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martedì 2 aprile 2013

Finlandia : la banda larga è un diritto


In Finlandia le connessioni a banda larga sono diventate da oggi un diritto per tutti i residenti. Si parte con un minimo garantito di 1 Mbps, ma per il 2015 si pensa già a 100 Mbps. Difficile fare un paragone con la situazione italiana.


 La Finlandia da oggi diventa ufficialmente il primo paese al mondo a riconoscere a ogni cittadino il diritto di avere una connessione a banda larga. E ovviamente non si parla di servizi patacca all'italiana , bensì di accessi minimi da 1 Mbps – entro il 2015 sarà di 100 Mbps.

 Come si fa a raggiungere un tale risultato? Semplice, il Governo ha stabilito che tutti i provider sono obbligati a fornire a ogni residente una linea a banda larga con una velocità minima di 1 Mbps. "Abbiamo considerato il ruolo di Internet nel quotidiano dei finlandesi. I servizi Web non sono più solo intrattenimento", ha spiegato la Ministra per le Telecomunicazioni Suvi Linden. "La Finlandia ha lavorato duramente per lo sviluppo della società di informazione e un paio di anni fa abbiamo scoperto che non tutti avevano un accesso". Ecco quindi la decisione di investire nello sviluppo: tanto più che per raggiungere la totalità dei residenti (il 96% già coperto) sembrerebbero mancare non più di 4mila edifici.

In Italia ovviamente un modello di questo genere sarebbe difficilmente replicabile, non tanto per questioni ambientali o livello di popolazione ma semplicemente per la totale mancanza di coscienza del problema. La maggioranza degli italiani non reputano Internet una priorità per il paese. Il Governo poi ne parla come di una spesa (e non un investimento remunerativo), o al massimo tratta l'argomento come una fiche da giocare sul tavolo della politica – nonché della finanza.



L'ultimo rapporto Audiweb sul web italiano sembra incoraggiante: più del 64% della popolazione dichiara di avere un accesso a Internet. Il problema è che la maggioranza degli italiani non sa che cosa sia la banda larga.

 L'ultimo rapporto Audiweb sulla diffusione degli accessi online in Italia sembra positivo, ma in verità la situazione è disastrosa. "In base al report AW Trends, dichiara di avere un accesso a internet il 64,6% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni, con un incremento del 10,4% rispetto al 2008, e il 51,9% delle famiglie, con un incremento del 13,6% rispetto al 2008", si legge nel comunicato.

Verrebbe quasi voglia di stappare uno spumantino, se non fosse che l'ultima indagine UE indicava nel luglio scorso un tasso di penetrazione della banda larga (sopra i 144 Kbps) italiana pari a 19,8% - a fronte del 37,9% dell'Olanda, 29,4% della Germania e 29,2% della Francia.
A questo punto, facendo due semplici calcoli, è evidente che solo circa il 30% della popolazione "tra gli 11 e i 74 anni" può dirsi al passo coi tempi (online). Una connessione analogica o un'ADSL patacca che supera a malapena i 100 Kbps, per quanto stimolino tenerezza, non sono altro che diligenze su un'autostrada di Ferrari. Tanto vale leggere il retro di uno shampoo che aspettare il caricamento di una pagina web. L'Unione Europea ha rilevato, per di più, che in Italia il 30% dell'utenza a banda larga non supera i 2 Mbps di velocità; poco più del 70% si mantiene sotto i 10 Mbps.

 

 "In base ai dati della Ricerca di Base, si conferma una crescente diffusione di internet in Italia, con una distribuzione abbastanza simile sul territorio - a eccezione dell’area Sud e le Isole che presenta una percentuale di individui più bassa (58,4%) rispetto alle aree Centro (69,6%), Nord-Est (67,4%) e Nord-Ovest (67,4%)", continua il documento.



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domenica 13 maggio 2012

Internet , strumento per la crescita



Internet , strumento per la crescita


 Secondo una recente ricerca il 77% degli americani sarebbe disposto a rinunciare al cioccolato pur di mantenere l’accesso ad internet.


Il web è considerato una vera e propria priorità negli Stati Uniti, tanto che, sempre secondo i dati rivelati dallo studio, il 73% del campione rinuncerebbe all’alcol e il 69% al caffè pur di conservare la connessione internet.
E in Italia? Per molti la risposta è scontata: internet ha acquisito nelle nostre vite quotidiane un ruolo fondamentale: ci permette di stare in contatto con i nostri familiari, di essere informati su temi che ci interessano o di comprare un biglietto del treno senza uscire di casa.
Sono tanti gli italiani che hanno accesso a internet, nel mese di febbraio 27,7 milioni di persone si sono connesse almeno una volta, il 9,2% in più rispetto all’anno precedente (dato Audiweb).
Ma i dati ci dicono anche un’altra cosa: l’accesso alla Rete in Italia non è ancora alla portata di tutti.
E’ un tema chiave: internet non è solo uno strumento di crescita culturale, personale e sociale, ma anche un formidabile elemento di sviluppo economico.
In uno scenario generale che cresce dello “zero-virgola” il web cresce al 10 per cento. Nel 2010, infatti, internet ha dato un contributo all’economia italiana pari a 31,5 miliardi di euro, con una crescita rispetto all’anno precedente del 9,4%.
E’ quindi dare a tutti la possibilità di accedere alla Rete. Come? E’ necessario superare due limiti.
C’è un limite tecnologico, perché l’infrastruttura non raggiunge ancora tutti i luoghi del nostro paese, anche a causa delle particolari condizioni geografiche e demografiche.
Per questo è importante avviare una riflessione che ci porti a garantire che il web sia considerato un vero e proprio diritto universale.
Per ottenere questo obiettivo l’accesso universale alla Rete deve essere inserito nella Costituzione, perché anche la legge fondamentale dello Stato riconosca l’importanza che tutti – anche e soprattutto nelle aree più periferiche – possano avere accesso a uno strumento che oggi ha un’importanza vitale.

L'ITALIA COMUNQUE E' MOLTO IN RITARDO , SARA' PERKE' IL VEKKIO PRESIDENTE PREFERIVA KE GLI ITALIANI GUARDASSERO LA TIVVU' ???
CON TUTTI I DISOKKUPATI , KASSINTEGRATI E OPERAI IN MOBILITA' , SI DOVREBBE AVERE ACCESSO AD INTERNET GRATUITAMENTE , MA LE GRANDI AZIENDE TELEFONICHE COSTRINGONO ALL'USO DI KIAVETTE USB CON ACCESSI ONEROSI E SPESSO MALFUNZIONANTI ,,, E LA BANDA LARGA ??? QUANDO PARTEEE  IN ITALIA ABBIAMO ACCESSO A MASSIMO 20 MEGA MENTRE IN CECOSLOVACCHIA SONO A 140 MEGA , WIFI GRATUITO IN TUTTE LE PIAZZE DELLA CITTA ' ,,,




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martedì 19 aprile 2011

UE , banda larga aperta ai dispositivi di quarta generazione 4G



UE , banda larga aperta anche ai dispositivi comunicativi di quarta generazione 4G


Da ora in avanti anche i dispositivi di comunicazione avanzati di quarta generazione (4G) avranno accesso allo spettro radio. La Commissione europea, nell'ambito dell'Agenda digitale, ha adottato una nuova decisione per garantire ai cittadini e alle imprese dell'UE l'accesso alla banda larga senza fili anche con i dispositivi GSM e 3G.
La decisione apre definitivamente le bande di radiofrequenza 900 e 1800 MHz ai dispositivi 4G, al fine di favorire l'uso delle seguenti tecnologie:
  • sistemi 3G che associano l’internet mobile ai servizi di telefonia tradizionale con sistema UMTS (Universal Mobile Telecommunications System),
  • la tecnologia mobile 4G a banda larga che utilizza i sistemi LTE (Long Term evolution) e WimAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access).
Entro il 31 dicembre 2011 gli Stati membri dovranno implementare le nuove disposizioni comunitarie, affinché le bande GSM siano effettivamente disponibili per i sistemi LTE e WiMAX. Inoltre ai sistemi che utilizzano le bande di frequenza adiacenti dovrà essere garantita adeguata protezione per evitare qualsiasi interferenza.
"Questa decisione apre la via ai dispositivi mobili 4G più moderni", ha affermato il vice-presidente Neelie Kroes, "consentendo loro di fruire dello spettro radio necessario per stimolare ulteriormente i servizi a banda larga ad alta velocità e creare maggiore concorrenza".
Decisione per l'armonizzazione delle bande di radiofrequenza 900 e 1800 MHz ai sistemi terresti capaci di garantire servizi comunicativi elettronici pan-europei



In poche parole, le attuali frequenze licenziate per l’uso del GSM e cioè i 900 e i 1800MHz potranno venire utilizzati sia per l’attuale standard sia per il 3G e il 4G. Questo passaggio è decisamente importante in quando garantirà la possibilità di sfruttare la banda larga mobile ovunque il gestore sia presente con la sua rete. Sino a oggi infatti il 3G possiede una rete tutta sua, sfruttando le frequenza attorno ai 2100MHz, che come noto sono molto più sensibili agli ostacoli e alla distanza. Questo vuol dire che un gestore non offrirà mai in 3G la stessa copertura della sua rete GSM, con la conseguenza che in mancanza del segnale 3G, saremo costretti per navigare a utilizzare o il Gprs o l’Edge che funzionano su rete GSM, ma che risultano drasticamente più lenti.
Potendo sfruttare invece anche le frequenze delle attuali reti GSM per garantire l’accesso alle reti 3G, avremo la banda larga mobile ovunque.
Ci sono voluti 3 anni per arrivare a questo quadro tecnico, ma oggi in Commissione Europea, c’è piena soddisfazione per il risultato ottenuto. Adesso, ogni Stato membro, avrà tempo sino al 31 dicembre per fare suo il nuovo regolamento e adattarlo alle proprie realtà territoriali. In particolare dovranno essere valutati alcuni aspetti tra cui il più fondamentale, e cioè il problema della concorrenza tra gli operatori.
In Italia infatti c’è un problema complicato ed è quello che riguarda il gestore H3G, che come noto non possiede una sua rete GSM, ma solo 3G. Attualmente H3G, affitta le reti GSM da TIM per garantire sempre la massima copertura ai suoi clienti. Tuttavia questo affitto, ha costi elevatissimi e serve solo per la gestione delle chiamate. Ovviamente con l’arrivo della possibilità di utilizzare la banda larga mobile sulle frequenze del GSM, per il gestore H3G si dovrà trovare una soluzione per non lasciarlo indietro rispetto agli altri e così facendo, squilibrare il mercato.




IL governo italiano ha distrutto le speranze di avere, in breve tempo, internet banda larga per tutti gli italiani. L'annuncio è arrivato ieri da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: "I soldi per la banda larga li daremo quando usciremo dalla crisi". Si riferisce agli 800 milioni che il governo aveva promesso di dare da mesi nell'ambito di un progetto da 1,47 miliardi di euro: il cosiddetto "piano Romani" - da Paolo Romani, viceministro per lo Sviluppo con delega alle Comunicazioni.


Era un piano per portare la banda larga 20 Megabit al 96% della popolazione entro il 2012, e almeno i 2 Megabit alla parte restante. Un piano di livello base, per risolvere i nodi più stringenti della nostra rete, afflitta da problemi di copertura (il 12% degli italiani non può avere nemmeno i 2 Megabit) e da una crescente saturazione che rallenta le connessioni degli utenti.


Con il piano Romani il governo rinunciava nell'immediato, invece di occuparsi del futuro della nuova rete. A differenza di altri Paesi europei, dove ci sono da anni piani nazionali per portare banda larghissima a 50-100 Megabit. Al 75% delle case entro il 2014 in Germania; a 4 milioni di case nel 2012 in Francia .

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venerdì 9 luglio 2010

INTERNET, L'ITALIA NON VUOLE CORRERE


Le autostrade del web pullulano di opportunità. L’Europa le sta percorrendo con motori che sembrano girare a buon regime. Perché ormai, dicono studiosi e operatori di settore, non può esistere vera competitività e scambio senza un utilizzo delle tecnologie digitali che vada al di là del solo possesso di un pc connesso.

La banda larga (la connessione Internet ad alta velocità, come ADSL e fibra ottica) è lo strumento per stare al passo con un’innovazione che è sinonimo di sviluppo, che consente di poter sfruttare appieno tutti i servizi messi a disposizione dalla Rete, ma che è anche motore propulsivo per la nascita di nuove professionalità da spendere sul mercato: nell’ambito della “marketing intelligence”, ad esempio, o della progettazione di strategie di promozione, come pure della sicurezza on line.

Nonostante le sferzate della crisi, solo nel 2009 la sua diffusione fra i paesi membri, secondo il rapporto annuale della Commissione Europea, ha visto una vera e propria impennata: in 12 mesi sono state installate 11 milioni di nuove linee fisse, mentre quelle mobili hanno fatto registrare una crescita del 50%. Il futuro nel Vecchio Continente sembra essere dunque già arrivato. Viviane Reding, commissaria europea responsabile per le telecomunicazioni, di recente si è detta convinta che “l'Europa è pronta a far sì che il prossimo decennio sia interamente digitale”.

Ma il nostro paese per ora resta a guardare. L’Osservatorio Italia Digitale 2.0, infatti, ha segnalato come solo il 47% della popolazione tra 15 e 74 anni acceda a internet per usufruire dei servizi on-line, appena il 39% delle famiglie possieda una connessione a banda larga e quasi un terzo delle aziende con meno di 10 dipendenti non disponga neppure di un computer.

La banda larga non interessa al governo
Dati, questi, che sembrano non sorprendere gli analisti di settore, sullo sfondo di un generalizzato e ormai atavico ritardo nostrano sul fronte dell’implementazione della Rete. Un’occasione persa, secondo la valutazione di Ennio Lucarelli, vicepresidente di Confindustria, delegato per le tecnologie digitali per le imprese, soprattutto per le industrie medio piccole della penisola, “non in grado di rendersi realmente competitive sul mercato. La situazione è lo specchio di una tendenza prima di tutto culturale del paese, dove anche l’aspetto anagrafico della popolazione – prosegue Lucarelli- incide sul mancato accesso a internet”.

“Quello della banda larga è un grave problema per le aziende italiane – gli fa eco Barbara Bonaventura, cofondatrice dell’Associazione italiana commercio elettronico (Aicel), nonché coordinatrice dell’arena marketing trends di SMAU -: perché in un mondo che va a 300 km l’ora, procedono invece alla velocità di uno scooter. A remare contro è la disincentivazione delle nuove tecnologie da parte delle attuali politiche di governo – prosegue Bonaventura-, a beneficio dei media tradizionali”.

Oltre al congelamento dei fondi per la banda larga contenuti in un progetto del Ministero dello sviluppo economico noto come 'Piano Romani' (800 milioni di euro destinati al raggiungimento di una connessione da 2 a 20 Mbps su tutto il territorio italiano entro il 2012), l’esecutivo ha infatti preferito dare ossigeno alle televisioni: “Le frequenze lasciate libere dalle tv con l’avvento del digitale – prosegue la cofondatrice dell’Aicel-, non sono state offerte a bando per lo sviluppo dei nuovi media (come avviene in altri paesi), ma date gratuitamente ad altre televisioni”.

E l’e-commerce non decolla
Un terreno questo su cui, con logica schiacciante, si impantana anche tutto il settore specifico dell’e-commerce. L’Italia, fanalino di coda in Europa nel commercio on line (dove si contano secondo l’Aicel, non più di 5mila aziende operanti), sconta proprio la carenza di infrastrutture sulla banda larga, stando all’ultimo rapporto e-commerce della Casaleggio Associati.

Il contesto europeo vede un fatturato stimato nel 2008 pari a circa 252 miliardi di euro e un bacino di acquirenti di 178 milioni. “Nei mercati più maturi come Gran Bretagna e Germania l’e-commerce è parte fondamentale della vendita al dettaglio – sottolinea il rapporto -. In Gran Bretagna le vendite fuori dal negozio non alimentari hanno rappresentato nel 2008 circa il 4% delle vendite al dettaglio (British Retail Consortium), negli Stati Uniti il 6% e si prevede un ulteriore aumento al 7% nel 2009 (Forrester Research). In Italia si è passati dallo 0,49% nel 2007 allo 0,68% nel 2008 (settori traino il turismo (49,8%), il tempo libero (15,9%) e l’elettronica di consumo (13,1%) )

Ma il seppur lieve aumento non deve ingannare, sottolinea Barbara Bonaventura: “I dati sono falsati dalla legalizzazione del gioco d‘azzardo on line. E, ovviamente, questo tipo di transazione è molto lontana dall’essere considerata al pari del commercio di settore”.

I dati italiani in ogni caso, in base all’analisi del Rapporto annuale, permettono di capire “che l’importanza dell’infrastruttura presente nei diversi paesi è la connessione alla banda larga posseduta, se si considera che l’84% degli acquirenti on line usano la banda larga. Il collegamento - sempre secondo il rapporto Casaleggio Associati - è parte fondamentale del commercio elettronico, e considerando che il 51% degli europei si collega tutti i giorni è preoccupante il dato italiano che si attesta al 22,3%. Un fattore che inevitabilmente posiziona sfavorevolmente l’Italia anche per fatturato”.
Paola Simonetti
Fonte  : Rassegna.it

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giovedì 20 maggio 2010

CIPE: nuovo stop ai soldi per la Banda Larga



L'ennesima beffa, l'ennesimo esempio di amministrazione miope dei soldi pubblici, l'ennesimo fattore di ritardo per il superamento del digital divide nel nostro Pease; il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha deciso ancora una volta di non sblccare i fondi per la Banda Larga.

Si parla di circa 800 milioni di Euro che il CIPE avrebbe dovuto mettere a disposizione circa un anno fa, soldi pubblici che vennero bloccati in ragione di esigenze prioritarie dovute alla crisi economico finanziaria in atto, quella stessa crisi che la politica dichiara essere "alle spalle".

Alle decisioni del CIPE, si aggiungono gli effetti dovuti alla scarsa disponibilità dei grandi carriers di fare squadra; Telecom è stata recentemente invitata dal Vice Ministro Romani ad unire i propri sforzi con gli altri provider per l'ottimizzazione delle infrastrutture di Rete, ma la risposta è stata negativa.

Telecom Italia non si è dimostrata disponibile ad una partnership con Vodafone, Fastweb e Wind per evitare la duplicazione dei costi di gestione; tutto questo accade mentre nel resto d'Europa si lavora per una copertura totale della Banda Larga entro il 2015.

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mercoledì 28 aprile 2010

Innovazione nel Paese dei dinosauri ( povera italia )



l’innovazione nel Paese dei dinosauri


Il nostro Paese è sistematicamente sul fondo di ogni classifica che misuri il livello di diffusione della banda larga ma il governo dopo un assai poco onorevole “scaricabarile di Palazzo” e qualche piccola-grande bugia di Stato ha definitivamente annunciato, per bocca del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che gli 800 milioni di euro originariamente destinati alla realizzazione delle infrastrutture di banda verranno resi disponibili solo dopo che saremo usciti dalla crisi.
Una scelta in totale controtendenza rispetto a quella della più parte dei Governi dei Paesi stranieri che, al contrario, stanno investendo nella diffusione delle risorse di banda larga proprio per uscire dalla crisi.
Si tratta, comunque, di una decisione politica che può non piacere - ed a molti, per fortuna, non piace - ma che sarà difficile modificare nel Paese del tele-comando.
Allo stesso modo, sfortunatamente, non resta che rassegnarsi ad un’altra scelta politica difficilmente condivisibile: quella con la quale il governo con il recente piano incentivi varato con la legge 40/2010 ha deciso di incentivare molto di più l’acquisto di cucine e lavatrici piuttosto che di risorse di banda larga.
Una cosa, tuttavia, è navigare contro la storia e scegliere deliberatamente di non promuovere l’innovazione del sistema Paese ed un’altra è rischiare addirittura di affossarla e frenarla, pretendendo che l’industria ITC italiana ed i suoi utenti si facciano carico di supportare l’industria dei contenuti audiovisivi ed editoriali sin qui incapace - o almeno in forte ritardo e colpevole difficoltà - nel cogliere il senso della rivoluzione in atto e modificare i propri modelli di business.
Tale pretesa è anacronistica, pericolosa e da combattere con ogni mezzo.
E’ proprio da tale pretesa, tuttavia, che muove la proposta del Presidente della Federazione Nazionale degli editori di giornali di introdurre una “mini tassa…di entità modesta, dal costo di un caffè al mese o giù di lì” per chi dispone di risorse di connettività ad Internet.
Tale nuovo balzello, secondo il Presidente della Fieg, dovrebbe servire a “realizzare una dote di risorse che possa essere d’aiuto in questo frangente…per dare ossigeno al settore, che ancora attende una soluzione al problema dei contenuti editoriali utilizzati in rete dai motori di ricerca a partire da Google”.
Sarebbe bello pensare che si tratti solo di una battuta per strappare qualche sorriso ma, sfortunatamente, la sensazione è che il Presidente della FIEG dica sul serio e che qualcuno, a Palazzo Chigi, possa anche prenderlo sul serio come ha mostrato di fare il Sottosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti che ha subito confermato la volontà di indire gli stati generali dell’editoria per valutare il da farsi.
Dinanzi a tale eventualità sembra opportuno dire subito con assoluta chiarezza che l’idea è inaccettabile e giuridicamente illegittima.
Cominciamo, innanzitutto, con il dire che sarebbe la seconda volta in una manciata di mesi che si deciderebbe di tassare l’industria tecnologica ed innovativa nonché gli utenti e consumatori di riferimento per supportare l’incapacità dell’industria dei contenuti di stare al passo con i tempi.
La proposta della FIEG, infatti, ricorda molto da vicino - almeno nella sua struttura portante - la tassa sulla copia privata con la quale a dicembre dello scorso anno il Ministro Bondi ha imposto ai produttori, importatori e, quindi, consumatori di apparecchi e supporti astrattamente idonei alla riproduzione di contenuti audiovisivi di pagare oltre 100 milioni di euro l’anno ai titolari dei diritti d’autore.
In un caso come nell’altro si muove dalla presunzione - indimostrata ed indimostrabile - che l’innovazione sia responsabile della scarsa fortuna - o semplicemente della minor fortuna rispetto al passato - dell’industria dei contenuti e, dunque, le si chiede di farsi carico di sostenerla.
L’introduzione di una tassa su internet a supporto dell’editoria cartacea, tuttavia, sarebbe se possibile ancor più grave e illegittima di quanto non sia la tassa sulla copia privata.
Nel caso della copia privata, infatti, si muove dal presupposto - tendenzialmente sbagliato ma considerato giusto nel Palazzo - secondo il quale gli apparecchi e supporti di registrazione sarebbero utilizzati dagli utenti per riprodurvi una copia di contenuti audiovisivi a fronte della cui esecuzione non versano alcun corrispettivo ai titolari dei diritti d’autore.
Per questa via si arriva, dunque, a concludere che sarebbe equo che quanti si avvantaggiano della produzione e commercializzazione degli apparecchi e dispositivi di registrazione indennizzino i titolari dei diritti delle pretese perdite subite.
Nel caso dell’editoria, invece, è la stessa FIEG a riconoscere che, ammesso anche che vi sia - fuori dalle imprese editoriali - un responsabile dell’attuale situazione, tale responsabile andrebbe ricercato nei motori di ricerca “a partire da Google” e, più in generale, nelle nuove dinamiche di circolazione delle informazioni online.
Contro tali pretesi responsabili della propria crisi, peraltro, i giornali, negli ultimi mesi, hanno fatto sentire forte la loro voce e chiesto persino l’intervento dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato perché accerti, eventualmente, l’illegittimità della condotta di Google.
Su quale presupposto, dunque, gli utenti di risorse di connettività dovrebbero farsi carico di indennizzare gli editori di giornali di un danno provocato dall’incapacità delle imprese editoriali di individuare nuovi modelli di business e/o, eventualmente - ma la circostanza è ancora tutta da accertare - dalla condotta asseritamente illecita di altri imprenditori?
Attraverso quale condotta gli utenti arrecherebbero un pregiudizio agli editori di giornali?
Sarebbe un po’ come se la Pepsicola, ritenendo di essere vittima di pratiche anticoncorrenziali da parte della Coca Cola, in attesa del verdetto dei giudici e dell’eventuale condanna di quest’ultima al risarcimento, chiedesse al governo di introdurre una tassa sul consumo di Coca Cola a sostegno del proprio momento di difficoltà, momento che potrebbe, peraltro, poi scoprirsi essere da imputare esclusivamente al fatto che la Pepsi non è riuscita a cogliere il mutamento delle abitudini di consumo di una certa fascia della propria clientela.
Credo tanto basti per bollare come inaccettabile ed illegittima tanto sotto il profilo costituzionale che sotto quello del diritto europeo antitrust la proposta della FIEG.
Non si può, d’altro canto, fingere di dimenticare che il nostro Paese, ogni anno, già regala oltre 200 milioni di euro di c.d. “provvidenze all’editoria” alle imprese editoriali e che, queste ultime, beneficiano, inoltre, di tutto un insieme di arcaiche e primitive leggi e leggine in forza delle quali, ancora oggi, tutta una serie di atti ed avvisi devono necessariamente essere pubblicati, a caro prezzo, su giornali e periodici perché producano i relativi effetti giuridici.
Centinaia di milioni di euro e non basta…
Ma c’è di più.
Secondo il Presidente della FIEG la tassa sarebbe necessaria a garanzia della sopravvivenza dei giornali e, dunque, del pluralismo.
Il pluralismo dell’informazione è un bene prezioso in ogni democrazia e che, peraltro, in Italia scarseggia, ma, francamente, credo che l’informazione online sia per definizione più pluralista di quella sui giornali e, dunque, anche sotto tale profilo si fa fatica a comprendere per quale ragione bisognerebbe far pagare più caro l’accesso alla Rete per garantire il pluralismo.
Forse, anzi, occorrerebbe agevolare l’utilizzo della Rete per garantire davvero la libertà ed il pluralismo dell’informazione.
Fino a quando l’innovazione in Italia dovrà pagare i fallimenti dell’industria dei contenuti e la sua incapacità di adattarsi ai cambiamenti?
Sono tasse da dinosauri e non vogliamo pagarne più.

Avv.Guido Scorza

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