune ha preso accordi con una società, ma c’è da spendere tanto - , racconta Renato Righini, residente in una frazione di Castello d’Argile nel Bolognese -. Domani tornerò a parlargli, perché si può avere lo stesso a molto meno». A Verrua, con il fai da te,
 una famiglia spende 80 euro l’anno.  

I cittadini si fabbricano la banda larga
Altri otto comuni aderiscono all’associazione che porta Internet a basso costo nelle piccole realtà.



L’idea di fondo è utilizzare materiali a basso costo su cui implementare la tecnologia necessaria a trasmettere il segnale Internet.
Si era capito subito che sarebbe stato un esperimento dirompente: i cittadini che si mettono in proprio per garantirsi un servizio che il mercato fornirebbe solo a condizioni improponibili o comunque piuttosto svantaggiose. Si era capito anche che molti avrebbero seguito l’esempio di Verrua Savoia, 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, diventato alla fine dello scorso anno il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet sul modello delle compagnie telefoniche. Nel giro di pochi mesi il modello ha piantato radici e ora mostra i primi germogli. Verrua Savoia ha fatto da apripista, poi si è aggiunto Lamporo, piccola realtà del vercellese, e da qualche giorno altri sette comuni: Brozolo, Brusasco e Cavagnolo, in provincia di Torino; Gabiano Monferrato, Mombello Monferrato, Moncestino, Villamiroglio, in provincia di Alessandria.  

Contro il «digital divide»  
Entro fine anno 3.200 famiglie otterranno una connessione a Internet pagando una cifra quasi irrisoria, 50-80 euro l’anno a seconda dei casi. Gliela fornirà non il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc da un professore del Politecnico. Daniele Trinchero, fondatore del laboratorio i-Xem, qualche anno fa - dopo aver portato Internet a costo zero (o quasi) nei luoghi più remoti, e perciò ignorati dalle grandi aziende di telecomunicazioni, dal Monte Rosa alla foresta amazzonica, alle isole Comore - ha deciso di portarlo anche a casa sua, Verrua Savoia. Un piccolo comune in collina, tra i tanti a scontare il «digital divide» che affligge l’Italia, divisa tra le aree urbane raggiunte dalla banda larga e le piccole realtà, spesso sprovviste.  
L’esperimento è cominciato così: Trinchero, con un gruppo di ricercatori, ha recuperato vecchi pc, schede radio, antenne, e realizzato due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga sul 97% del territorio di Verrua. Quattro anni dopo quel progetto si è trasformato: esaurito il finanziamento del ministero dell’Università e il contributo del Politecnico, è diventato un’associazione composta dai cittadini di Verrua, chiamata «Senza Fili, Senza confini», che oggi fornisce la banda larga a 360 famiglie (su 650) al costo di 50 euro l’anno. Una rivoluzione: nei mesi scorsi ne hanno parlato il New York Times, la Bbc, Al Jazeera. Un apripista per il resto d’Italia: in sei mesi mille comuni hanno scritto o telefonato per chiedere informazioni. E l’associazione dei Digital Champions italiani ha chiesto a Trinchero, che di «Senza Fili Senza Confini» è presidente, di analizzare la replicabilità del modello adottato a Verrua.  

Il modello si estende  
Ed ecco il terzo programma: «Senza Esclusi». Trinchero ha analizzato la situazione: la forbice tra zone urbane e rurali negli ultimi anni si è progressivamente ampliata. All’interno della stessa campagna esiste un divario digitale: anche quando il capoluogo ha accesso alla banda larga quasi mai la connessione raggiunge tutto il territorio, anzi, spesso i piccoli insediamenti ne restano privi. «Senza Esclusi» è un modo per mettere a disposizione le competenze tecniche e l’esperienza accumulata a Verrua. Il primo a testarlo è stato Lamporo, in provincia di Vercelli. Poi si sono aggiunti gli altri sette, per ora inglobati dall’associazione ma solo finché non riusciranno a cavarsela da sé. Altri arriveranno, del resto il bacino potenziale è sterminato: basti pensare che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti. 


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INTERNET in ITALIA nasce 30 anni fa



Trent'anni fa la Rete in Italia

Il 30 aprile compie 30 anni il primo collegamento italiano alla Rete mondiale.
Trenta aprile 1986: un segnale parte dal centro Cnuce del Cnr di Pisa e arriva - via satellite - al centro di calcolo Roaring Creek in Pennsylvania. E ritorno. Fu quello il primo collegamento a Internet (che allora si chiamava Arpanet) dall'Italia. Una svolta epocale che non fu compresa quasi da nessuno.

Internet in Italia è arrivato dal cielo. Il primo messaggio che ci avrebbe collegato a quella che doveva diventare la grande rete del mondo è partito da Pisa, in via Santa Maria in Via, dove allora c’era la sede di un istituto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Cnuce. Da lì è passato su un cavo telefonico della Sip (l’attuale Tim) fino alla stazione di Frascati dell’Italcable, la società che gestiva le chiamate internazionali, da dove è stato dirottato al vicino Fucino, in Abruzzo. Qui da un’antenna di Telespazio, ancora oggi in funzione, è stato sparato verso il satellite Intelsat IV, che orbitava sopra l’Atlantico, ed è sceso in picchiata verso la stazione satellitare di Roaring Creek, che la Comsat aveva aperto due anni prima in Pennsylvania. Fu quello il primo collegamento a Internet (che allora si chiamava Arpanet) dall'Italia. Era il 30 aprile 1986. L’Italia si era collegata a Internet. E non se ne accorse nessuno, perchè il mondo in quei giorni era attonito per la tragedia dell’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta quattro giorni prima. Internet non esisteva nella coscienza collettiva. Non esisteva neanche nel comunicato che qualche giorno dopo, con tutta calma, venne predisposto a Pisa. Si parlava di collegamento di Pisa ad Arpanet, la rete che era nata negli Stati Uniti nell’ottobre del 1969 per collegare i computer di molte università americane.



Ma da allora quella rete si era allargata e grazie ad un protocollo progettato nel 1973 in Silicon Valley da Vint Cerf e Bob Kahn, era diventata Internet: una rete di reti.

Oggi viviamo di internet e la nostra vita è cambiata in modi impensabili trent'anni fa. Le comunicazioni, il commercio, l'informazione, non esiste settore della vita odierna che non abbia risentito di quei primi bit d'informazione che passarono inosservati, di cui nessun giornale scelse di parlare. Ma come quei lavoratori del Cnr ricordano quel primo segnale, tutti noi ricordiamo la prima volta che abbiamo fatto accesso alla Rete. Qualcuno con i vecchi modem rumorosi, i più giovani già con il wifi e i telefonini.



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mercoledì 27 aprile 2016

Quanto durano i prodotti della Apple



Quanto durano davvero i prodotti della Apple
Obsolescenza programmata? Sistemi operativi da cambiare apposta? Dopo una denuncia che rivela il 
malcontento dei consumatori, l’azienda fondata da Steve Jobs risponde
Scenari futuri: dove ritorna - inquietante - il termine "obsolescenza programmata". 
Volete un esempio? 

La stessa Apple dichiara che, per i dispositivi che hanno un sistema come IOS e watchOS” come 
l’iPhone, calcola una durata di vita approssimativa di circa tre anni. Le modalità di un eventuale riciclo non sono meglio specificate, ma la spirale consumistica nella quale siamo sempre più invischiati non promette nulla di buono. Ma è veramente quello che vogliamo?

Di sicuro, non sono come le lavatrici tedesche degli anni ’60, destinate a durare anche dopo la fine del Sistema Solare. Anzi: secondo molti, i device della Apple (e non solo) sarebbero progettati apposta per smettere di funzionare in un momento preciso. È la cosiddetta “obsolescenza programmata”, metodo furbissimo per costringere il consumatore a continuare a comprare, una volta che ormai si è fidelizzato (o meglio, assuefatto), i prodotti della stessa marca. Un iPhone può costare più o meno la stessa cifra ma, a differenza dei diamanti, non è per sempre. La domanda esatta allora è: per quanto?

Sembra che la risposta (ancorché sia vera) sia arrivata. E la fornisce la stessa Apple in un servizio di 
FAQ in cui compaiono le domande che tutti, prima o poi, si sono posti. E cui le aziende, di solito, 
preferiscono non rispondere. Del resto, i clienti si erano stancati. All’inizio dell’anno è stata depositata una denuncia per pubblicità ingannevole proprio su questo argomento. La Apple renderebbe l’iPhone 4S obsoleto apposta attraverso l’aggiornamento di IOS 9.

Per l’iPhone, spiega la stessa casa produttrice, si calcola una durata di vita approssimativa di circa tre 
anni (cioè, spiega, “per i dispositivi che hanno un sistema come IOS e watchOS”), mentre per i 
computer, cioè i Mac, se ne calcolano quattro (“i dispositivi funzionanti con OS X e tvOS). E poi? Be’, o lo si tiene per ricordo oppure – e sarebbe meglio – lo si ricicla.

Programma Riuso & Riciclo Apple per iPhone, iPad e Mac

Non tutti di voi sapranno che Apple già da qualche anno ha avviato, anche in Italia, il programma di 
riuso & riciclo per iPhone, iPad e Mac.
Ma in cosa consiste il suddetto programma Apple ? Portando il nostro vecchio dispositivo, iPhone, iPad o Mac che sia potremo ricevere uno sconto oppure potremo spedirlo 
e ricevere un importo pari al suo valore.

Entrando sulla pagina del Programma Riuso & Riciclo Apple potremo 
decide se effettuare una stima 
online del nostro dispositivo oppure cercare l’Apple Store più vicino
 a noi convenzionato per effettuare tale stima.
Se ci dovessimo recare in Apple Store per ricevere una valutazione del nostro dispositivo riceveremo 
uno sconto immediato sull’acquisto di un nuovo dispositivo. Tra le note Apple è riportato che “non tutti i dispositivi danno diritto a ricevere uno sconto” e che “l’offerta potrebbe non essere disponibile in tutti gli Store” di conseguenza è consigliato cercare lo store giusto.
Per quanto riguarda la stima online tutto è più semplice, in quanto basterà seguire alcuni step, i quali vi chiedono di descrivere le condizioni del vostro terminale, per ricevere o una carta regalo Apple Store, una sorta di buono quindi, oppure direttamente l’accredito dei soldi sul vostro conto bancario.
Apple ha anche aggiunto una sezione distaccata, Smartphone, che vi permetterà di effettuare una 
permuta anche di dispositivi al di fuori di Apple.
La domanda a questo punto sorge spontanea, ma quanto valuterà Apple il nostro dispositivo? E, le 
valutazioni sono fedeli al prezzo di mercato di un dispositivo di seconda mano?
Noi abbiamo effettuato un preventivo su un nostro i Device per voi.
Il dispositivo che ipoteticamente vorremmo vendere ad Apple è proprio un iPhone 5S da 32 GB Nero, in perfette condizioni, con normali segni di usura.
La valutazione? Ben €165 con Carta Regalo Apple Store. 
Decisamente deluso sulla valutazione effettuata.
Però non scoraggiatevi cari utenti, ci viene in soccorso un servizio che si appoggia al noto sito 
BuyDifferent. TrenDevice vi permetterà di vendere il vostro iPhone o iPad 
e di ricevere il pagamento in denaro.
Effettuando la valutazione con questo nuovo sito la valutazione è più accettabile, circa €100 in meno o giù di lì rispetto alla vendita tra privati però è lecito se considerato
 la vendita instantanea al sito internet.
Il prezzo di questo nuovo preventivo è di €330 (nel mio caso senza scatola e con una piccola 
ammaccatura che non rientra tra i normali segni di usura).
In definitiva, non vi consiglio di utilizzare il Programma di Uso & Riciclo Apple ma bensì TrenDevice che offre delle valutazione più a portata di tasca.


Gli smartphone usati valgono oro. Parola di Apple
Riciclo e tutela ambientale possono diventare un business milionario.  Apple recupera tonnellate di 
metalli preziosi dagli iPhone rottamati consegnati dai clienti. A partire da 35 milioni di euro di oro.

Riciclare i prodotti dismessi invece che lasciarli marcire nelle discariche non è solo un dovere nei 
confronti del pianeta, è anche una buona pratica che può valere milioni di dollari. Per averne conferma basta chiedere a Apple, che nel 2015 ha recuperato dagli iPhone e dagli iPad “rottamati” dai propri clienti quasi una tonnellata di oro, per un valore complessivo di circa 40 milioni di dollari (35,3 milioni di euro).

I numeri del riciclo di Apple sono impressionanti: nei 12 mesi del 2015 l’azienda di Cupertino ha trattato oltre 28.000 tonnellate di materiale grezzo dalle quali ha estratto, oltre all’oro, 1.300 tonnelate di rame per un valore di 6,4 milioni di dollari 
e 2.000 tonnellate di alluminio per altri 3,2 milioni di dollari.

Lo scorso marzo l’azienda ha presentato al pubblico Liam, il robot che lavora sulle linee di 
disassemblaggio degli iPhone 6:  in pochi istanti è in grado di smontare uno smartphone e di separare 
le componenti riciclabili da quelle destinate alla distruzione.


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domenica 3 aprile 2016

Amicizie da Cancellare su Facebook



La vita è fin troppo breve per sprecare il proprio tempo a leggere le elucubrazioni dei propri amici più “negativi” sui social. È facile ritrovarsi con un lunghissimo elenco d’amici online, e, indipendentemente dal fatto che questi siano ex compagni di liceo, ex colleghi di lavoro, o semplicemente persone conosciute in vacanza, con tutta probabilità ciascuno di loro avrà qualcosa da dire nel proprio status su Facebook. Ciò non significa necessariamente 
che dobbiate aver voglia di starli a sentire.

Consideratelo un manuale, in nome del vostro benessere. La gioia deriva spesso dalle nostre 
frequentazioni. E gli studi dimostrano come la propria felicità possa essere connessa a delle interazioni sociali forti ; interazioni che potrebbero perfino includere quelle online. Qui di seguito troverete alcuni di quegli amici di Facebook che dovreste valutare se allontanare dal vostro account.

Gli amici virtuali tossici

1. Il fanatico della politica

È un po’ come invitare il classico zio ubriacone al banchetto del giorno del ringraziamento, solo che 
adesso te lo ritrovi sul telefonino e nella vita di ogni giorno. I tuoi amici dei social hanno tutto il diritto di condividere le proprie opinioni politiche, ma se non avete voglia di stare ad ascoltare le riflessioni di qualcuno sul sistema sanitario o sul secondo emendamento, allora liberatevene. È facile.

2 Mr. Umor Nero

Una giornata storta capita a chiunque, è normale, ma c’è una bella differenza fra condividere e 
rimuginare. Le ricerche ci dicono che lo stress è un’emozione contagiosa. Più allontanerete l’energia 
negativa dalla vostra vita, incluso il vostro feed di Facebook, più sarete felici.

3 Il proprio ex-qualcosa

Non state lì a sprecare energie preziose dietro agli odiati ex amici e partner. All’inizio potrà risultare 
difficile, ma eliminarli dalle proprie cerchie online potrebbe essere la scelta migliore per il vostro 
benessere mentale.E se ancora non doveste sentirvi pronti a tagliare il cordone, su Facebook ci sono molti modi per agevolare la transizione. Provate a nascondere la persona in questione dal vostro newsfeed, o ad adoperare la funzione “Take a Break”, che serve a celare ricordi, foto e altri contenuti riguardano un determinato individuo.

4 Quei conoscenti dall’erba più verde

È il caso di smettere di paragonarsi agli altri, ma la cosa potrebbe risultare difficile dal momento in cui — com’è stato dimostrato da una ricerca nel 2015 — Facebook è addirittura in grado di scatenare 
sentimenti depressivi in seguito al confronto sociale. Se mai doveste sentirvi a disagio dopo aver visto le foto di fidanzamento di una vostra compagna di classe delle elementari — posto che siate 
praticamente delle estranee, potrebbe essere arrivato il momento di rimuoverla dalle vostre amicizie.

5 Il cercatore d’attenzione

“Oggi è stato forse il giorno peggiore della mia vita… non mi va di parlarne”, ti ritrovi a leggere 
nell’aggiornamento di stato di qualcuno spuntato sul tuo newsfeed. E alzi gli occhi al cielo.
Ma con tutta probabilità la tua reazione non è insolita: gli status dei cercatori d’attenzione potrebbero 
infastidire più che stimolare curiosità. Se quindi siete stanchi dei melodrammi, forse è arrivato il 
momento di cassare questa gente dai vostri aggiornamenti.

6 Il vanaglorioso

È tornato da una splendida vacanza? È riuscita a consumare 865 calorie facendo esercizio in palestra? A voi toccherà sentirne parlare….e v’infastidirà terribilmente. Ma la scienza è dalla vostra: gli studi 
indicano che il “falso modesto”, colui che si fa pubblicità pur facendo professione d’umiltà, in realtà sui social non la dà a bere a nessuno. Fatevene una ragione, esibizionisti.

7 Chiunque vi faccia sentire male con voi stessi

Alla fine della fiera, il punto è che i social media non dovrebbero servire a farvi stare peggio. Chiunque sia la persona in questione che vi affossa, online o nella vita reale, forse è il caso di rivedere la posizione che occupa nella vostra vita.
Se poi non dovesse bastare, avrete sempre la possibilità di allontanarvi dalla rete per un pò.
 Staccare un pò la spina non ha mai fatto male a nessuno.

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sabato 2 aprile 2016

Apologia di fascismo su Facebook



Apologia di fascismo su Fb, 13 denunciati
Controlli della polizia a Varese su un gruppo sul social network
Per alcune frasi su Facebook che inneggiano al fascismo, insulti razzisti e anche considerazioni dai toni violenti sull'immigrazione, 13 persone sono state denunciate nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Varese. I controlli della polizia si sono concentrati, in particolare, su un gruppo sul social network chiamato 'Vessilli neri-boia chi molla'. La pagina, con circa mille iscritti, avrebbe ospitato frasi e commenti che, secondo le accuse, costituirebbero apologia del fascismo
 o istigazione all'odio razziale.
Tra i 13 denunciati ci sono gli amministratori del gruppo e utenti di Facebook, che sono stati 
individuati facilmente in quanto hanno pubblicato le frasi con il loro vero nome.

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