mercoledì 28 aprile 2010

Innovazione nel Paese dei dinosauri ( povera italia )



l’innovazione nel Paese dei dinosauri


Il nostro Paese è sistematicamente sul fondo di ogni classifica che misuri il livello di diffusione della banda larga ma il governo dopo un assai poco onorevole “scaricabarile di Palazzo” e qualche piccola-grande bugia di Stato ha definitivamente annunciato, per bocca del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che gli 800 milioni di euro originariamente destinati alla realizzazione delle infrastrutture di banda verranno resi disponibili solo dopo che saremo usciti dalla crisi.
Una scelta in totale controtendenza rispetto a quella della più parte dei Governi dei Paesi stranieri che, al contrario, stanno investendo nella diffusione delle risorse di banda larga proprio per uscire dalla crisi.
Si tratta, comunque, di una decisione politica che può non piacere - ed a molti, per fortuna, non piace - ma che sarà difficile modificare nel Paese del tele-comando.
Allo stesso modo, sfortunatamente, non resta che rassegnarsi ad un’altra scelta politica difficilmente condivisibile: quella con la quale il governo con il recente piano incentivi varato con la legge 40/2010 ha deciso di incentivare molto di più l’acquisto di cucine e lavatrici piuttosto che di risorse di banda larga.
Una cosa, tuttavia, è navigare contro la storia e scegliere deliberatamente di non promuovere l’innovazione del sistema Paese ed un’altra è rischiare addirittura di affossarla e frenarla, pretendendo che l’industria ITC italiana ed i suoi utenti si facciano carico di supportare l’industria dei contenuti audiovisivi ed editoriali sin qui incapace - o almeno in forte ritardo e colpevole difficoltà - nel cogliere il senso della rivoluzione in atto e modificare i propri modelli di business.
Tale pretesa è anacronistica, pericolosa e da combattere con ogni mezzo.
E’ proprio da tale pretesa, tuttavia, che muove la proposta del Presidente della Federazione Nazionale degli editori di giornali di introdurre una “mini tassa…di entità modesta, dal costo di un caffè al mese o giù di lì” per chi dispone di risorse di connettività ad Internet.
Tale nuovo balzello, secondo il Presidente della Fieg, dovrebbe servire a “realizzare una dote di risorse che possa essere d’aiuto in questo frangente…per dare ossigeno al settore, che ancora attende una soluzione al problema dei contenuti editoriali utilizzati in rete dai motori di ricerca a partire da Google”.
Sarebbe bello pensare che si tratti solo di una battuta per strappare qualche sorriso ma, sfortunatamente, la sensazione è che il Presidente della FIEG dica sul serio e che qualcuno, a Palazzo Chigi, possa anche prenderlo sul serio come ha mostrato di fare il Sottosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti che ha subito confermato la volontà di indire gli stati generali dell’editoria per valutare il da farsi.
Dinanzi a tale eventualità sembra opportuno dire subito con assoluta chiarezza che l’idea è inaccettabile e giuridicamente illegittima.
Cominciamo, innanzitutto, con il dire che sarebbe la seconda volta in una manciata di mesi che si deciderebbe di tassare l’industria tecnologica ed innovativa nonché gli utenti e consumatori di riferimento per supportare l’incapacità dell’industria dei contenuti di stare al passo con i tempi.
La proposta della FIEG, infatti, ricorda molto da vicino - almeno nella sua struttura portante - la tassa sulla copia privata con la quale a dicembre dello scorso anno il Ministro Bondi ha imposto ai produttori, importatori e, quindi, consumatori di apparecchi e supporti astrattamente idonei alla riproduzione di contenuti audiovisivi di pagare oltre 100 milioni di euro l’anno ai titolari dei diritti d’autore.
In un caso come nell’altro si muove dalla presunzione - indimostrata ed indimostrabile - che l’innovazione sia responsabile della scarsa fortuna - o semplicemente della minor fortuna rispetto al passato - dell’industria dei contenuti e, dunque, le si chiede di farsi carico di sostenerla.
L’introduzione di una tassa su internet a supporto dell’editoria cartacea, tuttavia, sarebbe se possibile ancor più grave e illegittima di quanto non sia la tassa sulla copia privata.
Nel caso della copia privata, infatti, si muove dal presupposto - tendenzialmente sbagliato ma considerato giusto nel Palazzo - secondo il quale gli apparecchi e supporti di registrazione sarebbero utilizzati dagli utenti per riprodurvi una copia di contenuti audiovisivi a fronte della cui esecuzione non versano alcun corrispettivo ai titolari dei diritti d’autore.
Per questa via si arriva, dunque, a concludere che sarebbe equo che quanti si avvantaggiano della produzione e commercializzazione degli apparecchi e dispositivi di registrazione indennizzino i titolari dei diritti delle pretese perdite subite.
Nel caso dell’editoria, invece, è la stessa FIEG a riconoscere che, ammesso anche che vi sia - fuori dalle imprese editoriali - un responsabile dell’attuale situazione, tale responsabile andrebbe ricercato nei motori di ricerca “a partire da Google” e, più in generale, nelle nuove dinamiche di circolazione delle informazioni online.
Contro tali pretesi responsabili della propria crisi, peraltro, i giornali, negli ultimi mesi, hanno fatto sentire forte la loro voce e chiesto persino l’intervento dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato perché accerti, eventualmente, l’illegittimità della condotta di Google.
Su quale presupposto, dunque, gli utenti di risorse di connettività dovrebbero farsi carico di indennizzare gli editori di giornali di un danno provocato dall’incapacità delle imprese editoriali di individuare nuovi modelli di business e/o, eventualmente - ma la circostanza è ancora tutta da accertare - dalla condotta asseritamente illecita di altri imprenditori?
Attraverso quale condotta gli utenti arrecherebbero un pregiudizio agli editori di giornali?
Sarebbe un po’ come se la Pepsicola, ritenendo di essere vittima di pratiche anticoncorrenziali da parte della Coca Cola, in attesa del verdetto dei giudici e dell’eventuale condanna di quest’ultima al risarcimento, chiedesse al governo di introdurre una tassa sul consumo di Coca Cola a sostegno del proprio momento di difficoltà, momento che potrebbe, peraltro, poi scoprirsi essere da imputare esclusivamente al fatto che la Pepsi non è riuscita a cogliere il mutamento delle abitudini di consumo di una certa fascia della propria clientela.
Credo tanto basti per bollare come inaccettabile ed illegittima tanto sotto il profilo costituzionale che sotto quello del diritto europeo antitrust la proposta della FIEG.
Non si può, d’altro canto, fingere di dimenticare che il nostro Paese, ogni anno, già regala oltre 200 milioni di euro di c.d. “provvidenze all’editoria” alle imprese editoriali e che, queste ultime, beneficiano, inoltre, di tutto un insieme di arcaiche e primitive leggi e leggine in forza delle quali, ancora oggi, tutta una serie di atti ed avvisi devono necessariamente essere pubblicati, a caro prezzo, su giornali e periodici perché producano i relativi effetti giuridici.
Centinaia di milioni di euro e non basta…
Ma c’è di più.
Secondo il Presidente della FIEG la tassa sarebbe necessaria a garanzia della sopravvivenza dei giornali e, dunque, del pluralismo.
Il pluralismo dell’informazione è un bene prezioso in ogni democrazia e che, peraltro, in Italia scarseggia, ma, francamente, credo che l’informazione online sia per definizione più pluralista di quella sui giornali e, dunque, anche sotto tale profilo si fa fatica a comprendere per quale ragione bisognerebbe far pagare più caro l’accesso alla Rete per garantire il pluralismo.
Forse, anzi, occorrerebbe agevolare l’utilizzo della Rete per garantire davvero la libertà ed il pluralismo dell’informazione.
Fino a quando l’innovazione in Italia dovrà pagare i fallimenti dell’industria dei contenuti e la sua incapacità di adattarsi ai cambiamenti?
Sono tasse da dinosauri e non vogliamo pagarne più.

Avv.Guido Scorza

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