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martedì 26 novembre 2019

Il Paese più Ignorante di tutta Europa e 12esimo nel Mondo

Il Paese più Ignorante di tutta Europa e 12esimo nel Mondo


L’Italia - Il paese più ignorante d’Europa. 
A stabilirlo è l’annuale classifica di IPSOS Mori che mette
 il Belpaese al 12esimo posto nel mondo, 
ma primo in Europa nella “misperceptions”, 
ovvero nella “percezione erronea”. Vediamo di cosa si tratta.

Ogni anno, l’IPSOS Mori, azienda inglese di analisi e ricerca di mercato, stila una classifica, la “Perils of Perception”, letteralmente “Pericoli della Percezione” per stabilire quali siano i popoli più ignoranti al mondo attraverso delle domande che riguardano diversi aspetti della vita.

Per ogni nazione vengono arruolate 11mila persone che diventano il campione d’indagine. A loro vengono sottoposte delle domande per capire la loro percezione della realtà su determinati argomenti; incrociando poi le risposte, si ottiene una classifica dei popoli più ignoranti.

La parola ignoranza quindi non è strettamente legata al livello di istruzione, quanto al rapporto che alcune persone hanno su problemi chiave della società. Infatti, le domande non sono di cultura generale, ma sulla realtà che li circonda.

Facciamo qualche esempio. Viene chiesto agli intervistati se gli omicidi nel proprio paese sono aumentati o diminuiti rispetto al 2000.
“Solo una piccola minoranza di persone pensa che il tasso di omicidi 
sia diminuito nonostante ciò sia vero”, si legge nel rapporto.

O ancora viene chiesto se dopo l’11 settembre ci siano stati più o meno attacchi terroristici
“Pochissime persone pensa che gli attacchi siano in numero minore, 
nonostante questo rappresenti la realtà”, si legge ancora.

Ci sono poi domande sulla percezione dell’immigrazione e ancora sulla 
percentuale di adolescenti che rimangono incinte.
“Tutti i paesi sopravvalutano il numero di nascite di bambini che nascono
 da teenager perché il rapporto è uno su cinque”.

Si parla ancora di vaccini e autismo, di diabete e perfino sul consumo di zucchero. Per esempio, molti nominano Gran Bretagna e Francia tra i paesi che ne consumano di più assieme agli Stati Uniti, nonostante questi due paesi abbiano un consumo bassissimo. Ancora, rapporto con l’alcol, numero di suicidi, qualità della vita, smartphone, numero di veicoli e infine domande 
sull’esistenza o meno di paradiso e inferno.


Quello che ne viene fuori è che gli italiani nella maggior parte dei casi hanno una percezione sbagliata della realtà e tendono a crearsi un mondo parallelo e ciò potrebbe anche derivare dall’uso inconsueto che si fa dei social e del fatto che ormai non si riesca più 
a distinguere notizia falsa da notizia vera.

Ogni anno in tutto il mondo vengono prodotti circa 2.000 tonnellate di cocaina. Di queste, 700 tonnellate sono destinate al mercato europeo mentre il restante va quasi tutto a finire in quello nordamericano con gli Usa in testa...



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Associazioni e Liberi Professionisti. 


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giovedì 26 aprile 2018

Europa : Whatsapp vietato a minori di 16 anni


Whatsapp ha aumentato l'età minima per utilizzare
 il suo servizio da 13 a 16 anni in Europa. 
Per tutti gli altri utenti nel mondo resta a 13 anni. 
La decisione rientra in un aggiornamento dei suoi Termini di Servizio 
comunicato con un post sul suo blog e fa parte dei provvedimenti presi in vista del nuovo Regolamento europeo sulla privacy (Gdpr) che sarà pienamente effettivo dal 25 maggio. Progressivamente nei prossimi giorni la popolare app di messaggistica chiederà agli utenti europei di confermare di essere almeno sedicenni quando dovranno approvare i nuovi termini di servizio e l'informativa sulla privacy emanate da una nuova entità, Whatsapp Irlanda. Anche se, nota Reuters, che per prima lo ha individuato, non è chiaro come sarà verificata l'età visto che non si prevede l'esibizione di un documento da parte dell'utente.

"Whatsapp ha istituito una società all'interno dell'Unione europea per fornire là i tuoi servizi e per rispettare nuovi standard di trasparenza elevati relativi a come proteggiamo la privacy dei nostri utenti", spiega il post. E questa non è l'unica novità. Ora la app permetterà anche di scaricare una copia dei propri dati, che conterrà non i messaggi (questi sono cifrati end-to-end, "nessuno, nemmeno WhatsApp", può leggerli o ascoltarli, ricorda il post), 
ma la lista dei propri contatti, i gruppi di cui si fa parte e i numeri bloccati.

In conclusione, "l'obiettivo di questo aggiornamento non è quello di chiedere nuovi permessi per raccogliere informazioni personali ma, semplicemente, di spiegare come usiamo e proteggiamo il numero limitato di informazioni che abbiamo su di te", specifica il post. Che ricorda come la app non condivida le informazioni degli account con la casa madre Facebook per rendere più mirate le inserzioni sul social. Anche se, precisa il post, "in futuro vogliamo collaborare in maniera più stretta con le altre aziende di Facebook e continueremo ad aggiornarti a mano a mano che sviluppiamo i nostri progetti". In passato Whatsapp aveva tentato di condividere i numeri e altri dati degli utenti con il social network ma era stata bloccata dall'Europa. Almeno fino a quando non si sarebbe trovato un metodo di condivisione compatibile con il Gdpr.

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Gli adolescenti tra i 13 e i 15 anni in alcuni paesi dell'Ue
 hanno bisogno del permesso di un genitore o di un tutore per compiere alcune azioni specifiche su Facebook , vedere inserzioni sulla base dei dati dei partner e includere nel loro profilo le opinioni religiose e politiche o interessati a...





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venerdì 23 marzo 2018

L’Europa si muove sulla Web Tax


La Commissione ha presentato un piano per obbligare
 le grandi società di Internet a pagare le tasse dove realizzano i profitti.

La Commissione Europea ha presentato oggi il suo piano per creare una tassa europea sui guadagni delle grande aziende di internet, soprattutto Google, Amazon, Facebook e Apple (a volte indicate con l’acronimo GAFA). La nuova imposta – qui potete leggerne i dettagli – prevede un’aliquota del 3 per cento da pagare sul fatturato, che dovrebbe generare 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive. Il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici ha detto che «l’attuale vuoto legislativo ha creato un buco nelle entrate fiscale degli stati membri dell’Unione», a cui la nuova imposta vuole rimediare. L’annuncio della Commissione arriva in un momento delicato in particolare per Facebook, criticata e sotto indagine per il caso Cambridge Analytica, e per le grandi società del settore digitale in generale, accusate di essere riuscite a pagare sempre meno tasse nel corso dell’ultimo decennio.

Politici ed esperti sostengono da tempo che l’elusione fiscale, specialmente quella delle grandi società digitali, sia un problema da risolvere. Secondo uno studio del Parlamento europeo, queste società eludono ogni anno al fisco europeo circa 70 miliardi di euro. La Commissione europea ha stimato che le grandi società del digitale paghino in media il 9,5 per cento di tasse sui loro profitti, contro una media del 23,3 per cento pagata dalle altre società.

La nuova imposta, dovesse entrare in vigore, riguarderà tutte le società con un fatturato globale superiore ai 750 milioni di euro e un fatturato generato nell’Unione Europea pari almeno a 50 milioni di euro. La “web tax” europea viene definita una misura “temporanea”, nel documento della Commissione. Sarà applicata nell’attesa di una soluzione a lungo termine al problema: un nuovo meccanismo fiscale che obblighi le grandi società del digitale a registrare i profitti e pagare le tasse nel paese dove questi sono effettivamente generati e non in paesi terzi, scelti per la loro bassa imposizione fiscale. Questa seconda misura, una volta messa a punto, sostituirà l’imposta sul fatturato al 3 per cento. Prima di entrare in vigore entrambe le misure dovranno essere approvate dal Parlamento europeo e, all’unanimità, dai governi dell’Unione riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea (quindi dovranno votare a favore anche Irlanda e Lussemburgo, due paesi con imposizione fiscale molto bassa e che hanno approfittato di questa situazione).

L’elusione fiscale, cioè utilizzare cavilli e altre tecniche per pagare meno tasse, è un problema particolarmente forte con le società digitali. Dato che il loro business sostanzialmente “immateriale” (non hanno bisogno di grandi capannoni con migliaia di operai, ma possono vendere i loro servizi in tutto il mondo) è relativamente facile eludere il fisco, per esempio registrando i loro guadagni in un paese dove le imposte sono basse ma portando avanti il loro business anche nei paesi con imposte più alte. Tutte le imprese possono usare simili strumenti di “elusione fiscale”, ma per le imprese digitali è più facile grazie alla particolarità dei prodotti che vendono.

Il comportamento di Google in Italia è un buon esempio di come funzionano questi meccanismi. L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano ha calcolato che nel 2015 Google ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. Soltanto i redditi della prima sono tassati in Italia, anche se entrambe le società hanno fornito servizi e prodotti a clienti italiani che li hanno utilizzati in Italia.

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi, che in un ennesimo passaggio li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti. Grazie a questo sistema, che sfrutta le legislazioni favorevoli alle imprese di vari paesi europei, Google può minimizzare – legalmente – la quantità di tasse pagate nel continente.

Secondo le istituzioni internazionali che si sono occupate del fenomeno, il modo migliore per limitare l’elusione fiscale è un accordo internazionale o europeo. Questi accordi però non sono facili da raggiungere, principalmente a causa dell’opposizione di quei paesi con regimi fiscali vantaggiosi che traggono un guadagno da questa situazione. Diversi paesi europei hanno provato a fermare l’elusione fiscale in maniera unilaterale, approvando varie forme di “web tax”. I risultati, però, non sempre sono stati all’altezza delle aspettative. La materia è infatti molto complessa e le iniziative dei singoli paesi rischiano di essere inefficaci o in conflitto con i trattati internazionali. Il Parlamento italiano aveva già approvato una “web tax” nel 2014, ma la legge venne abrogata prima di entrare in vigore. Una seconda “web tax” è stata approvata l’anno scorso e dovrebbe entrare in vigore dal 2019.


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Secondo una ricerca del Financial Times, 
le dieci più grandi società al mondo per valore di borsa 
oggi pagano quasi il 10 per cento in meno rispetto a dieci anni fa...






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domenica 14 gennaio 2018

L'Europa Taglia i Costi di Maggiorazione dei Pagamenti Digitali


Pagamenti digitali, l'Europa taglia i costi di maggiorazione
Il divieto di maggiorazione coprirà il 95% dei pagamenti effettuati con carte, con un risparmio cumulato per i consumatori di circa 550 milioni di euro l'anno. Si potrà anche usare il credito telefonico come mezzo di pagamento per alcune tipologie di beni e servizi.
 (Fonte Commissione Europea)

Grazie Europa, per questa direttiva anti furbetti delle commissioni interbancarie, delle franchigie e dei sovrapprezzi. È una piccola rivoluzione dei pagamenti quella introdotta dalla PSD 2 Payment Services Directive della Commissione Europea. Il provvedimento, recepito a dicembre dal governo italiano, è entrato in vigore oggi, 13 gennaio. 
Come e perché ci cambierà la vita?

Come ci ricorda l'agenzia adnkronos, la direttiva impedirà la pratica, diffusa in alcuni Stati Ue, di applicare maggiorazioni ai pagamenti con carte di credito, o di debito, cosa che avviene con particolare frequenza negli acquisti online di viaggi (biglietti aerei, ferroviari, camere d'albergo, eccetera). Il divieto vale sia per i pagamenti nazionali che per quelli transfrontalieri. Secondo la Commissione, il divieto di maggiorazione coprirà il 95% dei pagamenti effettuati con carte, cosa che comporterà un risparmio cumulato per i consumatori di circa 550 mln di euro l'anno e che migliorerà l'esperienza di pagare con carta nell'Ue. La direttiva, tra l'altro, migliora la protezione dei consumatori in una serie di campi, in particolare contro le frodi e altri inconvenienti relativi ai pagamenti.

Per esempio, nel caso di transazioni non autorizzate, e fatti salvi i casi di grave negligenza o di frode da parte del titolare della carta, verrà ridotto da 150 a 50 euro l'ammontare massimo che il consumatore è costretto a pagare nel caso di una transazione di pagamento a suo carico non autorizzata. Per il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis, "questa legge è un altro passo avanti verso il mercato unico digitale nell'Ue: promuoverà lo sviluppo dei pagamenti innovativi, online e mobili, che porteranno vantaggi per l'economia e la crescita".

L'Agenzia Italia entra nel dettaglio:

Per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non può essere superiore allo 0,2% del valore dell'operazione stessa; per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria per operazione non può essere superiore allo 0,3% del valore dell'operazione.    

Bancomat e carte di credito, franchigie e commissioni

In caso di furto o frodi con carte o bancomat, il cliente fino ad oggi era tenuto a pagare 150 euro per operazioni che non riconosceva, effettuate prima della sua denuncia. Lo scrive La Stampa. "Ora tale franchigia scende a 50 euro. Aumenterà anche la trasparenza dei costi di commissione quando si acquista in una valuta europea diversa dall'euro. Fino ad oggi, alla transazione veniva applicato un tasso di cambio poco chiaro. Aumenta poi la protezione della privacy di chi utilizza il Fintech - la tecnologia applicata ai servizi finanziari - e che creano un legame tra il conto del cliente e quello del venditore: da ora anche questi dovranno rispettare standard molto rigidi di protezione dei dati finanziari, e dovranno dotarsi di una sicurezza ulteriore per assicurare le transazioni".

Credito telefonico

Tra le novità introdotte dal decreto legislativo con cui è stata recepita la normativa europea c'è l'impiego del credito telefonico come mezzo di pagamento per alcune tipologie di beni e servizi e la rimodulazione del perimetro di deroga per gli strumenti cosiddetti "a spendibilità limitata". Allo scopo di favorire i pagamenti digitali viene confermato e generalizzato il divieto di applicare il sovrapprezzo per l'uso di un certo strumento di pagamento (divieto di surcharge).

Non sarà la fine dei pagamenti inutili e/o poco chiari ma è di certo un ottimo inizio. Ora è necessario che le autorità competenti vigilino affinché banche e istituti di intermediazione applichino fino in fondo le nuove norme. E vengano severamente sanzionate in caso di inadempienza.

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sabato 18 giugno 2016

Ransomware Colpisce Italia ed Europa


Nell’ultimo mese la minaccia ransomware ha insidiato il 19,3% degli utenti italiani.
La telemetria Live Grid di ESET ha rilevato
 un nuovo picco di infezioni causate dal ransomware. 

JS/Danger.ScriptAttachment, che nelle ultime settimane ha colpito gli internauti di tutta Europa e che in Italia ha minacciato il 19,3% degli utenti. Danger.ScriptAttachment viene distribuito come allegato email che, una volta aperto, scarica e installa differenti varianti di malware, la maggior parte dei quali costituiti da cripto- ransomware; tra questi alcune famiglie ben note, come ad esempio Locky, il cui scopo è quello di crittografare i dati preziosi chiedendo poi centinaia di euro per decriptare i file.


Oltre che in Italia, Danger.ScriptAttachment ha registrato nell’ultimo mese il picco di infezioni in 
Lussemburgo (45,45%), Repubblica Ceca (32,50%), Regno Unito (32,20%) e Paesi Bassi (30,25%).
Con l’11,15% di prevalenza si attesta al secondo posto nella classifica delle minacce in Italia Nemucod, un trojan che reindirizza il browser a uno specifico URL contenente un software malevolo. Il codice del malware viene di solito inserito all’interno di pagine HTML.



JS/Danger.ScriptAttachment– rilevato nel 19,26 % delle infezioni
Al primo posto della top 5 dei malware di maggio 2016 si attesta JS/Danger.ScriptAttachment, un 
temibile ransomware distribuito come allegato email che, una volta aperto, scarica e installa differenti varianti di malware, la maggior parte dei quali costituiti da cripto- ransomware; tra questi alcune famiglie ben note, come ad esempio Locky, il cui scopo è quello di crittografare i dati preziosi chiedendo poi centinaia di euro per decriptare i file. Oltre che in Italia, questo malware ha registrato nell’ultimo mese il picco di infezioni in Lussemburgo (45,45%), Repubblica Ceca (32,50%), Regno Unito (32,20%) e Paesi Bassi (30,25%).


Win32/TrojanDownloader.Nemucod – rilevato nel 11,16 % delle infezioni
Al secondo posto della classifica Win32/TrojanDownloader.Nemucod, un trojan che reindirizza il 
browser a uno specifico URL contenente un software malevolo. Il codice del malware viene di solito 
inserito all’interno di pagine HTML. Il picco di infezioni a livello globale si è registrato nell’ultimo mese in Giappone, dove Nemucod ha colpito il 30,57% degli utenti, mentre in Europa la nazione più colpita è stata il Lussemburgo, con il 21,47% di prevalenza, seguita dalla Repubblica Ceca con il 20,19% di prevalenza.


Win32/Bayrob – rilevato nel 3,4 % delle infezioni
Al terzo posto della top 5 dei malware di maggio 2016 scende Win32/Bayrob, un trojan che si nasconde dietro email fraudolente contenenti file eseguibili che, una volta lanciati, creano una backdoor dalla quale i cybercriminali tengono in ostaggio il PC infetto, rubandone le informazioni sensibili. L’incidenza di Bayrob in Europa è stata particolarmente alta nell’ultimo mese in Spagna (15,45% delle infezioni) e in Austria (13,59% delle infezioni).


JS/Danger.DoubleExtension– rilevato nel 2,82% delle infezioni
Al quarto posto della classifica JS/Danger.DoubleExtension, una famiglia di malware diffusi via email che presentano una doppia estensione per ingannare l'utente. Double Extention rappresenta una 
minaccia in forte crescita in Italia, unico paese a livello mondiale ad esserne attualmente colpito.


Win32/TrojanDownloader.Wauchos - rilevato nell’1,52% delle infezioni
Fanalino di coda nella top 5 di maggio 2016 Win32/TrojanDownloader.Wauchos, un trojan che tenta di scaricare altri malware da Internet e una volta installato diventa eseguibile a ogni avvio del sistema. Può creare ed eseguire un nuovo thread con il suo codice programma e, subito dopo l’istallazione, è in grado di cancellare il file eseguibile originale. Questo trojan acquisisce informazioni e comandi sul sistema operativo, sulle impostazioni di sistema e sull’indirizzo IP del computer da remoto o da Internet. Riesce inoltre ad eseguire programmi e ad aggiungere e cancellare voci dal registro. L’Italia registra la più alta prevalenza a livello Europeo, mentre la più alta prevalenza a livello mondiale si è registrata in Guatemala, (1,66%).

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FACEBOOK E LE BUFALE

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giovedì 8 ottobre 2015

L’Europa Processa Facebook e lo Spionaggio Americano



 L’Europa processa Facebook e lo Spionaggio Americano

La Corte di Giustizia europea deciderà sul ricorso di un cittadino che accusa la sorveglianza globale americana attraverso le aziende del web. Ma il quadro politico dietro il caso è estremamente complesso: si tratta di una vera e propria guerra commerciale tra Usa e UE.

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata. Come era prevedibile ha stabilito che la semplice esistenza dell’accordo Safe Harbor, negoziato dalla Commissione europea nel 2000, e che all’epoca stabiliva che le misure dalle aziende americane a tutela della privacy fornite dei cittadini europei erano adeguate, non impedisce che un’autorità di garanzia (nel caso specifico il DPA irlandese) in presenza di una denuncia circostanziata di possibili violazioni dell’accordo in questione, debba riconsiderare la situazione a valutare se effettivamente il livello di protezione è adeguato.

Inoltre, la Corte ha invalidato l’accordo Safe Harbor del 2000. 

La Corte di Giustizia Europea (CGUE) si occuperà di un caso molto importante. 

La Corte di Lussemburgo, infatti, discuterà il ricorso di Max Schrems (presentato insieme ad altri 25mila utenti) col quale si accusa la sorveglianza di massa degli Stati Uniti condotta attraverso le aziende americane del web. Il ricorso sostanzialmente conclude chiedendo la disapplicazione dell’accordo Safe Harbor con gli Usa. Convocazione oer l’udienza del 6 ottobre Degli antefatti e dell’importanza della questione ne abbiamo già parlato in un precedente articolo. Tutto nasce con la sorveglianza di massa degli Usa, il programma PRISM, che dovrebbe prevenire il terrorismo. Non si sa se ha mai avuto successo in questo senso, ma si conoscono, invece, i costi (quantificati in circa 10 miliardi l’anno), e le conseguenze del programma: da un lato la riduzione dei diritti dei cittadini, specialmente in tema di privacy, e dell’altro, la conseguente sfiducia degli stessi nell’utilizzo dei servizi online, con evidenti ricadute economiche sulle aziende. La sorveglianza di massa americana determina un clima di sfiducia anche negli altri paesi, specialmente in Europa, i quali si sentono spiati, anche se bisogna dire che molti altri Stati (es. Francia, Germania) hanno regimi di sorveglianza come gli americani, generalmente però limitatamente ai confini nazionali.

 La risposta è evidente, gli altri governi cercano di alzare muri per impedire lo spionaggio americano sui propri cittadini e sulle proprie aziende, con la conseguenza di una frammentazione di internet in tante sottoreti nazionali.   Safe harbor Il ricorso di Schrems si appunta contro il trasferimento dei dati da Facebook Irlanda a Facebook USA alla luce dell’accesso generalizzato da parte dell’NSA ai dati che riceve Facebook USA. Schrems sostanzialmente chiede che il trasferimento dei dati verso gli USA sia ritenuto in violazione degli accordi e quindi di invalidare il Safe Harbor. Il Safe Harbor è un accordo tra USA e Unione Europea che consente il trasferimento dei dati verso gli Usa. È necessario perché la legislazione europea in materia non consente il trasferimento dei dati degli europei verso paesi con una normativa meno tutelante rispetto a quella dell’Unione (articolo 25, comma 1, della Direttiva 95/46/CE), a meno che (art. 26) non vi sia il consenso espresso del titolare dei dati oppure un accordo contrattuale specifico con il Paese estero che garantisca una pari tutela. 

Il Safe Harbor fa appunto questo, garantendo standard di sicurezza americani adeguati per i dati degli europei. I punti salienti della questione sono: 
1) l’accordo Safe Harbor è basato per lo più sull’autocertificazione delle aziende che dichiarano di rispettare degli standard specifici. L’FTC americana fa dei controlli annuali, ma non particolarmente approfonditi. Negli anni si sono avvicendati vari studi che hanno evidenziato come alcune aziende non rispettassero detti standard. Inoltre non esistono sanzioni in caso di violazioni.
 2) dopo l’entrata in vigore del Safe Harbor, nel 2000, la legislazione americana è stata modificata in modo sostanziale con l’introduzione del Patriot Act, che concede maggiori poteri di intrusione nelle vite degli individui da parte delle istituzioni americane. 
3) lo scandalo delle intercettazioni dell’NSA ha reso evidente che la raccolta dei dati da parte del governo americano è senza confini. L’accesso dei servizi di informazione americani sembra estendersi non solo ai metadati, ma anche al contenuto delle comunicazioni elettroniche così compromettendo l’essenza del diritto fondamentale al rispetto della vita privata degli individui.
 4) l’accesso dei servizi di intelligence americani copre tutti gli individui senza alcuna distinzione e non solo quelli che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale, questo compromette il fondamentale diritto alla tutela della privacy. 
5) a seguito del trasferimento dei dati verso gli USA un cittadino europeo non ha alcuna possibilità di far valere i propri diritti contro l’azienda o l’ente americano, in quanto né la FTC né gli organismi privati di risoluzione delle controversie hanno il potere di monitorare eventuali violazioni da parte degli enti pubblici come le agenzie di sicurezza, con violazione dell’art. 28 il quale garantisce il diritto del cittadino europeo di rivolgersi all’autorità di vigilanza a fini di tutela. Infatti la protezione contro la sorveglianza da parte dei servizi pubblici di cui alla sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act del 1978 si applica solo ai cittadini degli Stati Uniti e agli stranieri legalmente residenti in modo permanente negli Stati Uniti.  

 Sorveglianza globale Il 23 settembre l’avvocato generale ha rassegnato le sue conclusioni. Secondo Yves Bot i Garanti nazionali sono vincolati dalle decisioni della Commissione Europea, e quindi dall’accordo del 2000 Safe Harbor, e devono rispettarlo. Ma sono altresì obbligati, in presenza di una circostanziata denuncia di un cittadino, ad effettuare le indagini del caso e verificare se effettivamente l’accordo Safe Harbor è rispettato nella sua applicazione, arrivando fino, conclude Bot, a disapplicare l’accordo in caso di evidenze di mancato rispetto degli standard sulla tutela dei dati. Mr Schrems wished to challenge the terms and the functioning of the safe harbour scheme itself on the ground that the mass surveillance of the personal data transferred to the United States shows that there is no meaningful protection of that data in the law and practice in force in that third country (parere dell’avvocato generale della CGUE) Proprio il governo italiano ha sostenuto che l’adottare una decisione di adeguatezza da parte della Commissione europea (con il Safe Harbor) non può limitare i diritti dei cittadini riducendone la protezione e le possibilità di adire un’autorità di vigilanza. 

Ovviamente anche se Facebook è espressamente citato nel ricorso di Schrems, non è contro di esso (ma contro il Garante irlandese) che si appunta l’azione giudiziaria e non è il social in blu a violare le norme europee. Facebook Usa è tenuto a rispettare la legislazione degli Stati Uniti che lo obbliga a girare i dati degli europei all’NSA o altre autorità nazionali. Il nucleo della decisione del 6 ottobre è, quindi, la compatibilità del sistema di sorveglianza globale degli USA con il diritto primario dell’Unione europea. 
La Corte dovrà stabilire se la semplice esistenza del Safe Harbor è sufficiente a garantire l’adeguatezza del trattamento da parte degli USA, oppure se le novità emerse dal 2000 ad oggi (Patriot Act, scandalo NSA) devono portare il Garante privacy irlandese (DPA) a rivalutare la situazione e verificare di nuovo l’adeguatezza del trattamento da parte degli americani.   Usa vs Ue L’amministrazione americana non si rassegna all’etichetta di un paese a rischio privacy, e risponde tramite una nota del 28 settembre, sostenendo che gli USA non svolgono una sorveglianza di massa generalizzata, e il programma PRISM è autorizzato dalla legge, conforme alle limitazioni normative e mirato su particolari obiettivi.
Gli USA è da tempo che hanno intrapreso un’azione lobbistica contro la riforma europea della normativa per la tutela dei dati personali, e questa azione sta ricevendo nuovi impulsi proprio in questi giorni, in attesa della sentenza dalla CGUE.

 Gli USA accusano l’Europa di voler isolare il continente dietro un muro di leggi protezionistiche, impedendo il normale flusso di dati transfrontaliero. In realtà, anche se è vero che c’è una sempre più diffusa tendenza degli Stati europei di limitare il più possibile l’attività delle grandi aziende americane del web, soprattutto per creare gli spazi per l’ingresso nel mercato di competitori europei (non dimentichiamo che l’Europa è partita tardi nella corsa ad internet, e tutt’ora alcuni paesi -es. l’Italia- sono enormemente indietro per quanto riguarda l’informatizzazione e la qualità delle connessioni), c’è da dire che la tutela dei cittadini europei rispetto a quelli americani è inferiore in caso di violazione da parte delle aziende americane. E sono stati documentati alcuni casi in cui le aziende americane non avrebbero rispettato le norme europee. In ogni caso è comunque vero che l’Europa fin dal 2014 discute di una sorta di chiusura del mercato digitale, e in particolare la Germania ha proposto una realizzazione di un cloud europeo (Schengen cloud, dal quale verrebbe esclusa anche la Gran Bretagna considerata una quinta colonna degli USA), al fine di impedire lo spionaggio degli USA. L’approccio dovrebbe confluire nella revoca del Safe Harbor. Tale discussione è nata in Germania a seguito di una proposta di Deutsche Telekom (l’amministratore delegato Obermann addirittura parlava di una internet nazionale, Schland-Net), che fu discussa ai più alti vertici del governo.
 Già all’epoca, però, il Commissario europeo deputato alle problematiche digitali, Kroes, ne sostenne l’irrealizzabilità, pur richiamando la forte esigenza di una maggiore sicurezza dei dati.   Balcanizzazione L’opzione della balcanizzazione di internet che, ricordiamo, è nata al WCIT del 2012, quando i fautori di una creazione di tante internet nazionali erano i russi e i cinesi, spinti soprattutto dall’esigenza, pensa un po’, di evitare uno spionaggio da parte degli USA, sembra oggi sempre più vicina. All’epoca gli americani accusarono questi tentativi nazionalistici, portando avanti la loro idea di un internet il meno regolamentato possibile, a mezzo di accordi paritari tra aziende private che si occupano di internet. Anche allora non era tanto un approccio disinteressato per il bene di internet quanto piuttosto una difesa degli interessi commerciali di parte. La delegazione USA, composta da oltre 120 membri (tra i quali esponenti di Facebook, Google, ecc…), col richiamo ad un internet “libero e aperto” in realtà sosteneva le imprese tecnologiche americane i cui profitti dipendono ampiamente dalla rete e dallo sfruttamento il più vasto possibile dei dati degli utenti. E non solo, come poi è emerso chiaramente quella difesa era anche per l’orecchio privilegiato che il governo USA, tramite le suddette aziende, poteva poggiare sulla rete globale. 

Il punto è che gli USA hanno una posizione di supremazia su internet, perché le aziende americane di fatto controllano le infrastrutture, anche perché, bisogna dirlo, hanno compreso per primi l’importanza (anche economica) di questo nuovo mezzo tecnologico, mentre altri paesi se ne disinteressavano (es. Europa). È quindi comprensibile che gli Usa fin dal primo momento abbiano criticato la riforma europea in materia di tutela dei dati personali, nonché le posizioni della Germania, svolgendo attività lobbistica per depotenziarla, e oggi moltiplichino i loro sforzi per paventare come l’accoglimento del ricorso di Schrems potrebbe danneggiare gravemente internet e isolare l’Europa. Il rappresentante Usa per il commercio (USTR) spiega che in un libero mercato è il consumatore che deve scegliere il prodotto, per cui limitazioni protezionistiche imposte dai governi andrebbero a scapito della concorrenza, così paventando un ricorso al WTO. Stiamo parlando di un mercato da circa 180 miliardi di euro, interrompere il flusso verso gli USA da un lato darebbe l’avvio ad un mercato del cloud europeo, dall’altro costringerebbe i giganti americani ad investire milioni per infrastrutture sul suolo europeo. 
Questo il quadro politico ed economico all’interno del quale si incastonerà la decisione del 6 ottobre. Anche se, ovviamente, la Corte di Lussemburgo non è chiamata a decidere sulla legittimità del sistema PRISM, né potrebbe farlo, e neppure sulle azioni delle aziende tecnologiche americane, ma è evidente che questa decisione influirà politicamente sulla riforma della normativa in materia di tutela dei dati personali in preparazione, nonché sui rapporti commerciali e diplomatici tra UE e gli Usa, compreso le negoziazioni per il trattato transatlantico (TTIP). Non si tratta di consentire ad un’autorità di vigilanza nazionale di chiudere il flusso dei dati verso gli USA,questione anacronistica all’epoca di una rete globale, quanto piuttosto di stabilire se un Garante nazionale ha il diritto di valutare le modalità di attuazione dell’accordo con gli USA da parte delle aziende, e quindi, in ultima analisi, se un cittadino europeo ha un giudice, o un’autorità, cui rivolgersi in caso di violazioni della propria privacy. 

Diversamente noi europei non potremmo fare altro che fidarci, tra l’altro sulla base dell’autocertificazione di un’azienda di rispettare un accordo pure molto risalente nel tempo, senza alcuna possibilità di tutela. Il DPA irlandese, invece, rigettò il ricorso di Schrems perché, a suo parere, il Safe Harbor impedisce ulteriori discussioni sul tema.   

Chiuderà Facebook? 
Ma cosa potrebbe accadere a seguito di un eventuale accoglimento del ricorso di Schrems? Il funzionamento dei servizi online forniti da aziende USA sarebbe salvo specialmente per quelle che hanno server in Europa (come Facebook in Irlanda, ma anche Twitter che probabilmente in previsioni di decisioni di questi tipo ha trasferito i dati degli europei su server in Irlanda), ma anche gli altri servizi difficilmente subirebbero contraccolpi. Esistono altri accordi giuridici per il trasferimento dei dati al di fuori dell’UE, per cui l’impatto sul funzionamento dei servizi online sarebbe davvero minimale. L’impatto economico a carico delle aziende sarebbe più rilevante, ma soprattutto l’impatto politico sarebbe estremamente forte: le aziende americane non potrebbero portare i dati degli europei negli Usa e quindi il governo americano non vi avrebbe più accesso. L’altra faccia della medaglia sarebbe che il trasferimento dei dati potrebbe essere consentito da alcuni Garanti nazionali e vietato da altri, con ovvie difficoltà da parte delle aziende a rapportarsi con tante regolamentazioni diverse. Sotto questo aspetto occorrerebbe sicuramente una raccordo a livello europeo, previsto, tra l’altro, con la riforma sulla Data Protecion tramite il principio del “one stop shop“. La decisione del 6 ottobre, comunque, appare l’ultima spiaggia per ricostruire un rapporto di fiducia tra Usa e Unione europea ormai incrinato da tempo. 

L’Unione già nel 2013 inviò al governo americano una lista di 13 modifiche legislative che avrebbero ricostruito la fiducia negli Usa in relazione al trattamento dei dati degli europei. A quella richiesta non è seguito alcun impegno concreto. L’approvazione della riforma europea in materia di tutela dei dati personali renderebbe l’accordo Safe Harbor sostanzialmente inutile, in quanto la riforma prevede che un’azienda debba applicare al cittadino europeo le regole dell’Unione e non necessariamente ottemperare alle richieste dei tribunali locali (art. 43A definita clausola anti-FISA). 

Ma quella riforma è ancora lontana. Le promesse del governo americano ormai non bastano più, occorre qualcosa di più concreto. Forse però è vero che la risposta tedesca appare la soluzione sbagliata, che porterebbe ad una frammentazione della rete internet, realizzando in rete la nuova cortina di ferro. Probabilmente il mezzo migliore sarebbe incentivare misure di protezione online, come la cifratura delle comunicazioni. 
Il problema è che le misure di protezione tecnologiche tese ad impedire lo spionaggio Usa, poi impedirebbero anche ai governi europei di monitorare i propri cittadini. 
E questo per alcuni appare un problema.

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sabato 20 ottobre 2012

Europa oscura le tivù dell’Iran


Scandalo via satellite: l’Europa oscura le tivù dell’Iran

Eutelsat, che una volta era una compagnia pubblica europea e adesso invece è diventata privata, ha spento nei giorni scorsi – spento è la parola giusta – 19 canali radio e televisivi iraniani, tutti in un colpo solo. Li ha cancellati: cioè, ha cancellato l’informazione internazionale dell’Iran. Dal punto di vista tecnico, equivale a una dichiarazione di guerra. La decisione è stata presa in base a una precisa richiesta del Consiglio Superiore Audiovisivo della Francia, che non è l’Europa ma evidentemente ha molti poteri in merito, per quanto riguarda i satelliti che circolano intorno alla Terra e trasmettono i segnali su cui le televisioni iraniane avevano pagato gli abbonamenti. Se non sbaglio, nessuno fino ad ora ha dato la notizia – nessuno del mainstream, nessuno dei grandi giornali, nessuna delle catene televisive. Un ottimo esempio di come si realizza il pluralismo informativo in Occidente. E cioè: eliminando l’altra versione dei fatti.
Si capisce, io credo, che non vogliano sorprese: come quella che, ad esempio, ha riservato loro “Russia Today”, che in pochi anni – in inglese – ha scalzato la “Bbc” come primo canale satellitare negli Stati Uniti d’America e ha messo in grave difficoltà anche “Al Jazeera”, in lingua inglese. C’è molta gente, a quanto pare, che vuole qualche informazione alternativa, e non gradisce quella che gli viene dalla “Bbc”, da “Al Jazeera”, dalla “Cnn” in particolare. E quindi, la decisione che viene presa è: impedire a questi milioni di spettatori di poter ascoltare altre versioni. Del resto, questa storia è la diretta prosecuzione dei bombardamenti su Belgrado. Ricorderete: colpirono prima la televisione di Stato jugoslava, e poi – “per errore” – anche l’ambasciata cinese. E qualcuno ricorderà anche i bombardamenti dell’aviazione americana su Kabul, che allora colpirono “Al Jazeera”, che all’epoca era ancora considerata una televisione abbastanza libera, ammazzando anche qualche giornalista.

Questo è il record della libertà di stampa occidentale nei momenti più caldi della preparazione e dell’organizzazione delle guerre. Adesso colpiscono tutte le tivù iraniane dirette verso l’estero: sono state chiuse “Press Tv”, “Al-Alam”, “Sahar” 1 e 2, “Jam e Jam”; perfino la rete televisiva che commentava il Corano è stata oscurata. Un tempo – io sono abbastanza anziano per ricordarmene – c’era la Russia che oscurava i canali e le radio, o meglio le disturbava con i rumori, ed era un grande scandalo: tutti scrivevano, tutti i giornali protestavano, “la Russia impedisce ai russi di ascoltare i canali stranieri”. Adesso siamo noi che facciamo la stessa cosa, ed è invece silenzio. Ma attenzione: questa credo sia solo la prima mossa, una mossa di avvertimento. Lo faranno, un po’ più in là, anche con le tivù russe, e poi con quelle cinesi. Per cui, a Putin e ai dirigenti cinesi darei un piccolo suggerimento: dotatevi il più presto possibile di satelliti che non dipendano dall’Europa o dagli Stati Uniti, perché ve li chiuderanno e avrete speso un sacco di soldi inutilmente.

E’ cominciata, in poche parole, la “guerra informativa aperta”, che – come chi segue i miei commenti già sa – prepara quella delle bombe vere: delle bombe e di altro, che verrà usato nella prossima guerra e che sarà peggiore delle bombe. Quando dico e ripeto che dobbiamo cominciare a difenderci, c’è spesso qualcuno che dice che io esagero. Sono quindici anni, almeno, che esagero. E tutte le volte che esagero, le cose che prevedo si rivelano esatte. Auguro buona fortuna a tutti gli altri, a quelli che non pensano che io esagero e che capiscono quello che sta accadendo.

(Giulietto Chiesa, “La guerra informativa aperta”, testo del video-editoriale pubblicato su “Megachip” il 18 ottobre 2012).


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